
In un mio precedente articolo (cf. SettimanaNews) ho provato a esporre – senza pretesa di essere esaustivo – cinque piaghe che potrebbero essere all’origine di certi disagi che spesso si vivono nelle nostre diocesi italiane.
La prima di queste è la mancanza di stima tra tutti coloro che vivono il loro credere dentro la chiesa locale. La mancanza di stima non è una piaga clamorosa, come si diceva, è piuttosto simile a un’erosione lenta, quasi impercettibile: uno sguardo che si fa sospettoso, una parola che non viene detta per paura di come sarà accolta, un giudizio che si forma prima ancora di aver ascoltato. Eppure è una piaga che, silenziosamente, svuota le comunità di quell’entusiasmo che nasce quando ci si sente riconosciuti, e che spesso lascia dietro di sé un’amarezza più difficile da curare di un conflitto dichiarato, proprio perché non si manifesta mai apertamente.
Si può curare questa piaga? Credo di sì. Del resto, a differenza di altre forme di vita, noi non siamo determinati e abbiamo sempre la possibilità di rivedere percorsi che sembrano, almeno in apparenza, già definiti. Lo Spirito Santo e la grazia ci possono dare un grande aiuto in questo cammino di guarigione.
Non si tratta, però, di produrre un documento o di convocare un’ennesima assemblea sul tema, ma di introdurre, con pazienza e con costanza, alcune pratiche che permettano alla stima di tornare a circolare tra chi condivide, a titoli diversi, l’amore e la responsabilità all’interno della stessa diocesi.
Propongo otto passaggi. Non sono un programma da applicare in un anno pastorale, ma una direzione di marcia, alcuni tratti dei quali si potranno percorrere subito, altri richiederanno più tempo e più pazienza reciproca. Non sono nemmeno pensati come una lista di compiti da assegnare a qualcuno – al vescovo, al parroco, al consiglio pastorale – quanto piuttosto come altrettanti sguardi da cui una comunità può ripartire, insieme, per riconoscere dove la stima si è indebolita e per che cosa, in concreto, si può fare qualcosa già da domani.
1. Uno spazio regolare di ascolto, non solo emergenziale
Molte volte vescovo, preti e laici si parlano solo quando c’è un problema da risolvere. Per il resto non c’è mai tempo. Questo fa sì che l’incontro sia sempre associato a una difficoltà, e la relazione ne risente: si finisce così per temere l’incontro invece di desiderarlo. Andrebbero invece pensati momenti di ascolto regolari, non legati a un’urgenza, in cui ciascuno possa raccontare come sta vivendo il proprio servizio, cosa lo sostiene e cosa lo affatica. Non sono momenti di verifica del lavoro svolto, ma di attenzione alla persona che lo svolge: la differenza, per chi li vive, è enorme. Un vescovo che chiede a un prete come sta, prima ancora di chiedergli come va la parrocchia, comunica qualcosa che nessun documento potrà mai sostituire. Come dovrebbe fare ogni parroco con i suoi collaboratori e questi con le persone a cui vogliono bene.
2. La trasparenza che previene il sospetto
Molta della sfiducia nasce da decisioni che arrivano senza una motivazione condivisa: una nomina, uno spostamento, la chiusura di un’attività, l’accorpamento di più parrocchie. Anche quando la decisione è giusta, e magari persino inevitabile, il modo in cui viene comunicata determina se sarà accolta con fiducia o con risentimento: la forma, in certi contesti, è contenuto. Spiegare per tempo, quando possibile, le ragioni di una scelta non è un obbligo burocratico né un cedimento a una mentalità puramente contrattuale: è un atto di rispetto che disinnesca il sospetto prima che si radichi. Il silenzio, anche quando non nasconde nulla, viene quasi sempre letto come se nascondesse qualcosa. Non si tratta di sottoporre ogni decisione a referendum, cosa che nessuna comunità reggerebbe a lungo, ma di distinguere tra ciò che compete davvero all’autorità e ciò che invece va condiviso semplicemente perché riguarda la vita di tutti: due ambiti che, quando vengono confusi in un senso o nell’altro, generano immancabilmente sospetto.
3. Riconoscere i carismi
Vescovo, preti e laici non svolgono ruoli intercambiabili, ma questo non significa che alcuni valgano più di altri agli occhi di Dio o della comunità. La stima cresce quando ciascuno può vedere riconosciuto pubblicamente il proprio apporto: il lavoro nascosto di un catechista, la fedeltà quotidiana di un consiglio pastorale, la fatica di un parroco che segue più comunità, l’attenzione di un vescovo che si fa presente anche dove nessuno se lo aspetterebbe. Un grazie pronunciato pubblicamente, una lettera, una parola detta a tempo debito, pesano più di quanto si creda, e costano meno di quanto si immagini: il problema non è mai la mancanza di occasioni per dirle, ma la mancanza dell’abitudine a farlo.
