Venerdì santo

di: Franco Mosconi

Li amò fino alla fine (Gv 13,1)

Il drammatico supplizio della croce ha spesso indotto i predicatori del passato a insistere in modo eccessivo sugli aspetti cruenti della passione di Gesù. Da questa predicazione sono derivate immagini, rappresentazioni popolari e alcune devozioni in cui si esasperava la violenza dei colpi della flagellazione ed il sadismo dei soldati.

I Vangeli si muovono in tutt’altra prospettiva. Sono molto sobri nel raccontare gli orrendi tormenti inflitti a Gesù. Il loro obiettivo non è impressionare o commuovere i lettori, ma far comprendere l’immensità dell’amore di Dio che si è rivelato in Cristo.  I Vangeli non si attardano sulle sofferenze perché la passione che presentano non è quella del patire, ma la passione d’amore.

Vorrei mettere in luce l’ambigua persistenza di un modello doloristico che pone nella sofferenza la ragione della salvezza dell’uomo. Ci sono diverse variazioni su questo tema. Le più classiche sono quelle che interpretano la sofferenza di Cristo come prezzo versato per il riscatto dell’uomo, o come una soddisfazione offerta a Dio per la riparazione delle offese dei peccati umani.

Gesù non ci ha salvato perché ha sofferto, ma perché ha continuato ad amare, a perdonare, a rivelare la misericordia di Dio mentre gli uomini lo conducevano alla morte. Quindi in Cristo il peccato è punito, ma la redenzione non viene dalla punizione inflitta da Dio al suo Cristo, bensì dall’amore del Padre per il suo Figlio sofferente.

Occorre liberare la redenzione da ogni meccanismo di punizione. La terminologia relativa al castigo per il peccato non si adatta bene all’azione di Dio. La redenzione è un atto positivo attraverso il quale Gesù immette nella storia una nuova modalità di affrontare la vita e la morte.

Egli predicava che l’odio si vince amando, che la violenza si controlla portandola serenamente, che il male si sconfigge avvolgendolo di bene, mettendo in moto, cioè, dinamiche di vita, opposte a quelle diffuse dal male. Questo era il progetto di Dio a cui Gesù si era impegnato di rimanere fedele. E quando la bufera dell’odio e della violenza lo ha travolto, non si è sottratto, ma ha continuato ad amare e a perdonare, compiendo così la volontà del Padre

Gesù ha insegnato a investire il male con dinamiche positive in modo da annullare le spinte disgregatrici per diffondere, all’opposto, energie vitali. La passione di Cristo non è quindi il luogo della punizione divina, ma l’ambito che la misericordia di Dio apre al futuro dell’uomo quando questi resta fedele all’amore, all’ “amatevi come io vi ho amato”.

Non siamo più noi che andiamo a Dio nella nostra tribolazione, è Dio che viene a noi nella nostra tribolazione.

La croce è la parola che ci dice fino a dove è arrivato questo venire di Dio verso di noi: fino al nostro inferno, fino alla nostra assenza di Dio, fino a svuotare l’inferno. Gesù l’ha svuotato sulla croce.

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