Lamento sulla poesia e il canto liturgico

di: Bepi De Marzi

Bepi De Marzi, musicista vicentino, si dichiara cittadino del mondo. Compositore, scrittore, poeta, insegnante di Conservatorio, clavicembalista e organista dei Solisti Veneti, fondatore del coro I Crodaioli. Credente ma sempre meno praticante. Tante domande sulla musica sacra e una risposta unitaria per esprimere dispiacere, sconfitta, impotenza, abbandono, solitudine, sconforto. Ma senza rancore. Le sue dichiarazioni sono state raccolte da Giordano Cavallari.

Dispiacere. L’Assemblea orante, per cantare ha sempre avuto bisogno di ritmo memorizzabile, di assonanze, di regolarità. Lo sapeva bene padre David Maria Turoldo, frate servita. Ho lavorato con lui per vent’anni innamorandomi delle versioni poetiche dei Salmi, delle composizioni degli Inni e dei Cantici. Ho amato subito le stupende melodie di Ismaele Passoni, in assoluto le più ispirate e cantabili dopo il Concilio. E basti per tutto l’immenso lavoro il Salmo 22, “Il Signore è il mio pastore”.

Ma una mano autorevole della Chiesa, anche recentemente, ha stravolto l’accurata e delicatissima opera di padre David. Ora non è più possibile cantare gli endecasillabi piani del Salmo 1 con l’appassionante melodia in ritmo ternario! «… non reggeranno al giudizio i perversi / né i malvagi coi santi avran parte…» diventati «… malvagi e perversi mai / siederanno a giudizio coi giusti, mai…». E i decasillabi del Salmo che ha ispirato anche il Va’ pensiero verdiano: «… sopra i salici là in quella terra / appendemmo le cetre armoniose…» che inspiegabilmente diventano «… ai salici, là in quella terra / appendemmo mute le cetre…». Tutto in una corposa pubblicazione con il nome di Turoldo riportato in copertina!

Sconfitta. Gli organi chiusi, muti. Si fanno concerti, oh, sì, ma per i soliti ascoltatori: una disperazione tra addetti. Domina ovunque lo strimpellare delle chitarre con qualche tamburello da carnevale sudamericano. Quattro-cinque ragazzi in triste solitudine nelle chiese semivuote. E, dove sopravvivono mestamente, cori parrocchiali di anzianotte con sciarpa colorata e anzianotti borbottanti. La fretta dei celebranti e la distrazione dei pochi presenti.

Musiche proposte dallo scatenamento di chi si è inventato compositore, come i bambini che si sentono improvvisamente scienziati con la scatola del “Piccolo chimico” tra le mani e travasano per gioco acqua colorata negli alambicchetti di plastica. Verseggiatori senza ritmo con le finali in ai, ei, oi, ui: «Tu che sei, che c’inviti a mangiare con i tuoi / ma non sai di quanti siamo noi», il Salmo 22!

Impotenza e abbandono. La melodia ha le sue regole, come l’armonia. Non si può scrivere a caso. Le strampalate cantilene solitarie agli amboni! E gli attacchi delle frasi con l’acciaccatura della glottide: il modulo vocale liturgichese. Quelle misere e improvvisate risposte al Salmo responsoriale tra le Letture! La cancellazione dei canti tradizionali sostituiti dagli avventurismi e dalle parodie. Perfino il carillon della basilica di Loreto intona “Santa Maria del cammino”!

Poi: come riportare un minimo di dignità nei matrimoni? Gli invitati che devono seguire i sentieri di lumini. I battimani e le teatralità da cabaret. Le damigelle danzerine di tutte le età. Così nei funerali, dove imperversa ancora “Quando bùsserò”.

Solitudine. Ho suonato l’organo in chiesa fin da ragazzo: le mie domeniche erano un servizio continuo, sante messe e sante funzioni. Mi studiavo il “Proprio del tempo” e lo preparavo con i cantori che sapevano leggere perfino il gregoriano. Ma nei seminari (ci sono ancora i seminari?) non si studia più la musica. Qualche chierico impara a suonare la chitarra. E la chierica sulla nuca, con la perdita della dignità, è stata sostituita dalla barba incolta. Con monsignor Ernesto Dalla Libera di Vicenza ho imparato l’uso quotidiano del Liber Usualis, del Liber Cantus.

Si cancellano le parrocchie e s’inventano le cosiddette Unità pastorali, dove i sacerdoti vengono trasformati in ambulanti per le sante messe domenicali. E i meno giovani vengono “rottamati” anzitempo: mandati a casa o a vivere in appartamenti presi disperatamente in affitto. Con queste considerazioni divento proprio un sopravvissuto che muore nella malinconia.

Sconforto. Le sante messe in televisione sono quasi tutte artificiose. E se c’è un gruppo che canta, ecco una voce che parla e copre tutto, perfino con qualche informazione turistica. Ma all’inizio si fanno le processioni con il Vangelo e la Croce astile! Sui primi banchi si mostrano le cosiddette autorità che non sanno quando sedere o quando stare in piedi. E dominano lo sconcerto, l’indifferenza, il mutismo nelle preghiere, nei canti.

Concludo tornando disperatamente ai testi, torno a Turoldo, al mio Turoldo. Nella pomposa pubblicazione, che voglio definire apocrifa, il Salmo 139 (138) recita: «Signore, tu mi scruti e mi conosci / tu sai quando seggo e quando mi alzo, / il mio pensiero tu scorgi da lontano».

Dei miei atti tu sei il Signore. Padre David, subito dopo la pubblicazione delle edizioni Dehoniane del 1973 aveva chiesto a Ismaele Passoni due melodie conseguenti per questo Salmo, come una grande domanda e una naturale risposta, raggruppando due quartine alla volta. Ecco l’inizio:

«Sei colui che mi scruta, Signore,
la tua scienza in tutto mi assedia:
tu sai quando intendo fermarmi,
quando voglio riprender la via.

E perfino il pensiero più oscuro
tu da molto lontano precorri:
della veglia e del sonno tu sai,
dei miei atti tu sei il Signore».

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2 Commenti

  1. Vito 6 ottobre 2019
  2. Michele Ferrari 6 ottobre 2019

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