4. Piccoli gesti quotidiani, non grandi eventi
Non serve organizzare un convegno sulla comunione ecclesiale per recuperare la stima: spesso basta una telefonata dopo una giornata difficile, una visita non dovuta, una domanda su come sta andando un progetto, un semplice augurio di buon compleanno. La vita spirituale, ci ricordano i santi, si gioca nei piccoli gesti quotidiani più che nei grandi propositi: vale anche per la vita di comunione ecclesiale, che non si rigenera per decreto ma per abitudine al bene, ripetuta giorno dopo giorno finché non diventa un tratto riconoscibile di una comunità, e non più l’eccezione di qualche persona particolarmente generosa.
5. Uno spazio per nominare le ferite, senza polemiche
Ci sono comunità in cui la sfiducia si è già cristallizzata in episodi precisi, magari lontani nel tempo ma ancora vivi nella memoria di chi li ha vissuti. Evitarli o rimuoverli non guarisce nulla: si limita a rimandare il conto. Ma trasformarli in un processo pubblico, in cui si cerca un colpevole più che una via d’uscita, non guarisce la piaga. Serve un luogo intermedio – un colloquio personale, un consiglio ristretto, un accompagnamento spirituale – in cui la ferita possa essere nominata con verità e senza vendetta, per essere davvero superata invece di essere solo taciuta o, peggio, tramandata alla comunità successiva come un’eredità mai risolta.
6. Formarsi insieme
Spesso preti, laici e vescovi seguono percorsi formativi paralleli che non si incontrano mai, come se la formazione al ministero ordinato e la formazione dei laici riguardassero due Chiese diverse. Prevedere occasioni di formazione condivisa – anche solo un ritiro, lo studio comune di un testo, una giornata diocesana pensata insieme fin dall’inizio e non semplicemente proposta dall’alto a chi dovrà solo parteciparvi – permette di costruire un linguaggio comune, che è la premessa di ogni fiducia duratura. Non si stima davvero chi si conosce solo per sentito dire: una diocesi che investe anche una sola giornata all’anno in una formazione realmente comune, e non semplicemente parallela, comunica che la distinzione dei ruoli non è una separazione delle persone.
7. Custodire il linguaggio
Anche le parole, non solo i gesti, costruiscono o disgregano la stima. Etichette come clericalismo o laicismo, nate per descrivere derive reali, finiscono troppo spesso per essere usate come armi contro l’interlocutore di turno, invece che come strumenti di discernimento condiviso. Lo stesso vale per il modo in cui si parla di un prete o di un vescovo assente, o di un laico impegnato, quando non sono presenti ad ascoltare. Una comunità che si abitua a parlare bene di chi non può replicare, anche nei momenti informali, coltiva una forma di carità che si vede poco ma che sostiene tutto il resto: cambiare il modo in cui ci si racconta gli uni gli altri, anche nelle conversazioni più semplici, è già un passo concreto verso la guarigione di questa piaga.
8. Una verifica periodica
Le comunità sono abituate a verificare programmi, iniziative, numeri di partecipanti. Raramente si fermano a verificare la qualità delle relazioni che le tengono insieme. Introdurre, magari una volta all’anno, un momento in cui il consiglio pastorale o il consiglio presbiterale si interroghi esplicitamente su come stanno andando i rapporti tra vescovo, preti, laici e comunità – non in astratto, ma a partire da domande semplici e concrete – permette di intercettare per tempo un’erosione che, lasciata a sé stessa, si accorge di essere diventata grave solo quando è troppo tardi per una cura semplice. Non servono questionari elaborati: bastano due o tre domande oneste, poste con regolarità, e soprattutto la disponibilità reale ad ascoltare risposte che potrebbero non essere comode.
Un cammino, non un traguardo
Chiudo con una convinzione che nasce dalla fede in Dio più che dalla pastorale: la stima reciproca non è un obiettivo organizzativo da raggiungere e poi archiviare, ma un segno che la comunione di grazia sta abitando davvero la nostra vita di Chiesa, e che va custodito ogni giorno come si custodisce qualsiasi cosa viva. Nessuno dei passaggi qui proposti richiede risorse straordinarie, competenze particolari o autorizzazioni dall’alto: chiedono solo la decisione di ricominciare, magari da un solo gesto tra i molti possibili, senza aspettare che la piaga si rimargini da sola o che sia qualcun altro a fare il primo passo.
Vale la pena ricordare, in conclusione, che nessuna di queste pratiche produce effetti immediati e misurabili: la fiducia, a differenza di un progetto pastorale, non si costruisce a tappe prestabilite, e chi si mette in cammino su questa strada deve mettere in conto tempi lunghi, ricadute, momenti in cui sembrerà che nulla stia cambiando. Ma è proprio questa la logica del seme di cui parla il Vangelo: cresce senza che si sappia come, e chi lo semina non sempre vede il raccolto. Si può però cominciare, con fiducia, da un grazie detto oggi, a chi non lo aspettava più.






Mi sia concesso dire una parola sul primo punto. A mio parere basterebbe franchezza e sincerità già negli spazi di dialogo che ci sono perché non siano solo formali o vuoti, momenti di approvazione di scelte prese da altri. L’evangelica parresia sarebbe input ad un dialogo più profondo, meno superficiale. Per il resto articoletto davvero apprezzabile.