13 maggio: Francesco e Giacinta “santi”

di: Conferenza episcopale portoghese

La Chiesa che è in Portogallo è nella pienezza della gioia e rende grazie a Dio per la canonizzazione dei beati Francesco e Giacinta Marto in programma il prossimo 13 maggio, durante il pellegrinaggio presieduto da papa Francesco. Le loro vite ci invitano alla docilità allo Spirito del Signore risorto, all’attenzione sollecita verso l’umanità e ad un impegno fedele che rispecchi il volto misericordioso di Dio.

beati Francesco e Giacinta Marto

La Chiesa si rallegra per la santità

Nella celebrazione del centenario delle apparizioni della Madonna, la canonizzazione dei beati Francesco e Giacinta Marto viene a confermare che il messaggio di Fatima è un itinerario pedagogico per il discepolo di Cristo che cerca di conformare il suo cuore a quello del Maestro. Esultiamo, pertanto, per l’abbondanza della grazia di Dio, che si manifesta nella fragile vita di questi due umili Pastorelli. Avvolti nell’affettuosa e materna luce di Maria, modello dei piccoli e dei poveri, essi sperimentano la tenerezza e la forza dell’abbraccio amoroso di Dio, che umilia i superbi e innalza gli umili, facendo risplendere nella testimonianza della loro breve esistenza la sublime e perenne gloria della santità.

Vite vissute sulle note del Magnificat

In questa felice occasione, sarà spiritualmente fecondo rileggere le Memorie di Suor Lucia e le altre testimonianze scritte sull’esperienza spirituale dei due Pastorelli, che fanno parte della tradizione viva della Chiesa.

Percorrendo di nuovo la vita di Francesco e di Giacinta, ci rendiamo conto di come lo Spirito Santo abbia suscitato, protetto e fortificato il cuore infantile, incantato e semplice, con cui ciascuno di loro ha contemplato, assimilato e riflesso su di sé l’immagine di Cristo.

Frutto di questa apertura allo Spirito, riconosciamo nell’esperienza spirituale di Giacinta una generosa imitazione di Cristo «nascosto» e silenzioso. Essi, che erano i “veggenti” della misericordia di Dio, l’hanno assunta in modo tale che, attraverso la limpidezza della loro vita sincera, mostrano il volto della misericordia.

Francesco Marto è nato l’11 giugno 1908 ad Aljustrel, nello stesso luogo della parrocchia di Fatima dove è nata Giacinta Marto, sua sorella, il 5 marzo 1910. Nel 1916 essi, insieme alla loro cugina Lucia di Gesù, hanno visto, per tre volte, l’Angelo della pace. Tra maggio e ottobre 1917 sono stati visitati dalla Vergine Maria, la Signora del Rosario.

A partire da questa ineffabile esperienza, le loro vite si trasformano fino ad essere completamente centrate in Dio: i fanciulli, invitati ad adorare il mistero della Trinità, vivono avvinti dal volto di misericordia del Padre; invitati ad offrire la vita per il bene dei fratelli, mai e poi mai trascureranno quanti hanno maggiormente bisogno, i peccatori; invitati a consacrarsi a Dio, nello stile del Cuore Immacolato di Maria, vivranno le loro brevi vite con l’intensità del Magnificat.

Dopo aver dedicato i loro giorni all’amore a Dio, al Cuore Immacolato di Maria, al santo padre e a tutti i fratelli, in modo particolare ai peccatori, Francesco viene a mancare il 4 aprile 1919 e Giacinta il 20 febbraio 1920.

L’esempio di Francesco e di Giacinta interpella la Chiesa

Come recentemente abbiamo ricordato, in vista del centenario delle apparizioni di Fatima, «per i Pastorelli, il cuore della Signora era il santuario del loro incontro con Dio (…). La misericordia di Dio, il palpitare del suo cuore di fronte ai peccatori e agli sventurati, trova un’icona privilegiata nel cuore di Maria» (cf. CEP Fàtima, sinal de esperança para o nosso tempo, n. 10). Alla luce del cuore materno della Vergine, «figura della Chiesa nell’ordine della fede, della carità e della perfetta unione con Cristo», Francesco e Giacinta fanno, nella loro spiritualità, una sintesi di ciò che la Chiesa è continuamente chiamata ad essere: contemplativa e ricca di compassione.

Il profilo spirituale di Francesco è caratterizzato dall’appello all’adorazione e alla contemplazione. Appena gli era possibile, si appartava in un luogo isolato per pregare da solo, passando lunghe ore nel silenzio della chiesa parrocchiale, vicino al «sacrario», per tener compagnia a «Gesù nascosto».

Nella sua intimità, Francesco scopre un Dio rattristato davanti alle sofferenze del mondo, soffre con lui e desidera consolarlo. Evidenzia così che la vita di preghiera si alimenta nell’ascolto attento del silenzio, luogo dove Dio parla.

