La sposa del diacono

di:

mogli

Il conferimento del diaconato agli sposati ha posto e pone tuttora alcuni problemi – se non altro ai fini di un suo riconoscimento e di una piena consapevolezza delle sue potenzialità – per il fatto stesso che coesistono nel diacono coniugato due sacramenti: il matrimonio per lo stato di vita e, appunto, il diaconato per il ministero conferito con l’ordinazione.

Il discernimento

Sappiamo bene che un corretto discernimento della vocazione comporta un itinerario piuttosto complesso, in quanto dovrebbe coinvolgere la sposa del candidato, la comunità, il suo responsabile, il delegato vescovile per il diaconato e il vescovo, per prevenire ed evitare eventuali autocandidature e, forse ancor più, la presentazione di persone che si ritengano in astratto idonee, ma che non esercitano di fatto alcun ministero nella comunità in ordine all’annuncio della parola di Dio, alla liturgia e alla carità.

Si tratta di attingere al diaconato non secondo la debolezza degli uomini (mi faccio diacono, così posso svolgere funzioni vicine a quelle di un presbitero conservando, però, i benefici che mi vengono dal matrimonio), ma come al patrimonio di grazia di un sacramento da conferire secondo il corretto e responsabile discernimento della Chiesa, che da questo sacramento dovrebbe poi essere arricchita.

Il discernimento personale della vocazione allo stato di vita (verginità o matrimonio) deve precedere quello della voca­zione al diaconato, proprio perché la chiamata della Chiesa al ministero si manifesti nei confronti di chi ha già chiarito – soprattutto a se stesso – la via personale di santificazione da intraprendere.

In tal modo, poiché il diaconato può essere conferito sia ai celibi che agli sposati, condizione per l’ordi­nazione non è di per sé “un certo” stato di vita (come può sembrare il celibato per i preti), ma il suo discernimento definitivo da parte del soggetto interessato.

Fino a qualche tempo fa, era estranea alla mentalità del cristiano la figura di un ministro ordinato che fosse sposato. Chi esercitava il ministero ordinato era solo il celibe, e chi stava sull’altare, vestendo i paramenti sacri, era soltanto il prete. Questa esperienza plurisecolare ha finito anche per condizionare nel subconscio diverse mogli di possibili can­didati al diaconato, che non se la sono sentita di dare il loro consenso per l’ordinazione del proprio marito.

E tutto questo, per una sorta di erroneo radicalismo evangelico che conside­ra la vocazione al dono di sé, alla comunione con Cristo e con la Chiesa, alla povertà, alla carità, non come la consacrazione fondamentale che deriva dal battesimo ed è, quindi, di tutti i cristiani – sposati o meno –, ma come propria soltanto dei preti e dei religiosi, i quali possono dedicarsi con totale disponibilità e libertà al ministero pastorale proprio per il fatto che non hanno operato la scelta personale (e vocazionale) del matrimonio.

Nel matrimonio, diviene visibile l’unione del Cristo con la Chiesa e della sua vita in essa. Ciò che vi è di gran­de in questo mistero è che il matrimonio rivela l’unione del Cristo e della Chiesa e quella dell’umanità con il suo Signore. Tutte le coppie cristiane ricevono la missione di manifestarlo; e le coppie con diaconi in maniera particolare.

Ora, se ogni coppia cristiana ha la missione di manifesta­re questo mistero al mondo, l’ordinazione diaconale dello sposo apporta o no un cambiamento specifico a questa missione?

Due segni di grande importanza

Due segni mostrano che un cambiamento vi è di certo e, al contempo, indicano che non si tratta di un compimento più grande (una sorta di aumento di grado del sacramento del matrimonio), come se quello dei non ordinati fosse incompleto, ma di una cari­ca simbolica supplementare, annessa al carattere dell’ordine, che segue il diacono-sposo.

Il primo segno: secondo la più antica tradizione, in Occidente come in Oriente, colui che è stato ordinato dia­cono non può, se rimane vedovo, risposarsi. La sua spo­sa, invece, se rimane vedova può contrarre un nuovo matrimonio.

Il secondo segno: normalmente, durante un’azione liturgica, il diacono non è più con la sua sposa e i suoi fi­gli nell’assemblea; è nel coro, in vesti liturgiche, per adempiere alla sua funzione dinanzi all’assemblea, anche se mol­te spose, prima di coglierne il significato e gustare l’u­nione più intensa che ne deriva, avvertono questa sepa­razione con un senso di pena.

