“Ovunque tu vada”: ministero e debolezza

di: Armando Matteo

Anticipiamo la recensione di Armando Matteo al volume di Gigi Sabbioni, Ovunque tu vada. Vivere l’essenziale un minuto alla volta, Terre di mezzo Editore, Milano 2017, che sarà pubblicata sulla rivista dell’USMI nazionale Consacrazione e servizio, n. 6/2017.

copertina«Prima mi spostavo. Dal 25 luglio 2011, invece mi spostano. Ho sempre viaggiato molto, spesso da solo e con qualsiasi mezzo, per raggiungere luoghi e persone, per partecipare a incontri o tenere conferenze. Dall’Islanda – dove terra, aria, acqua e fuoco si mescolano rumorosamente all’immensità – al monte Athos, dov’è il silenzio a dare un significato ai quattro elementi, fino a Taizé, dove una comunità ecumenica di frères apre l’orizzonte sul cristianesimo del futuro. Poi i mille sentieri di montagna verso le vette e le camminate tra paesaggi pervasi di pace per raggiungere una cima o un lago e riflettervi i pensieri. Oggi il viaggio più avventuroso va dalla camera da letto al soggiorno, scalate e discese le compio ormai solo in ascensore. Non posso allacciarmi le scarpe. E se anche potessi, non servirebbe a niente».

Con queste parole prende il suo rapido avvio il libro che don Gigi Sabbioni, prete della diocesi di Lodi, dopo un gravissimo incidente che lo ha portato alla condizione di tetraplegico, ha dato alle stampe con un titolo e un sottotitolo che ne restituiscono efficacemente quanto questa nuova stagione della sua esistenza e del suo ministero sacerdotale gli ha non senza fatica insegnato: Ovunque tu vada. Vivere l’essenziale un minuto alla volta.

Il genere

Dico subito che non è facile assegnare questo scritto a un genere preciso. Per alcuni tratti è una sorta di «diario di bordo» del tempo in cui don Gigi è costretto a diventare e a prendere coscienza di esserlo diventato, come lui stesso si definisce con un tratto di sana ironia, un «tetraprete»; per altri versi è una sorta di lungo monologo interiore alla ricerca di nuovi equilibri tra il suo tanto frenetico e appassionato passato e il suo presente dall’apparenza così statico; per altri ancora è un piccolo saggio di teologia che affronta le domande circa quell’impasto di forza e vulnerabilità di cui è fatto ognuno di noi, circa la presenza del dolore in mezzo alla tanta bellezza dell’esistenza ed infine sul tema eterno della morte e del morire.

Certamente è un libro coraggioso che nasce da un bisogno interiore urgente, dalla necessità di «rompere» qualcosa, quel qualcosa di misterioso eppure così reale che separa la condizione di chi è sano da quella di chi è gravemente malato, a partire proprio dal punto di vista di quest’ultimo: «All’inizio mi sembrava di vivere dentro una bolla trasparente: potevo vedere tutti e da tutti essere visto, ma in qualche modo era come se fossi isolato dagli altri. Mi sentivo circondato da un silenzio impressionante, senza una reale comunicazione nonostante ci fosse il massimo degli affetti. Voglio sperare che ora questa bolla si sia infranta, in primis dentro di me».

In te ipsum redi

Le pagine di questo prezioso libro raccontano proprio questo cammino dell’autore, un cammino nel quale tanto più egli entra o meglio rientra dentro di sé, dentro ciò che da sempre costituisce la sua più reale identità, dentro la sua convinta scelta di donarsi alla causa del Regno, dentro i ricordi più belli, dentro le sue relazioni più tenaci, tanto più riesce ad affrontare i mille e più ostacoli che la sua condizione di tetraprete ora gli pone ogni giorno.

Ed è così che nel secondo capitolo, intitolato Segnavia, ricorda le persone, le immagini e i luoghi a lui più care sotto il profilo della sua maturazione personale, spirituale e sacerdotale. Qui egli ci racconta del suo padre spirituale, di san Silvano del Monte Athos, di frère Roger, dello psicoterapeuta che lo ha aiutato nei primi periodi della sua malattia, del suo badante… Ed è così che egli ci invita a scoprire di quanto affetto, di quanta tenerezza è circondata la vita di ciascuno di noi.

Seguono poi le immagini che l’autore indica come più significative per sé: quella del deserto, della nudità e ancora quella del calycantus, fiore d’inverno «il cui profumo ti restituisce a una gioia interiore e ti preannuncia la primavera proprio quando niente intorno la fa intuire».

