Se la parrocchia non diventa comunità…

di: Claudio Galimberti

Claudio GalimbertiDon Claudio Galimberti, parroco responsabile della Comunità pastorale “Santa Croce” di Garbagnate Milanese (MI), interviene sul dibattito sulla parrocchia suscitato dall’articolo di don Gigi Maistrello (cf. Settimananews, prima parte e seconda parte). Lo fa rispondendo ad alcune nostre domande.

– Don Claudio, quali prospettive vede per la parrocchia?

La parrocchia qui da noi è viva. Questa realtà, molto umana, e quindi strutturalmente imperfetta, sta cambiando, ha bisogno di una conversione di tutte le sue componenti.

Il prima passo è trasformarsi da “ente” in comunità/comunione. La parrocchia ha ancora oggi un suo perché e una sua valenza. All’interno di una realtà sociale e culturale da una parte policentrica e dall’altra molto incentrata sull’individuo singolo (egocentrico) la parrocchia si pone come polo attraente e casa accogliente, dove è possibile respirare l’amore, sentire ancora la bellezza del calore umano.

Per operare questo primo passo è importante superare tutte quelle forme di rigidità e di legalismo che talvolta ingessano i rapporti umani.

La parrocchia può essere il luogo in cui ci si ascolta. Oggi si ascolta poco o ci si chiude all’ascolto dell’altro, per fretta, per superficialità, talvolta per arroganza. I tempi molto ristretti che anche i nostri fedeli più “vicini” hanno, fanno sì che i rapporti appaiano talvolta freddi, occasionali, funzionali. Ascoltare è andare verso l’altro nel suo intimo, la dove vuole esprimersi e confidare. Bisogna far crescere in parrocchia la capacità di ascoltare e di ascoltarsi tra le persone.

La terza prospettiva è quella dell’umiltà. La parrocchia deve profumare di famiglia: lì si conoscono le potenzialità ma anche i limiti, le povertà, le proprie “periferie”. La parrocchia ha ancora molto da dire.

– Intravvede dei modi adeguati per farla vivere/sopravvivere decentemente?

Premetto che la nostra realtà è una Comunità pastorale costituita da quattro parrocchie con un parroco e un gruppo di presbiteri , religiosi e diaconi che servono “in solido” una città di circa 30.000 abitanti. Pertanto, è fondamentale il “gioco di squadra” e la stima reciproca per evitare di fossilizzare i ruoli e non sentire più la vocazione al servizio.

L’obiettivo da raggiungere, se non si vuole spegnere l’interesse per la parrocchia, è quello di costruire una comunità-comunione. Non semplicemente una comunità di “utilizzo”, ma un luogo dove si privilegiano le relazioni, al fine di aggregare per diventare comunità. Illuminati dall’ascolto della parola di Dio bisogna sviluppare la disponibilità a un confronto sincero, soprattutto nei Consigli pastorali, che devono essere ambito di dialogo costruttivo e lievito di comunione. Fortunatamente, le parrocchie sanno ancora attrarre e condurre il “gregge” dei fedeli. Una comunione e una solidarietà anche umana e sociale potrebbe diventare il biglietto da visita attraente per chi è credente ma non praticante (e sono tanti che si dichiarano tali).

La Caritas è il punto di riferimento di tante persone che danno e ricevono, costruendo così legami di straordinaria solidarietà La forza della comunione è di stimolo ai non credenti o ai lontani per una riflessione sull’uomo, la città, la vita. Si tratta di portare il Vangelo alle persone con cui ciascuno ha a che fare, tanto ai più vicini quanto agli sconosciuti. È la predicazione informale che si può realizzare durante una conversazione o visitando una casa.

Sarà importante, a questo scopo, creare interessi comuni come la cultura, la genitorialità e la vita di coppia, l’uso dei mass media, la devozione popolare ecc. Per fare questo, rimarco l’importanza strategica dell’accoglienza. Mettersi a servizio delle realtà più fragili e più piccole, attraverso l’accompagnamento e la carità.

I momenti di festa devono essere accompagnati da un’intensa vita liturgica, per educare al sacro e al bello, ma anche da momenti di gioiosa gratuità e di compagnia. Un altro strumento fondamentale e determinante, che la nostra Comunità pastorale ha a disposizione, sono gli Oratori e tutta l’azione educativa a favore dei ragazzi, degli adolescenti e dei giovani, che coinvolge, tra l’altro, un numero grande di famiglie e di volontari.

– Va ripensato il modo di essere del ministro in questo contesto?

La risposta non può essere che .

Un primo segno di riforma del clero deve toccare la sensibilità di ciascun presbitero nel consegnare con fiducia la propria vocazione per il servizio cui è destinato. Per nostra natura noi non aspiriamo a occupare gli ultimi posti e non siamo spontaneamente predisposti al servizio. Eppure l’essere responsabile di comunità mi ha fatto sentire alla pari, bisognoso di tutti e pronto a condividere la quotidianità degli altri. Mi accorgo di come le mie scelte personali hanno sempre una ricaduta sugli altri confratelli. La ricerca della pacatezza dei rapporti trova un cammino serio nel raccontarsi, nel non personalizzare eventuali conflitti, nel non fermarsi al sentito dire, nell’andare insieme in una direzione.

È questa la premessa per cambiare lo stile un po’ personalistico a cui siamo abituati. Non è semplice e strutturale vivere la sinodalità pastorale e umana. La diaconia settimanale e il pranzo insieme o la mensa del parroco aperta ai confratelli, sono luoghi di fraternità che stemperano eventuali e possibili tensioni e aprono al dialogo schietto e alla programmazione condivisa. Suggerisco questa esperienza di fraternità, anche se non si deve trascurare il bisogno di spazi per sé, per prepararsi, per leggere, anche per riposare (in grandi comunità si è sempre in mezzo al frastuono di mille impegni e di mille voci: c’è bisogno anche di silenzio rigenerante).

La gente, poi, si aspetta di incontrare il prete. Non è semplice, ma bisogna dare spazio a questi incontri, anche occasionali, evitando, per comodità di filtrare tutto con segreterie efficienti, che possono svolgere benissimo molti lavori, ma che non devono sostituire la figura del prete.

Un pericolo che si incontra ogni giorno è la fretta. Come metodo è perdente, eppure molte volte ci travolge. Fretta anche nell’ottenere risultati.

Noi preti dobbiamo chiedere al Signore di poter assaporare la bellezza dello stare accanto a lui, sostituendo l’affanno del fare alla serenità del consegnarci a lui. La preghiera non è un atteggiamento o un dovere ma è sostanza della nostra vita.

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