Uno dei primi significati di questi due segni è che l’ordinazione è personale. Dio si è impossessato di un uomo per ordinarlo: non è la coppia ad essere ordinata. In tal senso, solo lo sposo porta la carica dell’ordine e dei simbolismi che vi sono collegati.

Ma quale simbolismo particolare porta lo sposo in ra­gione della sua ordinazione?

Paolo, allorquando enumera le esigenze da rispetta­re per la scelta dei diaconi, ci mette sulla pista che ci per­metterà di comprendere: «I diaconi siano dignitosi… Allo stesso modo le donne siano dignitose… I diaconi non siano sposati che una so­la volta, sappiano dirigere bene i propri figli e le proprie famiglie» (lTm 3,8.11-12).

In breve: si scelgano uomini conosciuti come buoni mariti e buoni padri di famiglia, poiché meglio è vissuto il matrimonio, meglio si manifesta ciò che è il diacono nella Chiesa.

La sposa del diacono

In questa trasformazione del marito con l’ordinazio­ne, come si pone la sposa?

In primo luogo bisogna considerare il paradosso del matrimonio. L’unione coniugale non può esistere se cia­scuno sposo rimane se stesso. Col sacramento del matri­monio Dio vuole il fiorire delle personalità – quella dello sposo e quella della sposa – in ciò che esse hanno di ma­schile e di femminile e in ciò che realizza ciascuna delle due. E tuttavia, gli sposi non formano che una sola carne: l’unione più intima. Questa unione compie la sua opera facendo in modo che ciascuno dei “con-giunti” si rea­lizzi nella sua personalità per mezzo dell’altro e con l’al­tro. Ciascuno conserva la sua personalità, ma si dispiega grazie all’altro/a e in armonia con lui/lei.

L’esperienza degli sposi è il linguaggio utilizzato da Dio per far percepire il legame tra Lui e il suo popolo. Dio re­sta Dio. L’uomo resta uomo; e tuttavia vi è tra essi un’alleanza, un’unione intima. Questa comunanza nell’amo­re arriva fino alla comunione della divinità e dell’umani­tà in Gesù Cristo, Dio e uomo.

Nel caso dell’ordinazione al diaconato di un uomo sposato, la domanda è: uno degli sposi può essere segna­to da un sacramento senza che l’altro lo sia? Chi è che è segnato dall’ordinazione del marito? La sua persona? La mutua relazione tra gli sposi? Di fatto, ci si domanda, chi è realmente ordinato? Il marito o la coppia?

Cerchiamo di fare chiarezza. Il battesimo, come l’ordinazione, è un sacramento che raggiunge la persona in tutte le sue dimensioni e non è iterabile.

La penitenza è un sacramento personale. Ciascuno dice a Dio come ha personalmente mancato verso di Lui, confessando i suoi peccati personali. Non è la coppia che si confessa. Tuttavia, se colui che riceve il sacramento di penitenza si converte, la sua vita ne risulterà cambiata e ciò non sarà senza conseguenze nella vita coniugale.

Frequentemente gli sposi hanno una pratica eucari­stica differente e succede che l’uno dei due la modifichi. La vita eucaristica di ogni coniuge, infatti, segna l’insieme della vita della coppia.

L’ordinazione pone gli stessi problemi. È uno degli sposi che viene ordinato, e non la coppia: eppure l’ordinazione ri­guarda la coppia nella sua globalità. Uomo e donna sono collocati diversa­mente in rapporto al diaconato, poiché l’ordinazione dello sposo non cambia lo statuto personale della sposa nell’ambito del popolo di Dio; tuttavia, nell’unità co­niugale, la sposa porta con il suo sposo le conseguenze, sulla vita familiare, del cambiamento dello status eccle­siale dello sposo. Occorre tenerne conto.

Anche le ripercussioni dell’ordinazione sulla vita co­niugale possono essere percepite in modi differenti. Possono essere, ad esempio, avvertite come l’apparire di una con­correnza tra vocazione personale o coniugale e vocazio­ne al servizio della Chiesa. Si può avere l’impressione che il diacono, obbedendo alla missione affidatagli dal vescovo, perda la sua libertà e che la sposa perda il marito: molte spose, quando si pre­senta l’eventualità di un’ordinazione, vivono l’ansia dell’intrusione che viene a squilibrare l’andamento fami­liare, di uno sradicamento del loro sposo dal focolare, senza che sia riservato ad esse nella Chie­sa un posto nuovo, che le collochi in rapporto al diaconato dello sposo. Certe mancanze di accortezza, poi, rafforzano tali paure.

