Liturgia e sinodalità

di: Ghislain Lafont

In un certo numero di ambienti di Chiesa si sente da un po’ di tempo l’espressione «riforma della riforma liturgica di Paolo VI». La mia prima reazione riguardo a questa idea di una riforma della riforma è: perché no? Un’istituzione, qualunque sia, non può onorare alla perfezione tutte le richieste alle quali cerca di dare una risposta. Si può pensare che, dopo un certo tempo, questo o quest’altro limite faccia la sua comparsa, e ad esso si potrebbe rimediare con un rimaneggiamento, una riforma, addirittura una riorganizzazione. Un esempio lampante, nel campo assolutamente essenziale della fede in Gesù Cristo, si trova nella successione dei concili di Efeso (431) e di Calcedonia (451): il primo aveva talmente sottolineato la divinità di Gesù che molti cristiani, e non dei minori, si trovavano a disagio in questo radicalismo e reclamavano una formulazione cristologica più equilibrata, dove “figlio di Dio” e “figlio dell’uomo” si rapportassero meglio. Una “formula di unione” (433) tra i due campi non è riuscita a riportare la pace; allora un nuovo concilio ha proposto con autorità per tutte le Chiese la redazione divenuta classica: una persona divina unica, due nature complete, divina e umana. Per la verità, il concilio di Calcedonia non è riuscito a fare concretamente l’unità! Ci sono state e sempre ci sono, Chiese calcedonesi e non calcedonesi. Di recente, dopo 1500 anni dunque, un accordo è stato  raggiunto tra tutte le Chiese, non su una terza formula che farebbe l’unità, ma sulla legittimità di formule diverse, che mettono in modo diverso l’accento sulla realtà del Cristo, ma non si escludono reciprocamente, anzi si riconoscono e si confermano.

Così oggi, certi circoli della Chiesa d’Occidente non si sentono a loro agio nello stile liturgico che si è stabilito dopo il concilio Vaticano II. Le loro ragioni sono diverse come d’altronde le loro sensibilità. I motu proprio pubblicati dai papi Giovanni Paolo II e Benedetto XVI hanno cercato di ammorbidire la disciplina liturgica per permettere ad altre sensibilità di esprimersi – cosa che non ha d’altronde placato le tensioni né procurato una “pace liturgica” universale. Occorre andare più lontano e riformare o rifondare la liturgia di Paolo VI perché una nuova forma globale dei testi e dei riti corrisponda meglio sia alla continuità della tradizione, sia alla verità dei simboli, sia alla fedeltà dottrinale? Direi innanzitutto che sono abbastanza scettico sulla possibilità di costruire o ricostruire una liturgia che raccolga il consenso unanime. Appartengo a una generazione nella quale si studiavano a scuola le opere di Boileau e ho conservato la memoria del «Lutrin» dove al tempo degli alessandrini il poeta prende in giro i canonici che dissertano su questioni di liturgia. La storia (e non solamente liturgica) ci insegna che l’unanimità si può realizzare solo nella gestione consentita e generosa di diversità irriducibili, al termine della quale apparirà che le divergenze non nuocono all’unità, ma sono facce diverse di una verità troppo larga per essere racchiusa in qualche sistema.

Se bisognasse tuttavia intraprendere una “riforma della riforma”, mi sembra essenziale che sia condotta con la stessa onestà e rigore che hanno segnato la riforma di Paolo VI. Il concilio Vaticano II ha cominciato i suoi lavori con una costituzione sulla riforma, giustamente, della liturgia, firmata prima dal papa e poi da tutti e da ciascuno dei vescovi. Poi il papa ha preso pubblicamente delle misure per la realizzazione concreta di questa riforma. Ha incaricato ufficialmente un “concilium” (consiglio); i nomi dei suoi membri sono stati resi pubblici, come pure quelli dei responsabili, che dovevano guidare i lavori. Questi sono stati in carica cinque anni; sono stati anni difficili e se non tutti gli accordi, almeno un numero importante di essi hanno dato luogo a controversie forti all’interno del Concilio, fino a che non si è arrivati a decisioni se non soddisfacenti per tutti, per lo meno accettabili da tutti. Una volta prese le decisioni,  la costituzione della Congregazione per il culto divino non è stata facile e non ha soddisfatto tutti. Senza la costante attenzione del papa e la sua volontà determinata che vi si giungesse, non si sarebbe certamente arrivati a niente. In ogni caso, ciò a cui si è arrivati è stato sancito da lui. Credo quindi che coloro che si sono ben presto opposti a questa riforma non abbiano riflettuto abbastanza sul suo peso, direi, “dogmatico”: se un concilio legittimamente convocato decide una riforma riguardante la preghiera quotidiana della Chiesa e ne definisce i termini; se un papa, che ha per questo autorità soprannaturale, avvia questa riforma; se una commissione viene formata e arriva, superando ogni ostacolo, a un accordo che il papa ha aiutato a raggiungere e che promulga, chi può permettersi di opporvisi immediatamente? A mio avviso, vi è stato qualcosa nell’ordine del peccato contro la presenza dello Spirito nel Concilio e nella Chiesa come l’ha stabilita Gesù Cristo.

Checché ne sia, se occorresse operare una riforma della riforma di Paolo VI, bisognerebbe, mi sembra, seguire la stessa procedura “sinodale”. Sarebbe importante che papa Francesco annunciasse in un documento reso pubblico la partenza di questa riforma per conoscere i termini esatti di ciò che desidera e ordina, in particolare la maniera di “regolarizzare” la dualità delle forme liturgiche. Bisognerebbe poi che le Chiese particolari si pronunciassero: in realtà, coloro che si oppongono alla liturgia di Paolo VI hanno fatto molto rumore da cinquant’anni, ma quanti sono e che cosa chiede il popolo di Dio nel suo insieme? Una consultazione degli istituti di liturgia dei diversi paesi del mondo sarebbe benvenuta. Resterebbe da vedere se un sinodo propriamente detto sarebbe utile a questo punto. In ogni modo, un organismo dovrebbe essere creato per preparare questa riforma, la cui missione dovrebbe essere precisata e i membri resi noti. Sarebbe bello sapere come il papa stesso, su una questione così essenziale per la vita della Chiesa, interverrebbe nei lavori (come, per esempio, fa con il comitato dei nove cardinali che preparano la riforma della curia) e in quale momento darebbe l’approvazione, subito o mediante la convocazione di un sinodo.

Non sono naif o ingenuo. Un tale sinodo sulla liturgia non metterebbe d’accordo tutti come al tempo del concilio di Calcedonia, ma si può almeno sperare che possa fare più l’unanimità dei cristiani che celebrano la liturgia latina, perché il lavoro del 1970 sarà stato onestamente ripreso; in ogni caso, toglierà ogni legittimità ai conflitti attuali perché uno sforzo onesto che impegna tutta la Chiesa e condotto nella fede all’agire dello Spirito Santo sarà stato fatto.

(Testo raccolto da Francesco Strazzari)

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