Francesco si lascia abitare dalla presenza inafferrabile di Dio – «Sentivo che Dio era in me, ma non sapevo come egli fosse» – ed è a partire da questa presenza che egli accoglie gli altri nella sua preghiera. La sua vita di fede è una vita di contemplazione di Cristo «nascosto».

Il profilo spirituale di Giacinta è caratterizzato dalla sincera generosità della fede. Nelle piccole cose della sua vita semplice di bambina, Giacinta offre tutto come dono riconoscente al cuore di Dio, in favore dell’umanità. Spesso esprimeva il suo desiderio di condividere l’amore ardente che sentiva verso i cuori di Gesù e di Maria, che la faceva crescere nell’attenzione ai peccatori.

Tutti i minimi particolari della sua giornata, incluse le contrarietà della sua malattia, erano motivo di offerta a Dio per la conversione dei peccatori e per il santo padre. Nelle sue memorie, sua cugina Lucia dice di lei che pregare e soffrire per amore «era il suo ideale, era ciò di cui parlava».

Il mistero di Dio come orizzonte definitivo

Il mistero di Dio, che i bambini sperimentano nelle apparizioni dell’Angelo e di Nostra Signora, li segnò in modo tale essere affascinati dalla bellezza dell’amore di Dio, il quale aveva risvegliato in loro un desiderio profondo di cielo, un anelito ardente di stare con Gesù vivo e con la Mamma del Cielo.

Molto rapidamente la loro attitudine contemplativa apparve evidente a tutti: la volontà di stare sempre con il Signore portava Francesco a ricercare spesso la preghiera personale, fatta in ginocchio, molte volte nascosto dietro ad un muro o nelle vicinanze. Pure in Giacinta è evidente questo desiderio. Ciò che lei subito raccontò ai suoi genitori, dopo la prima apparizione di Nostra Signora, fu la promessa che la Signora l’avrebbe presa con sé, in Cielo, con Francesco.

Nelle Memorie di Suor Lucia si coglie esplicitamente la coscienza dei cugini per i quali, anche se le difficoltà da affrontare fossero loro costata la vita, non sarebbe stata una perdita, perché li attendeva il Cielo.

Chiamati ad una preghiera ininterrotta

Questa sete di Dio è alimentata dalla vita di preghiera alla quale sono costantemente invitati dalla Signora del Rosario. Fedeli a questa richiesta, Francesco e Giacinta avevano scoperto nella preghiera l’espressione privilegiata dell’amicizia con Dio e dell’affetto verso quanti vivono lontanoi da lui, come si coglie nella frequente preghiera di intercessione per la pace nel mondo e nella preghiera insegnata dall’Angelo: «Mio Dio, io credo, adoro, spero e vi amo. Vi chiedo perdono per quanti non credono, non adorano, non sperano e non vi amano». Con questo sentire, Francesco e Giacinta invitano la Chiesa a pregare senza sosta, nella certezza che l’efficacia della sua missione dipende da questa relazione intima con Dio.

Chiamati  ad una vita eucaristica

L’anima orante dei Pastorelli si lascia affascinare particolarmente da Cristo eucaristia, che Francesco chiamava «Gesù nascosto». La sua ansia di contemplarlo, di entrare in comunione con lui e di imitare il suo stile di “autonascondimento” segna totalmente la sua vita. Il suo desiderio dell’eucaristia sfocia nel pianto quando il parroco gli impedisce di fare la prima comunione, a causa delle sue frequenti distrazioni – “contemplative” – durante il catechismo.

Ma è stato in questo modo che lo Spirito Santo lo ha preparato alla sua prima e ultima comunione, finalmente ricevuta in casa il giorno prima di morire. In questo istante di grazia, mentre il bambino riceveva l’eucaristia, più radicalmente era Cristo che lo “assimilava”, cioè che “lo rendeva somigliante” a sé, morto per la remissione dei peccati e per la riconciliazione degli uomini con Dio.

Contemplando questo modello semplice di vita eucaristica, i bambini di oggi potranno imparare ad amare, invocare e contemplare Nostro Signore “nascosto” sotto i segni del pane e del vino consacrati.

L’esperienza eucaristica dei Pastorelli si rivela luce per i genitori, i catechisti e le comunità cristiane, nella missione di aiutare i bambini a prepararsi con cura alla prima comunione, partecipare alla celebrazione e all’adorazione eucaristica, con espressioni adatte alla loro età.

Una coerente testimonianza di fede

La testimonianza di fede di Francesco e Giacinta porta il sigillo della risposta fedele all’amore che parlò ai loro cuori. Nonostante la loro tenera età, quando sono stati forzati a negare le apparizioni o a rivelare ciò che era stato loro confidato come segreto, essi sono rimasti fedeli alla verità, accettando la sofferenza che ne conseguiva.