All’inverso, queste ripercussioni possono essere vi­ste non come una schiavitù ma una li­bertà nuova offerta alla dilatazione della vocazione co­niugale. L’ordinazione è accolta allora come un dono fatto alla coppia per il servizio a Dio, e come un arric­chimento per la costruzione della propria comunione familiare.

Appare allora che, come non esistono due coppie uguali, allo stesso modo non c’è un modello unico di convivenza per il dia­cono e la sua sposa: ciascuna coppia deve trovare la sua missione e il suo equilibrio nel piano di Dio. Questa ricerca prende in considerazione: l’evoluzione spirituale di ciascuno dei membri della coppia e della famiglia, lo stile personale di ciascu­no degli sposi, la vocazione particolare del marito all’in­terno del sacramento dell’ordine.

Rimane, per la sposa, il problema di “come” collocarsi rispetto all’ordinazione del proprio marito.

In primo luogo il cammino verso il diaconato, come quello verso ogni sacramento, suppone una conversio­ne. Ora, la conversione dona una nuova immagine di sé e di Dio, e le relazioni nella coppia ne vengono modificate, ponendo la necessità di costruire un nuovo equilibrio relazionale. Una tale evoluzione comporta normalmente delle crisi: un combattimento spirituale, con le sue tensioni. Non sempre il cammino spirituale degli sposi è concomitante: devono compren­dersi, sostenersi l’un l’altro e, nella grazia di Dio, essere più uniti.

Secondariamente, va considerata la differenza di sta­tuto tra sposi. Quando il vescovo domanda alla sposa se accetta l’ordinazione del marito e le sue conseguenze nella vita familiare, ella intende spesso il sì che dice allo­ra come un nuovo sì coniugale al suo sposo. Ma non è esattamente questo il senso del consenso che pronuncia: si tratta di una risposta non al marito, ma al vescovo, con la quale ella gli dice pubblica­mente che accetta che il Cristo si impadronisca dello sposo per farne un diacono. Vi è dunque, da parte sua, un certo dono del marito a Cristo, per il servizio della Chiesa. Allora si comprende, come fattore primario di discernimento, che senza il consenso della moglie non si è ordinati diaconi.

L’esperienza permette di affermare che il Cristo do­na alla vita coniugale e familiare dei diaconi una comunione coniugale più grande, e una vita nella grazia più profonda; ma questa comincia irrinunciabilmente con un dono di sé.

Nel momento in cui l’ordinazione del marito condu­ce a ripensare la vita del contesto coniugale occorre evitare un’illu­sione: e cioè il far ricadere sull’ordinazione certe diffi­coltà coniugali non dovute all’ordinazione, ma che la si­tuazione nuova può mettere in evidenza. Per esempio, se vi è poco dialogo nell’andamento familiare, la prospettiva di un’ordinazione e i primi tempi dopo di essa non possono che mettere in evidenza questa difficoltà relazionale. L’esperienza mostra che sovente è questo che si verifica, ma non sarà certo l’ordinazione a risolverlo.

Inversamente, se nella coppia del diacono soprag­giungono delle difficoltà, queste dovranno essere tratta­te come tali: la salvezza del matrimonio resta primaria, ma i contrasti andranno regolati all’interno dello statuto e della missione ricevuta dal marito, poiché il matrimonio egli lo vive con il sacramento dell’ordine. Accade così sia quando la sposa si mantiene indipendente rispetto al mi­nistero del marito sia quando vi collabora in un modo o in un altro.

Ma quali mezzi sono offerti alla sposa per collocarsi corret­tamente?

Possono essere necessarie e oltremodo utili alcune riunioni delle spo­se tra loro, per trattare insieme i problemi comuni. Ma, di fatto, ciò che occorre trattare è il problema della cop­pia. È per questo che, nella pratica attuale, viene propo­sto alle spose dei diaconi di partecipare con i loro mariti alle riunioni e ai ritiri organizzati sia per i candidati al diaco­nato sia, in seguito, per i diaconi. Ricevendo insieme le informazioni su ciò che è il diaconato e i mezzi spirituali che rendono capaci di una decisione libera e ragionevo­le, gli sposi potranno avere un’evoluzione comune e sa­ranno anche meglio disposti a decidere insieme.

