I vescovi di Piemonte e Valle d’Aosta su “Amoris lætitia”

di: Conferenza episcopale regionale del Piemonte e Valle d’Aosta

La Conferenza episcopale del Piemonte e della Valle d’Aosta (C.E.P.) ha ritenuto utile, come altre conferenze regionali nei mesi scorsi, preparare e affidare ai sacerdoti e ai fedeli delle nostre diocesi una Nota pastorale per offrire alcuni orientamenti e richiamare i criteri sostanziali nell’applicazione dell’esortazione apostolica Amoris lætitia di Papa Francesco.

Pur fissando, fin dal titolo, l’attenzione sui fedeli che vivono situazioni di non piena realizzazione del sacramento dell’amore sponsale, la Nota della C.E.P. vuole in realtà invitare a uno stile di vicinanza e di attenzione a tutte le famiglie, che dovrebbe illuminare l’azione pastorale delle nostre comunità, così che si realizzino quelle scelte di accoglienza e accompagnamento, di discernimento e integrazione, che rivelano il volto del Signore che si fa vicino alle più diverse situazioni di vita.

Seguendo le indicazioni che Amoris lætitia ci ha affidato, la Nota mette a disposizione alcuni criteri per la loro mediazione nelle nostre diocesi, suggerisce le attenzioni che sacerdoti, diaconi e fedeli sono chiamati a vivere per attuare uno stile nuovo di accoglienza e accompagnamento, insieme a proposte pastorali per educare le nostre comunità e offrire cammini di discernimento che siano capaci di illuminare le coscienze alla luce del valore e della responsabilità dell’amore sponsale che risplende in Cristo, così da attuare le integrazioni, sacramentali ed ecclesiali, che sono possibili nel cammino dei singoli e delle coppie.

“Accogliere”, “discernere” e “integrare” sono i verbi che Amoris lætitia ci indica e che esprimono la vicinanza del Signore, l’azione pastorale che la realizza, l’impegno di evangelizzazione e formazione che ci attende.

Mi auguro che i sacerdoti, i diaconi, coloro che sono impegnati nella pastorale familiare e le stesse famiglie accolgano questa Nota come sussidio che sprona a leggere e meditare direttamente il testo di Amoris lætitia, per accoglierlo e attuarlo concretamente nelle nostre comunità e nella vita stessa delle famiglie.

Cesare Nosiglia
arcivescovo di Torino
presidente della C.E.P

L’Esortazione post-sinodale Amoris lætitia di Papa Francesco ha raccolto il cammino della Chiesa compiuto dai due Sinodi sulla Famiglia del 2014 e del 2015. Il Papa ha invitato tutta la Chiesa a un profondo ripensamento di stile, linguaggi e gesti per accompagnare la coppia e la famiglia nell’attuale cambiamento d’epoca. In comunione con questo insegnamento, i vescovi del Piemonte intendono illuminare il Vangelo della famiglia e accostarsi a tutte le frontiere della fragilità, proponendo alcuni orientamenti pastorali.

Il Signore è vicino

Amoris lætitia racconta la cura amorevole del Signore che si fa prossimo alle coppie e alle famiglie che hanno il cuore ferito. La sua lettura apre il cuore per il linguaggio positivo e incoraggiante, concreto e quotidiano, con cui ci introduce quasi per mano ad apprezzare la bellezza dell’amore sponsale e della vita familiare. Papa Francesco parla di matrimonio, relazioni, sessualità, genitorialità, famiglia e soprattutto parla dell’amore con uno stile che fonde insieme immagine ideale e realtà concreta in un linguaggio attraente e convincente.

Il capitolo IV su «L’amore nel matrimonio» racconta la grazia dell’amore cristiano (agàpe) che assume, purifica e plasma la forza del sentimento (eros) e l’amore per l’altro (philìa). E, poi, narra l’amore disteso nel tempo, le sue stagioni, i suoi entusiasmi e le sue cadute, le insidie e le attenzioni cui prestare attenzione per vivere e crescere nella fedeltà, che è dono di Dio e impegno dell’uomo e della donna. Meditando questo testo, noi sentiamo veramente che “il Signore è vicino”.