Infine troviamo i luoghi e qui il nostro «viaggio» con don Gigi spazia dal Monte Athos sino a Taizé, luoghi segnati dalla preghiera, dalla contemplazione, dal silenzio, dall’accoglienza semplice e vera, e infine dalla capacità di visione più larghe, più intense, più aperte circa il futuro del mondo e della Chiesa.

Di nuovo all’inizio

Ci viene a questo punto incontro il vero cuore di queste Confessioni: sono le pagine poste sotto il titolo Di nuovo all’inizio, pagine nelle quale l’autore si interroga sul come la sua tetraplegia vada a rimodellare la sua scelta di vita fondamentale ovvero il suo ministero sacerdotale.

«L’incidente che mi è capitato, banale nella forma, è stato devastante negli effetti anche per il ministero, ovviamente. Ricordo che nei giorni immediatamente successivi ero terrorizzato al pensiero di non poter più intonare i canti in chiesa, nonché di essere fortemente limitato nella predicazione e in tutto ciò che le somiglia. Dal lettino della terapia intensiva non so quante volte implorai il Signore, confermandogli che la mia voce sarebbe stata sempre al suo servizio. Come può non cambiare, o non essere scossa e provocata, la coscienza di un prete che avverte la possibilità che la sua voce si riduca a un soffio? Più o meno negli stessi giorni mi resi conto dello stato in cui erano ridotte le mie mani: pressoché rattrappite, le dita ripiegate e non articolabili. La riabilitazione ha portato dei piccoli miglioramenti e mi ha offerto qualche strategia, ma per me è un evidente problema tenere il calice e la patena, o anche solo l’ostia santa, gesto sacerdotale per eccellenza. Che prete sarei stato senza compiere, o almeno accennare a fatica, l’atto che identifica il sacerdote nella sua essenza?».

Queste e le altre domande con cui si confronta a cuore aperto don Gigi, in queste pagine, sono davvero potenti, autentiche, capaci di togliere a chiunque abbia compiuto la sua scelta il respiro. Ma ciò che don Gigi scopre dentro e grazie a queste domande è che si è preti – proprio come dice il titolo del libro – Ovunque tu vada; per questo alla fine dei conti egli può scrivere: «si tratta di essere l’uomo di sempre, il prete di sempre, non nonostante la tetraplegia, ma dentro e attraverso di essa».

Ed è, questa raggiunta verità, una verità da riconquistare ogni giorno, ogni ora, ogni minuto; solo così è possibile cercare di rimanere nella pace possibile. Ancora una citazione da queste pagine centrali del libro: «Io mi sono detto che rimango un credente, un credente prete, e vorrei con tutte le mie forze testimoniare che la fede nell’Unico che ha vinto la morte dà senso alla vita anche dentro una grave tetraplegia (…). Prete nella tetraplegia, ovvero tetraprete: oggi mi sembra quasi un titolo onorifico».

«Quando sono debole…»

Nelle pagine del capitoletto successivo, poste sotto il titolo Barriere, ci vengono raccontate anche le reali difficoltà con le quali, nella sua attuale condizione, don Gigi deve avere a che fare: barriere architettoniche, ovviamente, barriere mentali ancora più profondamente.

Si trovano poi, come già anticipato, riflessioni di carattere più ampio, di taglio spirituale ma con profondi affondi teologici, nelle quali vengono messi a tema il carattere di vulnerabilità dell’essere umano, la presenza del dolore nella vita e infine l’incontro con la morte, la cui notizia da sempre abita ogni adulto presente al mondo.

Come è noto e qui ci viene ripetuto con grande forza, il cristianesimo non offre risposte facili a tali interrogativi, ma annuncia la compagnia di Dio che scende in mezzo a noi, che condivide e che solo così annuncia e getta la caparra di una reale e possibile speranza.

Le pagini finali riprendono, commentandolo a più riprese, lo struggente dialogo tra Gesù e Pietro all’indomani della risurrezione. Nella mitezza e crescente tenerezza con cui il Maestro si fa incontro al discepolo, che pur lo aveva rinnegato, sino al punto di invitarlo nuovamente alla sua sequela sta la vera forza di ogni credente, ancora di più se un credente prete, ancora di più – sembra dirci don Gigi – se è un credente tetraprete: «Là dove l’autonomia viene meno, dove tu vieni meno, possono emergere un amore e una pace la cui origine rimane misteriosa eppure continuamente zampillante come una fonte che può dissetare ogni uomo».

Gigi Sabbioni

don Gigi Sabbioni

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