Preti col cuore di Francesco

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Il prete secondo Francesco: parla ai vescovi italiani riuniti e va diretto al cuore delle questioni, dice con chiarezza i preti che si aspetta. Preti che, come Mosè, si avvicinino al fuoco che brucia le ambizioni di carriera e potere. Preti la cui la spiritualità non diventi intimismo religioso autoreferenziale. Preti che non si scandalizzino delle fragilità altrui perché consapevoli di essere a loro volta dei paralitici guariti. Preti per i quali il popolo di Dio sia grembo, famiglia e casa. Preti che non hanno missioni da compiere, ma che sono missionari nel loro intimo. Preti costruttori di comunità, attivatori di relazioni in questo tempo povero di amicizia sociale, quest’ultimo aspetto è «criterio decisivo di discernimento vocazionale»: se tali hanno da essere i preti di domani, è chiaro il messaggio su come e a che cosa formare i seminaristi di oggi.

E noi che siamo preti già da un bel po’ di anni, noi che corriamo da una parrocchia all’altra perché siamo sempre meno? Noi che non sappiamo deciderci tra la preoccupazione di tenere in piedi i muri delle chiese e il progetto di comunità fatte di quelle «pietre vive» che sono le persone? E i preti giovani che noi anzianotti fatichiamo a capire, che vengono da percorsi ecclesiali – ma anche familiari e formativi – assi diversi dai nostri? E come conciliare e armonizzare modi e forme diverse di vivere il dono di sé?

Cosa lasciare, cosa tenere

A me sembra, prima di addentrarmi in altre considerazioni sul breve e incisivo discorso rivolto all’assemblea della CEI e dopo averlo riletto alla luce delle tre meditazioni proposte per il Giubileo dei preti il giorno del Sacro Cuore, che anche qui Francesco stia applicando il criterio dell’Evangelii gaudium (il documento-base del suo programma e «sogno» di Chiesa) secondo cui «il tempo è superiore allo spazio», per cui «dare priorità al tempo significa occuparsi di iniziare processi più che di possedere spazi». Traduzione per le Chiese che sono in Italia: non è più tempo di «una pastorale di conservazione, che ostacola l’apertura alla perenne novità dello Spirito». Chiara e inderogabile conseguenza: «Mantenete soltanto ciò che può servire per l’esperienza di fede e di carità del popolo di Dio».

A partire da questa affermazione, in tanti si sono industriati a fare il conto di che cosa bisogna tenere o lasciare, a cominciare da edifici, strutture, burocrazia. Anche questo andrà fatto, ma soprattutto bisogna ripartire da ciò che il papa indicò al convegno ecclesiale di Firenze: umiltà (con relativa denuncia per «l’ossessione di preservare la propria gloria, la propria ‘dignità’, la propria influenza»), disinteresse e beatitudine.

Per la gente, in particolare per tanti giovani sempre più distanti da noi, e anche per i “lontani” di vario tipo (dagli indifferenti agli ostili), noi preti siamo e appariamo prima di tutto umili, disinteressati e beati (cioè gioiosamente “realizzati” per quello che siamo e facciamo)? Di che cosa ci dobbiamo sbarazzare per essere più credibili e soprattutto per rendere – attraverso di noi – interessante e bella la Buona Notizia? Si ha un bel dire sull’ecclesiologia di comunione, sul ruolo e la responsabilità dei laici (di chi è la colpa se sono assenti o poco coinvolti?), sta di fatto che la Chiesa continua a essere identificata col «personale ecclesiastico».

Per i preti, una “benevola indifferenza”

Nella recente circostanziata ricerca curata dall’Istituto Toniolo dell’Università cattolica (R. Bichi e P. Bignardi: Dio a modo mio – giovani e fede in Italia, ed. Vita e Pensiero) si evidenzia come, per i giovani, il prete sia, da una parte, colui che «conserva un alone di mistero che suscita in alcuni una certa ammirazione», però la sua scelta appare «anacronistica… inspiegabile, impensabile, inimmaginabile… incomprensibile, soprattutto quando vedo figure molto giovani»; emerge «una rappresentazione della vita del prete piuttosto cupa, schiacciata dalla frustrazione per le privazioni imposta dal ruolo e scoraggiata dall’indifferenza che respira attorno a sé».

Anche prescindendo dall’enfasi sulla pedofilia e altri scandali che condizionano fortemente l’immagine del prete nell’opinione pubblica, per molti giovani «vi sono ben poche tracce della rappresentazione tradizionale del sacerdote», c’è scarsa consapevolezza su dove e come «si gioca la sua identità e l’autenticità del ministero».