D’altra parte, spesso, queste riunioni sono per le spose l’occa­sione di far prendere coscienza ai mariti di questioni che essi non percepivano. Sono anche un mezzo per liberar­le dalla paura che possono avere di andare contro la vo­lontà di Dio se stimano, in coscienza, che il focolare non potrà sopportare il diaconato. Anche le spose, come i loro mariti, devono affrontare un combattimento spirituale per essere disponibili alla volontà di Dio, sia che nel suo disegno sullo sposo vi sia o meno l’ordinazione diaconale.

Tre domande fondamentali

È altresì consigliabile la presenza di un accompagnatore spirituale, per oggettivare i senti­menti interiori e disporre alla decisione. In breve, per dimensionarsi in maniera giusta rispetto all’ordinazione del marito, la sposa dovrebbe affrontare e dare risposta a tre do­mande fondamentali:

  1. «Dio chiama davvero mio marito a essere ordinato diaco­no?». In effetti, la sua situazione di sposa le conferisce un ruolo specifico nel discernimento. Ella partecipa, in coscienza, alla ricerca della volontà di Dio sul marito.
  2. «Sono pronta ad accettare di cambiare vita, se il mio sposo è chiamato da Dio al diaconato?». Questa seconda domanda è indispensabile per assicurarsi di rispondere alla prima nella fede, e non in ragione di qualche paura irrazionale o di qualche egoismo, qualora si pensi che il futuro diacono non sia chiamato da Dio; e, parimenti, per essere certe di non lasciarsi trascinare da qualche entusiasmo, senza avere mi­surato le conseguenze e le esigenze dell’ordinazione sul­la vita quotidiana, qualora si fosse convinte, invece, che il marito sia stato chiamato. In altri termini, la sposa deve chiedersi se è disposta ad accettare l’evoluzione spirituale personale che scaturisce dalla vocazione e dall’ordinazione del marito e, ancora, se è pronta a procurarsi i mezzi che favoriranno il realizzarsi di tale evoluzione in accompagnamento al ministero del suo sposo.
  3. «Come mi porrò, in concreto, di fronte all’ordina­zione e al ministero di mio marito?». Le risposte a quest’ultima domanda sono, legittimamente, mol­to differenti. Non c’è un modello unico che valga per tutte le spose coinvolte.

Ma porsi queste domande, in serena semplicità e nella pace del cuore, rimane una tappa indispensabile nel percorso della coppia verso una relazione piena, per la maggior felicità propria e della Chiesa nella sua missione.

Come ebbe a dire Giovanni Paolo II ai diaconi degli Stati Uniti (Detroit, 19/9/87) – «il contributo che un diacono sposato offre alla trasformazione della vita familia­re. Lui e sua moglie, essendo entrati in una comunione di vita, sono chiamati ad aiutarsi e a servirsi l’un l’altro (cf. GS 48). La loro collaborazione e unità è così intima nel sacra­mento del matrimonio, che la Chiesa chiede il debito consenso della moglie prima che il marito possa essere ordinato diacono permanenteL’arricchimento e l’approfondimento dell’amore sa­crificale e reciproco tra marito e moglie costituisce forse il più significativo coinvolgimento della moglie del diacono nel ministero pubblico del proprio marito nella Chiesa. Soprattutto oggi – continua il papa – questo non è un servizio da poco».

Di grande rilievo, subito dopo, è la sottolineatura che il diacono e la sua sposa, «affrontando con spirito di fede le sfide della vita matrimoniale e le esigenze della vita quotidiana» non solo si pongono come segno di consolidamento della vita familiare nella comunità e nella collettività sociale, ma additano anche alle altre famiglie come sia possibile armonizzare «gli obblighi della famiglia, del lavoro e del ministero nel servizio della missione della Chiesa», e questo si traduce in un «grande incoraggiamento per tutti coloro che sono impe­gnati a promuovere la vita familiare».

Si può, dunque, consapevolmente affermare che la funzione di rinnovamento del diaconato è, soprattutto oggi, congiunta al recupero e alla valorizzazione della dimensione domestica della Chiesa.

  • Enzo Petrolino è presidente Comunità diaconato in Italia
Print Friendly, PDF & Email
Facebooktwitterredditpinterestlinkedintumblrmail

2 Commenti

  1. Angelo Gaiani 26 novembre 2020
  2. Tiziano Civettini 26 novembre 2020

Lascia un commento

UA-73375918-1

Navigando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie. Clicca per avere maggiori informazioni.

Questo sito utilizza i cookie di servizio ed analisi per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Cliccando su "Accetto", acconsenti al loro utilizzo.

Chiudi