Un approccio teologico al Gesù storico

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Il teologo e presbitero Giovanni Mazzillo offre alla comunità teologica ed ecclesiale, e, più generalmente, ad ogni essere umano sinceramente e radicalmente in cerca di verità, il suo ultimo lavoro di riflessione e di studio (Da Gesù alla Chiesa. Un approccio teologico al Gesù storico, San Paolo, Milano 2022) e, come dice egli stesso nell’introduzione, una «ricerca, che è anche meditazione e contemplazione» (p. 13).

Sì, perché il tema affrontato, l’annuncio, l’agire, ma anche il pensare e il sentire di Gesù non sono perseguibili al di fuori della realizzazione dell’incontro con «il Risorto che porta i segni della passione», come scriveva nel suo primo libro su Gesù ben 32 anni fa (Gesù e la sua prassi di pace, La meridiana, Molfetta 1990), legando già allora a filo doppio il Gesù della storia e il Cristo della fede.

La storia di Gesù non è infatti separabile dalla teologia di Gesù, ed entrambe, superati i falsi presupposti della teoria delle forme e gli eccessi della demitizzazione più estrema, possono essere attinte e dovrebbero esserlo per evitare che proprio la cristologia finisca nell’astrazione intellettualistica e nell’irrilevanza storico-vitale. Non si tratta pertanto di negare il valore dell’incontro per la nostra storicità (la Geschichte di Bultmann) con il Cristo della fede, ma di comprendere che proprio questa inaggirabile esperienza realizza anche l’incontro con il Gesù della storia, perché ci inserisce ancor più profondamente nella storia del mondo, quella storia intessuta da un continuum messianico, per dirla con Walter Benjamin.

Cuore pulsante

Come sottolinea il biblista Antonio Pitta nella prefazione, «Il Regno di Dio, altrimenti noto come la Regalità di Dio, è il filo conduttore del saggio di Mazzillo» (p. 7). Lo è, non per una scelta tra le altre possibili su temi emergenti nei racconti evangelici, ma perché, dopo decenni di indagini storico-teologiche su Gesù di Nazareth, è risultato sempre più evidente che l’annuncio e l’instaurazione del Regno di Dio fossero il cuore pulsante di tutto l’agire storico di Gesù e della concreta realizzazione della sua consapevolezza messianica.

Questa centralità è ravvisabile già nella tripartizione del libro delineata da Mazzillo: Il Regno di Dio e la sua importanza nella vita di Gesù (prima parte), Dare la propria vita per il Regno (seconda parte) e La comunità che annuncia Gesù e il Regno di Dio (terza parte).

Si avverte in tal modo la continuità storica e teologica nel cammino che va dal Gesù pre-pasquale (prima parte), al Gesù pasquale (seconda parte), fino al Gesù post-pasquale (terza parte), fermo restando che la comprensione storica e teologica del Gesù pre-pasquale e del Gesù post-pasquale si fondano proprio nella memoria dolorosa e, al tempo stesso, luminosa della passione, crocifissione e morte di colui che amò i suoi fino alla fine (cf Gv 13,1), instaurando così il Regno di Dio.

Un regno di pace integrale, nel quale ogni forma di violenza, anche difensiva, non trova posto; un regno di amore che unisce ed accoglie, oltre ogni forma sottile o meno di odio e di separazione; un regno di giustizia e di perdono; ovvero il Regno del popolo delle beatitudini.

La Croce

Lo spartiacque della storia umana e cosmica, in tal modo, più che la nascita di Gesù, che come ormai ben noto cronologicamente dovrebbe essere retrodatata di 6 o 7 anni, risulta essere la sua morte da reietto su una croce. Morte da intendere come donazione totale e compiuta di sé e trasmissione del suo Spirito, inizio di un nuovo mondo.

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Nell’incipit dell’introduzione, Mazzillo paragona questo momento decisivo, tanto di estremo abbandono quanto di estremo amore, ad una sorta di Big Crunch cosmico:

«quell’attimo in cui il cielo si oscurò al massimo, quasi in un’implosione che era l’opposto del Big Bang primigenio. Mai Dio si era tanto allontanato dal mondo, mai il mondo aveva così tanto rischiato il collasso. Fu solo per un miracolo o per la sopravvivenza dell’amore di chi, pur lasciando distruggere se stesso, non distrugge mai l’amato o gli amati, che il mondo non piombò nel nulla» (p. 13).

Non si tratta dell’abbandono da parte di Dio e, come ancora alcuni continuano a sostenere, della disperazione finale di Gesù (cf. pp. 208-209), piuttosto dell’estrema distanza di un mondo che non ha nulla a che fare col volto di Dio rivelato da Gesù e in Gesù. Un mondo che nell’ora estrema si manifesta in tutta la sua oscurità e malvagità, ma che non potrà in alcun modo distruggere la vera Forza agapica in cui tutto è stato creato e tutto sussiste.