Paola Bignardi, ritornando sulla ricerca da lei curata, scrive che: «alla figura del prete… i giovani guardano con benevola indifferenza. Non riuscirebbero a immaginare una Chiesa senza preti, e tuttavia non ne capiscono la funzione. A meno che qualcuno abbia mostrato sacerdoti capaci di vicinanza, attenzione, disponibilità a entrare in una relazione dialogica e personale. A questo atteggiamento di distanza e di freddezza si sottrae la figura di papa Francesco, verso il quale i giovani mostrano una grande ammirazione e di cui avvertono il fascino… lo sentono come un riferimento affidabile e sicuro. I motivi? La sua vicinanza ai poveri, l’immediatezza del suo linguaggio, il suo impegno per la pace, la ricerca di incontro con le altre religioni» (cf. Avvenire del 24 maggio 2016).

Campanelli d’allarme

È reale o fittizia, frutto di ignoranza e preconcetti oppure attendibile e sanamente provocante la distanza rilevata tra Francesco e il «prete medio»? Credo che, insieme con i nostri vescovi, noi preti italiani non possiamo rimandare un serio esame di coscienza collettivo, pena il risultare sempre più marginali e irrilevanti, confinati in una sfera sacrale che non incide sulle idee e il vissuto della gente. Non è questione di «immagine», è in gioco il significato del Vangelo per il presente e il futuro del nostro popolo. Campanelli d’allarme sono già risuonati, da La prima generazione incredula di don Armando Matteo a Quel che resta dei cattolici del sociologo Marco Marzano (un non credente critico e talvolta irritante ma, a mio parere, onesto), però stentiamo a individuare la giusta contraria alla crescente secolarizzazione e alla sua deriva post-moderna. Le crescenti incombenze gestionali, l’appiattimento sul «si è sempre fatto così», la paura di uscire in mare aperto sono il freno a mano quasi sempre tirato con cui viaggiano parrocchie, diocesi, conventi, ordini religiosi.

Solo qualche esempio della nostra progressiva inadeguatezza di fronte alle sfide del presente: siamo meno preti e più vecchi, anche molte parrocchie medio/grandi non hanno più il viceparroco giovane dedicato soprattutto ai giovani; la titolarità di più parrocchie in capo a un solo parroco sono una realtà, mentre le unità pastorali restano spesso belle intenzioni prive di reale progettualità; preti stranieri non sempre adeguatamente inculturati, che spesso importano stili di Chiesa diversi col risultato di enfatizzare i momenti cultuali a scapito di quelli dialogici; preti giovani non sempre a loro agio nella pastorale esistente, che provengono da percorsi spirituali, ecclesiali e umani assai diversificati e per i quali la formazione nei seminari pare più propensa ad aggiungere materie di esame che ad attivare percorsi esperienziali «abilitanti»…

Cristo, Chiesa, Regno

Lascio a chi legge la possibilità di allungare e modificare l’elenco, e torno all’intervento di papa Francesco alla CEI, alla triplice appartenenza del prete a Cristo, alla Chiesa e al Regno.

La dimensione cristologica comporta il desiderio e l’impegno – senza riuscirci mai, ma provando e riprovando sempre – del dono totale di sé: spenderci per amore, diventare servi della gente e amici del Signore e dei poveri, non evadere ma «abbracciare la realtà quotidiana». Il fatto che tra i giovani la perplessità e la distanza dai preti si accompagni a una sorta di simpatia “a pelle” per questo papa dice il bisogno forse ingenuo, ma certamente genuino, di incontrare non chi predica, ma chi pratica valori evangelicamente rilevanti tra cui la cura dei poveri, la passione per la pace, il dialogo.

L’appartenenza ecclesiale chiede al prete di essere «strutturalmente un missionario». A sostegno di questa consapevolezza, il papa non ha trovato di meglio che rilanciare un monito di Dom Hélder Camara contro l’immobilismo. La prospettiva missionaria (altro modo per dire «Chiesa in uscita») ci interroga sulle priorità pastorali: quanto tempo dedichiamo ai vicini e quanto ai lontani? In che proporzione e relazione stanno la cura di chi è “dentro” e l’attenzione e l’accoglienza di chi è “fuori”? E quelli “dentro” li stiamo educando e attrezzando a prendere il largo, a testimoniare ed evangelizzare non in una logica di conquista, ma lasciando trasparire lo spirito di servizio e la gratuità?

La prospettiva del Regno è per il prete «l’orizzonte che permette di relativizzare… di stemperare preoccupazioni e ansietà, di restare libero dalle illusioni e dal pessimismo». Il Regno non è opera delle nostre mani, è davvero il nostro futuro posto nelle mani di Dio e quindi, per noi, rischio e libertà di scegliere, tagliare e alleggerirci, scommettere sulle persone, sognare una Chiesa aperta: conciliare e sinodale, che include anziché escludere, che dà più voce alle donne, ai poveri, a quelli che la stessa Chiesa aveva emarginato. E che sta nella società come presenza profetica, che si relaziona col potere politico ed economico non in difesa prioritaria dei propri interessi, ma per dare il proprio originale contributo al bene comune, alla giustizia sociale e alla pace.

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