Le strade di Pasqua

di: Michele Giulio Masciarelli
L’umanità sotto il segno della Risurrezione

Il Cristo non è compagno dell’umanità solo come crocifisso; egli non è restato appeso alla croce, né per sempre è rimasto chiuso nella buca del sepolcro: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone» (Lc 24,34); e, come Risorto, anima e sostiene la storia degli uomini con «la potenza della sua risurrezione» (Fil 3,10), che non consuma il suo senso sulla persona di Gesù: essa rivela anzitutto la potenza d’amore del Padre; è inoltre l’epifania della gloria dell’Unigenito; ed è, infine, anche la base della nostra fede e della nostra speranza (cf. 1Cor 1,15).

L’umanità può salvarsi solo nel segno della risurrezione di Cristo.  Essa è la forma più alta di liberazione dell’uomo: è il punto estremo e supremo del riscatto da ogni forma di alienazione e di estraniazione, il cui simbolo più negativo è la morte. Gesù, risorgendo, ha sbrecciato il muro nero della morte non solo per sé, ma anche per gli uomini che, in tal modo, ha chiamati a sperare con una speranza lunga, il cui vettore è destinato a oltrepassare i cimiteri per penetrare nei cieli.

a) La Pasqua ritardata. Cristo ha fatto Pasqua per sempre e ha immesso dentro la storia e la terra degli uomini i germi della risurrezione. Si attende ora che alla sua Pasqua segua la nostra Pasqua. Il rischio per noi è grande: è quello di non far germogliare sul colle del nostro tempo l’albero pasquale piantato con i semi della Pasqua di Cristo.

La Pasqua di Cristo attende di essere diffusa ovunque vive e passa l’uomo: anzitutto «in interiore homine» (sant’Agostino), ma anche nelle esistenze delle comunità e perfino nei corpi aridi delle istituzioni. Chiediamoci: avanza la Pasqua di Cristo, oppure è in ritardo nel suo voler pervadere le opere e i giorni degli uomini? Qualche sintomo ci dice che essa segna il passo: sull’orizzonte della nostra storia segni pasquali talora appaiono oscurati o addirittura assenti.

Avvertiamo spesso che, con intensità diversa, in noi e intorno a noi, nel minuto e nel grande, su piccola scala e su scala anche planetaria, fermentano ancora lieviti anti-pasquali: «Ci dev’essere un lievito di malizia in ognuno di noi se milioni e milioni di uomini non hanno né pane, né terra, né casa, né pace, né giustizia. Se sapessimo conservare con sincerità distaccata dal nostro egoismo il bene che professiamo davanti agli uomini, anche la Pasqua del Figlio dell’uomo sarebbe vicina» (P. Mazzolari, La Pasqua, Vicenza 19774, p. 103).

b) Arrivare e portare alla Pasqua. Con un altro paragone diremo che noi rischiamo di non arrivare alla Pasqua o di impedire alla Pasqua di arrivare alla comunità degli uomini e di contagiarli di speranza. La Pasqua va mediata: essa va portata agli uomini e ad essa vanno condotti gli uomini. Ci si chiede di essere ponte fra la Pasqua di Cristo e la storia degli uomini. Il primo rischio da evitare è quello di non far Pasqua: se non arriviamo noi alla Pasqua, neppure vi condurremo altri. Suona grave, perciò, il richiamo di R. Panikkar ad un «grande pericolo», quello di fallire la Pasqua: «Il grande pericolo nostro, vostro come mio, è quello di una vita cristiana a metà. Il grande pericolo nostro è fermarsi prima di arrivare a Pasqua. […] Fermarsi a metà cammino, non salire fino alla Pasqua, non arrivare a Gerusalemme e là riuscire a morire e a resuscitare, questo è il nostro grande pericolo» (La gioia pasquale, Vicenza 1968, pp. 8. 9).