Non sarà infatti quel mondo, con la sua tenebra e la sua morte, ad ingoiarlo. Al contrario, sarà Lui stesso ad attrarre ogni cosa a sé per ricrearla nell’agape. Mazzillo evoca tutto ciò con parole che teologicamente e poeticamente possono ben esprimere il sentire profondo di Gesù del passaggio (Pèsach) dalla fine di un mondo ad un nuovo inizio:

«A voi, che molto avete amato e amate, fino a reggere la vista di quest’immenso e ingiustificato dolore, affido il compito di non ritenere vinto né tramontato l’amore. Esso resisterà alla mia morte. Di questa continuità a voi affidata ho veramente sete e per questo, mentre per me tutto sulla terra ora è compiuto, per voi tutto comincia!» (p. 225).

Fondati e fermi nella fede

Verrebbe da chiedersi: dov’è questo Regno di Dio instaurato da Gesù? Se il Regno è in mezzo a noi (cf. Lc 17,21), allora, guardando alle tante situazioni tragiche e drammatiche di ostilità, di oppressione e di vere e proprie guerre micro e macro, verrebbe da dire che non siamo nel suo Regno o, quantomeno, molto spesso preferiamo restarne fuori. Continuiamo a vivere nella logica del vecchio uomo e, dunque, nei precedenti regni terreni «bestiali» (cf. pp. 96ss).

Eppure questo passaggio in qualche modo è accaduto ed è unanimemente e continuativamente ribadito in tutto il Nuovo Testamento. Ad esempio, nella Lettera ai Colossesi, viene detto che per mezzo del Figlio, che ha operato la riconciliazione di tutte le cose, il Padre «ci ha liberati dal potere delle tenebre e ci ha trasferiti nel regno del Figlio del suo amore» (Col 1,13), nella basileia del Figlio del suo agape. Il termine metestesen, aoristo indicativo del verbo methistemi, si compone della preposizione meta («oltre») e del verbo histemi, ovvero «stare», «porre», «collocare», significando letteralmente uno «stare oltre», dunque un «tras-locare», un «tras-ferire», un «tras-porre».

Il Regno è stato instaurato e noi vi siamo stati trasferiti, ma occorre realizzare e sperimentare continuamente tale trasferimento. Subito dopo, infatti, vien detto che la chiave per vivere e gustare questo Regno, che è presente e continua ad estendersi, è di «restare fondati e fermi nella fede, irremovibili nella speranza del Vangelo (euangheliou)» (Col 1,23).

Ortoprassi

L’instaurazione del Regno di Dio, detto anche «Regno dei cieli» (non certamente per spiritualizzarlo, ma per indicare il luogo incorruttibile di Colui che non poteva essere nominato), è espressa altrimenti come irruzione del cielo sulla terra. Da allora il velo del Tempio rimane squarciato e la Regalità di Dio agisce realmente nella realtà cosmica, o come direbbe Panikkar, in una realtà ormai cosmoteandrica. Così commenta Mazzillo questa continuità tra l’annuncio e la prassi di Gesù e quella dei suoi discepoli:

«La fede nel Cristo morto e risuscitato è dunque fede non in un atto trionfalistico venuto dall’alto e basta. È fede come affermazione della reale consistenza della Regalità di Dio che agisce a vari livelli: a livello esistenziale, a livello sociale, a livello storico [e, aggiungeremmo noi, sostenuti presumibilmente da Teilhard de Chardin, anche a livello fisico]. Siamo davanti a un dilemma che suona come un’opzione fondamentale: o si crede nel Cristo, credendo nel Regno da lui predicato ed entrando nella corrente di una prassi che cerca di realizzarlo, oppure si crede semplicemente in un mito, tutt’al più psicologizzato, ma che resta sterile e non produce alcun frutto» (p. 329).

La prassi, a cui Mazzillo si riferisce, non è mai separabile dalla fede, come già sosteneva nel suo primo trattato teologico, affermando che «nell’ortodossia rientra anche l’ortoprassi» (La teologia come prassi di pace, La Meridiana, Molfetta 1988, p. 120).

D’altronde, è proprio la prassi che mostra la vera fede che alimenta la vita umana, come ricordava Giacomo nella sua lettera: «Io con le mie opere ti mostrerò la mia fede» (Gc 2,18), o anche Paolo che, in altri termini, richiama questo stretto legame: «non vivo più io, ma Cristo vive in me» (Gal 2,20). Non sono opere «forzate», ma sono quelle opere che nascono dai tralci innestati nella vite (cf. Gv 15,5), sono i frutti propri di un dato albero con radici ben piantate (cf. Mt 7,16-20).

In tal senso la prassi non è qualcosa da ricercare volontaristicamente e, quindi, estrinsecamente, come per coloro che restano «sotto la Legge». La prassi è una «corrente» dentro la quale viene inserito colui che si radica nella fede in Cristo e crede nella realtà della Signoria del Dio-Agape, trasformando se stessi e il mondo.

Giovanni Mazzillo, Da Gesù alla Chiesa. Un approccio teologico al Gesù storico, San Paolo, Milano 2022, 368 pp., 39,00 euro.

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