Mercoledì santo

di: Franco Mosconi

“Non ho sottratto la faccia
agli insulti e agli sputi”
(Is 50,6)

Il terzo canto del servo, letto già nella Domenica delle Palme, viene riproposto oggi in una versione più lunga.

La fiducia in Dio permette al servo di superare la crisi e di sfidare gli avversari: è questo l’aspetto nuovo, omesso nella versione più breve.

Ho presentato il dorso ai flagellatori … non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi. Il Signore mi assiste, per questo non resto confuso” (vv 6-7).

Si vede come il tema della sofferenza incomincia a venire in primo piano. Questo terzo canto è un salmo di fiducia, di quelli che si trovano a volte nelle profezie di Geremia.  Il servo di JHWH va collocato nel contesto dei profeti che soffrono.

I profeti sono persone che annunciano la Parola di Dio, e quindi sono i messaggeri del Signore, ma sono messaggeri coinvolti da quello che annunciano; sono trafitti dalla parola che dicono agli altri.

È una parola di giudizio? Questa parola di giudizio cade prima su di loro. Annunciano la sofferenza? Ricade su di loro per primi.

Questo vale per il servo di JHWH che viene trascinato dalla Parola di Dio ad essere una parola  personale, una persona che è diventata parola, che è diventata manifestazione della volontà di Dio. Dio l’ha plasmata come persona : ”Ogni mattina fa attento il mio orecchio perché, io ascolti come gli iniziati”.

Parla perché prima ha ascoltato. Trasmette consolazione perché prima ha ricevuto consolazione dal Signore.

Il servo di JHWH  ha conosciuto la persecuzione, l’oppressione, la sofferenza: “Ho presentato il dorso ai flagellatori, la guancia a coloro che mi strappavano la barba; non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi

Quindi ha conosciuto la sofferenza e l’umiliazione. Eppure in mezzo alla sofferenza e all’umiliazione ha mantenuto la sua sicurezza e la sua speranza: ”Il Signore Dio mi assiste, per questo non resto confuso, per questo rendo la mia faccia dura come pietra, sapendo di non restare deluso .. ecco il Signore mi assiste: chi mi dichiara colpevole?” (vv 7-9).

Tradotto vuol dire: in tutte le situazioni di tribolazioni in cui posso trovarmi, ho un difensore e un protettore: Dio. Questo mi basta. Non ho bisogno di altro che questo. Se il Signore mi assiste non resto confuso.

L’opposizione degli uomini può fare male, anzi fisicamente fa molto male : (”ho prestato il dorso ai flagellatori”), ma non riesce a spezzare la resistenza interiore di questo servo, anzi la protezione del Signore lo colloca di fronte agli altri come invincibile: ”rendo la mia faccia dura come pietra, sapendo di non restare deluso”.

Dura come pietra vuol dire che gli insulti o gli sputi non gli fanno cambiare scelta, non lo ripiegano dentro alla difesa di sé, non lo rendono impaurito  e timido.  Ha vicino il Signore che gli rende giustizia; ogni oppositore gli appare insignificante. “Il Signore Dio mi assiste: chi mi dichiarerà colpevole?”.

Queste parole le possiamo vedere nell’esperienza del Signore, in quel cammino di passione di fronte al quale Gesù non si è tirato indietro, ma è rimasto perseverante, fedele nel compimento della volontà del Padre.

Quelle medesime parole sono usate da s. Paolo nella lettera ai Romani, in riferimento ad ogni credente: ”che diremo dunque in proposito? Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? Egli che non ha risparmiato il proprio figlio, ma lo ha dato per tutti noi, come non ci donerà ogni cosa insieme con lui? Chi accuserà gli eletti di Dio? Dio giustifica. Chi condannerà? Cristo Gesù che è morto, anzi che è risuscitato, sta alla destra di Dio ed intercede per noi? (Rom 8,31-34).

Se queste sono le parole del terzo canto del servo di  JHWH – chi condannerà? Chi potrà condannare colui che è stato redento e salvato e protetto dall’amore di Dio in Gesù Cristo? – allora deve scaturire una sicurezza grande che permette al servo di rimanere fedele alla sua missione e che permette al credente di rimanere fermo nell’obbedienza a Dio, nella fiducia in Dio.

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