La Pasqua e la “generazione della soglia”

La Pasqua è il cuore del cristianesimo ed è la ricchezza più grande che la Chiesa cristiana può presentare al mondo d’oggi. Lì essa motiva il suo Credo; lì trova le ragioni della sua speranza; lì ha rinvenuto i motivi forti per la sua missione in ogni momento della sua storia; lì s’ispira da sempre per educare le generazioni alle virtù del Regno; lì, pertanto, potrà attingere anche la sapienza per formare allo stile del Vangelo la “generazione della soglia”, ossia la generazione entrata da poco nel terzo millennio. Ma è proprio così feconda la Pasqua? Non è solo la causa della salvezza dei singoli? Sa orientare anche la cultura e la storia degli uomini, in epoca di postmoderno, ossia in un tempo di crisi lacerante come il nostro? Guai se non fosse così!

a) La Pasqua ispiri la cultura. La risurrezione è l’evento distintivo del cristianesimo. Scriveva N. Berdiaev: «Il cristianesimo è la più grande religione, perché è la religione della risurrezione: perché non si adatta alla morte e alla sparizione, perché cerca la risurrezione di tutto ciò che veramente è» (Il senso della storia, Milano 1975, p. 75). Alla luce della risurrezione si può andare alla ricerca del significato e del fine della storia, con la certezza di poterli trovare. A quella chiara luce sarà possibile anche trovare le ragioni per essere attivamente, dignitosamente e, se necessario, martirialmente presenti dentro la vicenda umana, sia nel suo svolgersi quotidiano, sia nei suoi passaggi eccezionali. Ma, come rischiarare «l’eclissi del senso di Dio e dell’uomo», rivolto da Giovanni Paolo II nella Evangelium vitae (nn. 21-24)? Tale domanda ha una risposta: è possibile dire un sì pieno e indiviso alla vita, specie nella forma indifesa del suo stato nascente e terminale, solo se si entra nel regime di grazia della risurrezione.

b) Per un umanesimo pasquale. La Pasqua vuole essere interiorizzata, ma non privatizzata: pretende perciò di venir assunta come principio di umanesimo, perché evento salvifico che coinvolge l’umanità e la trasforma in nuova umanità: consolante profezia del destino ultimo dell’uomo! Con la risurrezione il cristianesimo intende indicare un punto di riferimento solido ad un tempo caratterizzato da indecisione estrema. Evidentemente, non basta che la risurrezione venga presentata come un modello di vita da imitare; si richiede, anzitutto, che essa sia un principio di vita che trasformi dall’interno le esistenze degli uomini e delle donne, che vogliono adottarlo come paradigma di umanesimo. A queste condizioni l’evento vissuto della risurrezione è capace di sprigionare imprevedibili energie: ad esempio, può slargare con forza unica gli orizzonti della speranza, in un tempo nel quale essi tendono a strettirsi fino a ridursi, come esperienza del pensiero debole, ad un asfissiante cerchio intorno al presente.

Conclusione: il nostro tempo, dono pasquale

Il Risorto ha realizzato e propone il sì integrale e definitivo alla vita, condizione prima e ineliminabile per entrare, eticamente degni e missionariamente meritevoli, in questo nostro tempo. Solo con la fede nel mistero pasquale sarà possibile costruire la “generazione della soglia” capace di aiutare l’umanità a incamminarsi sulle strade della speranza.

Queste strade sono molte e non tutte conosciute. Alcune però vogliamo ricordarle:

a) la strada della parola, che potrà portare i popoli, anche quelli minori, a riaffermare i diritti della loro cultura;

b) la strada del pane, per la quale, se non sarà più ostruita dagli obici dell’egoi-smo, passeranno tutti gli uomini per assidersi al desco della creazione;

c) la strada della vita, sulla quale, se non neutralizzeremo la forza della risurrezione, porranno i piedi tutti i figli del Dio vivente per percorrervi cammini di pace.

Ma queste non sono le strade della Pasqua? Se è così, il nostro tempo è un dono pasquale, da accogliere con gratitudine. Anche in esso torna il Cristo con la sua Pasqua, anche in esso egli celebra la sua vittoria sul peccato e sulla morte. Anche il nostro tempo è tempo di Dio.

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