Marguerat: il Paolo degli Atti e delle Lettere

di: Roberto Mela

copertinaGrande studioso di Paolo e fine commentatore degli Atti degli Apostoli, l’emerito di esegesi di NT a Losanna – dove è stato docente dal 1984 al 2008 – ha raccolto tredici suoi studi sulla seconda parte della doppia opera lucana che gettano luce su temi teologici e criteri interpretativi indispensabili per una corretta valutazione della presentazione dell’Apostolo quale emerge in Atti.

Novità del volume

Ci soffermiamo sul primo capitolo (pp. 9-30), in quanto essenziale per capire il pensiero di Marguerat e la novità del suo apporto ermeneutico. Esso tratta della storia della ricezione di Paolo.

Nel passato, si parlava di scuola paolina o di tradizione paolina per designare l’insieme degli scritti sicuramente non autoriali di Paolo e invece attribuibili alla tradizione paolina dei primi anni (Col, Ef, 1Ts) e a quella di fine secolo (le Lettere Pastorali: 1-2Tm; Tt). Vivace era la discussione sullo valore storico da attribuire agli Atti nel loro apporto alla ricostruzione della persona e del pensiero paolino.

Marguerat suggerisce la categoria di ricezione per descrivere il processo di continuità e cambiamento/attualizzazione che caratterizza il periodo che va dalla vita e morte di Paolo fino alla fine del I secolo. La ricezione di Paolo non avviene più o meno unicamente nelle lettere paoline – come spesso si afferma – sottovalutando l’apporto di Atti.

Triplice polarità

Lo studioso propone tre poli della ricezione di Paolo: documentario, biografico e dottorale (cf. p. 14).

Il polo documentario recepisce il Paolo scrittore: la sua produzione letteraria viene raccolta, ricopiata, riconfigurata e assemblata in una raccolta che entrerà nel canone del NT.

Il polo biografico «celebra Paolo come l’araldo del vangelo, il missionario delle genti». Si narrano gli avvenimenti principali della sua vita, compito assolto da Luca negli Atti. Qui si pongono le basi anche dell’agiografia che più tardi troverà espressione nell’apocrifo Atti di Paolo.

Il polo dottorale presenta Paolo come dottore della Chiesa: «le sue sentenze fanno testo nelle lettere pseudoepigrafiche; si scrive in suo nome, stendendo il suo insegnamento nei campi dell’ecclesiologia e dell’etica (lettere Deutero-paoline [cioè Col, Ef, 2Ts] e Pastorali [1-2 Tm; Tt]».

Il polo dottorale mette in luce l’attività letteraria di Paolo, ricorrendo ai suoi scritti. Il polo biografico, invece, «non si basa sulla conoscenza letteraria del proprio eroe: di qui il silenzio lucano sugli scritti di Paolo. Luca, vent’anni dopo, elabora la memoria della vita e dell’insegnamento di Paolo conservata in un ambiente in cui la discussione intorno alla Torah ha perso valore» (pp. 14-15).

Fonti diverse

Non è tanto il fatto che Luca abbia letto male Paolo, quanto quello di basarsi su una diversa fonte di informazione. «La memoria delle comunità dell’apostolo delle genti gli fornisce un abbondante materiale narrativo (corsivo mio), del tutto assente nelle lettere. Risulta, dunque, incongruo misurare l’affidabilità della storiografia lucana prendendo come criterio di giudizio il corpo degli scritti paolini, dal momento che questi ultimi non costituivano ancora il riferimento normativo della tradizione paolina» (p. 15).

Marguerat fa l’esempio di Paolo presentato negli Atti come guaritore, mostrato invece con discrezione nelle lettere paoline (cf. Rm 15,18b-19 e soprattutto 2Cor 12,12). E ricorda che i contatti terminologici tra Atti e il linguaggio paolino sono poco numerosi e studia invece i due punti di contatto narrativo importanti: l’esito dell’assemblea di Gerusalemme e la fuga da Damasco.