Il loro esempio dimostra che si può dare testimonianza di fede in Cristo in qualsivoglia condizione di vita: di bambino, di adulto o di anziano; si sia estroversi o timidi; nell’areopago della colta Atene del primo secolo, o nel territorio di Aljustrel dell’inizio del secolo scorso, o oggi, nel mondo globale.

Serva questo esempio da incentivo ad una pastorale capace di rivelare, fin dall’infanzia, la bellezza della vita in Dio e l’esigenza dell’impegno che ne consegue.

La cura dei più vulnerabili

L’offerta della loro vita a Dio includeva, per Francesco e Giacinta, la cura dei più fragili.

È questa una caratteristica dei suoi discepoli, che ha interpellato la Chiesa lungo tutto l’ultimo secolo e che è stata significativamente assunta nella vita del Santuario di Fatima, come spazio di accoglienza.

Recentemente ricordavamo «l’attenzione che si dà, a Fatima, alle persone maggiormente vulnerabili e fragili – ai bambini, ai malati, agli anziani, alle persone con handicap, ai migranti – che, in questo luogo e nella sua proposta spirituale, incontrano ospitalità, cura, orientamento di vita ed energia».

Quando questi nostri bambini si sono ammalati, hanno incontrato nella malattia un luogo di identificazione con Cristo e, come lui, hanno offerto le loro sofferenze per il bene degli altri. E fu anche il desiderio dell’incontro definitivo con Nostro Signore e Nostra Signora che li confortò durante l’agonia.

Ecco il modello di una vita vissuta autenticamente sullo stile di Cristo per i nostri malati che, vivendo la medesima esperienza del dolore, cercano di prendere parte «ai medesimi sentimenti che erano in Cristo» (Fil 2,5), Servo sofferente.

La famiglia e l’educazione alla santità

La vita cristiana di Francesco e di Giacinta nasce in un cuore infantile, senza istruzione scolastica, al punto che, nell’apparizione del 13 giugno, la Vergine chiese loro di imparare a leggere. Essi avevano accesso ai misteri della vita cristiana attraverso la tradizione viva della Chiesa, che ha nella famiglia uno dei soggetti più importanti di trasmissione, come canta il salmo 78: «ciò che abbiamo udito e imparato e che i nostri antenati ci hanno trasmesso non lo terremo nascosto ai loro discendenti; tutto racconteremo alle generazioni future: la gloria del Signore e la sua potenza, e le meraviglie che egli ha fatto» (Sal 78,3-4). Come dice papa Francesco, «la famiglia è il luogo dove i genitori diventano i primi maestri della fede per i loro figli».

La santità di Francesco e di Giacinta chiama la Chiesa alla conversione

Nei due millenni di storia della Chiesa, Francesco e Giacinta Marto sono i primi bambini non martirizzati, ad essere dichiarati modello di santità, dopo aver costatato la maturità della loro fede e della loro vita cristiana. Si realizza così il Vangelo che offre il Regno a coloro che sono come bambini nella semplicità, nella fiducia e nella speranza proprie dell’infanzia.

Il riconoscimento della vita santa di queste «due lampade che Dio ha acceso per dar luce all’umanità nelle sue ore cupe e senza pace» è un bene prezioso per la Chiesa. Ecco l’essenziale che dobbiamo imparare da Francesco e da Giacinta: ciascuno di noi è chiamato a lasciarsi convertire ad immagine del bambino che si affida pienamente all’amore con cui il Padre sostiene la nostra vita. La fiducia totale e disponibile con cui i Pastorelli hanno risposto all’invito della Signora del Rosario – «Volete offrirvi a Dio?», «Sì, lo vogliamo!» – dev’essere il motore della vita di tutti i cristiani.

Come insegna il concilio Vaticano II, «la Chiesa che, pur avendo peccatori nel suo seno, al tempo stesso è santa e ha sempre bisogno di purificazione, esercita continuamente la penitenza e il rinnovamento». Commovente, a tal proposito, è la coscienza profonda dei Pastorelli sulla gravità del peccato e delle sue conseguenze, come pure il loro impegno semplice e generoso in favore della riconciliazione dei peccatori e della pace nel mondo.

È in questo clima – di continuo appello alla conversione della Chiesa – che siamo invitati a guardare l’esempio di vita di queste creature, consapevoli della semente di fede, di speranza e di amore che essi seminano nella storia umana: il loro esempio di vita «si è irradiato e moltiplicato in gruppi numerosi su tutta la superficie della terra (…) che si sono votati alla causa della solidarietà fraterna».

Testimoni della misericordia di Dio, Francesco e Giacinta continuano ad essere fermento nella storia con la forza della carità che trasforma i cuori.

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