Marguerat offre anche tre esempi di una ricezione differenziata di Paolo. Descrivendo il suo statuto, gli Atti mettono in rilievo la sua figura, ma egli è preceduto e seguito da altri, e non ha il privilegio del primo annuncio alle genti. La conclusione di Atti lo mostra, però, accogliere tutti quelli che lo andavano a trovare. Così anche nelle Deuteropaoline Paolo è presentato come uomo di inclusione, stavolta non tra Israele e la Chiesa, ma tra ebrei e pagani. Nelle Lettere Pastorali, invece, Paolo è l’unico apostolo nominato, presentato come fondatore di Chiese.

Lo statuto di Paolo diventa progressivamente ieratico (così negli Atti di Paolo).

La sofferenza dell’apostolo è sempre collegata a quella di Cristo, ma con modalità differenti e più o meno sfumate, fino a diventare egli stesso modello di sofferenza per i fratelli, in modo da completare ciò che nella sua carne manca dei patimenti di Cristo, a vantaggio della Chiesa. Circa l’insegnamento non c’è un contatto diretto e immediato tra le lettere paoline e il testo di Atti. «Luca non è un lettore delle lettere ma dipende da un riassunto, una sorta di epitomè della teologia di Paolo, da cui attinge affermazioni adeguate al suo progetto narrativo» (p. 27, corsivo mio).

Caratteri del paolinismo lucano

Il paolinismo lucano, che va valorizzato come ricezione di Paolo, può essere esemplificato in tre settori.

Per la soteriologia va sottolineata la relativizzazione della Torah, che finisce per rivestire solo una funzione identitaria, ma non salvifica.

Circa il rapporto con Israele, Luca non parla della salvezza escatologica di Israele, ma «pensa il contesto del rapporto con l’ebraismo in un contesto di separazione in corso tra chiesa e sinagoga» (p. 28).

Circa la cristologia, e la redenzione in specie, per Luca è l’intera vita di Gesù, e non solo la sua morte, a rivestire una dimensione redentiva. Il valore redentivo della venuta di Gesù e l’insistenza sulla colpevolezza umana (cf. At 7, il discorso di Stefano, specialmente 7,51-53) fanno pensare a Marguerat che «la ricezione lucana di Paolo si accorda con l’eredità del giudeo-cristianesimo ellenista» (p. 29).

Gli altri dodici studi su Paolo negli Atti riportati nel volume riguardano innanzitutto la presentazione della sua immagine secondo il filo narrativo. Nella sua ricezione biografica, Paolo rappresenta una figura identitaria all’interno dello sviluppo del cristianesimo. Si analizza quindi il rapporto tra Paolo e la Torah e la sua figura «socratica» (Paolo a Listra e ad Atene). Vengono poi studiati la risurrezione e i suoi testimoni, la messa in scena dei personaggi, il trasferimento che in Atti avviene dal tempio alla casa, la risurrezione all’opera nella storia, il tema dei pasti e il tratto di Paolo come il mistico. Gli ultimi tre studi riguardano il vangelo paolino della giustificazione per fede, la necessità di imitare l’apostolo, padre e madre della comunità (1Ts 2,1-12) e, infine, la dibattuta questione del velo delle donne a Corinto.

Molto ricca la bibliografia indicata da Marguerat (pp. 281-306), che agli Atti ha dedicato un corposo commento in due volumi, tradotti in italiano dalle EDB. Di varie opere poteva essere indicata la traduzione italiana. Conclude il volume l’indice dei testi citati (pp. 306-325).

L’opera di Marguerat si impone per la serietà della ricerca, la scientificità dell’approccio e dell’apparato tecnico, unita alla comprensibilità di un dettato lucido e sintetico.

Daniel Marguerat, Paolo negli Atti e Paolo nelle Lettere. Edizione italiana a cura di Angelo Reginato, Claudiana, Torino 2016, pp. 336, € 32,00.

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