Le comunità cristiane sono spronate a un profondo mutamento di sguardo e di stile, perché mettano al centro l’amore misericordioso di Dio. La misericordia non comporta il passar sopra alle situazioni gravi dal punto di vista morale e spirituale, ma ci chiede di accompagnarle sulla via di una sincera conversione e di indicare percorsi concreti di riconciliazione. Più in radice, tutto questo richiede comunità capaci di ascolto profondo, aperte a una vera accoglienza, pronte a fare spazio anche a situazioni difficili, pazienti nel proporre cammini di discernimento, generose nel favorire luoghi di integrazione.

Nel cammino di accompagnamento, una particolare attenzione va rivolta alle nostre comunità parrocchiali, le quali dovranno essere accuratamente preparate per tale accoglienza. Spesso non sono pronte al pieno inserimento delle coppie in difficoltà; perciò andranno sensibilizzate al dono della misericordia, onde evitare spiacevoli commenti o giudizi affrettati. Il Signore, infatti, si fa vicino anche nei gesti di prossimità delle parrocchie e delle persone che le abitano.

Il nuovo sguardo e i gesti di prossimità si rendono concretamente presenti nei ministri del Vangelo, sacerdoti, consacrati e laici, in particolare coppie testimoni.

Tutti possono entrare in gioco per rendere visibile che “il Signore è vicino”. Il primo cambiamento richiesto è questo: le nostre parrocchie siano “famiglia di famiglie”, la vita cristiana sia una rete virtuosa e benefica di relazioni, il clima dell’incontro edifichi con linguaggi buoni e gesti amorevoli.

L’Esortazione ci invita a porre l’attenzione alla varietà della vita delle coppie e delle famiglie di oggi, attraversate da gravi preoccupazioni per il lavoro, per l’educazione dei figli, per la vita sociale nel paese e nella città. Tutti coloro che ogni giorno vivono la fedeltà nel rapporto di coppia, l’amore genitoriale, l’educazione dei giovani e la cura degli anziani, la solidarietà tra le generazioni e le buone relazioni nell’ambiente familiare, danno un contributo impagabile alla società e così ossigeno anche a chi è in difficoltà.

A chi ha il cuore ferito

Ringraziamo di cuore il Papa perché versa il balsamo della misericordia per chi ha il cuore ferito e dona la gioia della consolazione per chi ha creduto alla fedeltà dell’amore. Per questo, bisogna evitare di contrapporre la misericordia nei confronti delle situazioni difficili alla giustizia che apprezza chi è stato fedele e coerente anche a costo di grandi fatiche.

Chi ha dato buona testimonianza nel costruire la propria famiglia porta già dentro di sé il bene degli affetti, la serenità della casa, le relazioni educative, la crescita buona dei figli, la solidità del lavoro, la cura degli anziani, i rapporti sociali costruttivi.

Una famiglia ferita porta spesso nella sua carne il travaglio della divisione, la lacerazione dei rapporti, l’abbandono dei figli, la solitudine della casa, la fatica del sostentamento, la vita quotidiana dispersa e talvolta la rabbia per le relazioni infrante e l’ansia per le difficili convivenze.

Donare la misericordia dell’accoglienza e la medicina della speranza a chi ha il cuore ferito e riconoscere con gratitudine le storie positive di vita familiare, non possono essere in conflitto. Come insegna la parabola evangelica, il fratello maggiore, se non rimane nella casa come mercenario, ma come figlio, accoglierà con il Padre il fratello minore, perché questi va accolto non come servo che deve pagare, ma come figlio che può imparare ad entrare in modo nuovo nella casa paterna.

La Chiesa è chiamata ad annunciare il comandamento di Dio che istruisce il cammino dell’uomo e della donna, ma deve proclamare anzitutto la grazia della misericordia, per entrare nella terra promessa dell’amore. Il comandamento è prima “grazia” che “legge”, perché la grazia della promessa sostiene il bene indicato dalla legge. La grazia è donata nel sacramento cristiano del matrimonio accolto nella fede e nella preghiera, nella dedizione e nella cura di ogni giorno.

La legge talvolta appare come divieto, ma più spesso è un aiuto, perché proibisce alla libertà di essere incontentabile. Se la libertà è onnipotente, ripiegata su se stessa, se usa l’altro e i figli in modo egoistico, non solo perde il bene della famiglia, ma alla fine distrugge anche se stessa. Per questo, la misericordia non solo sostiene il bene della coppia e della famiglia, custodite dal comandamento, ma è capace anche di ricuperare le situazioni ferite, che hanno rovinato il rapporto uomo-donna e genitori-figli. L’annuncio più bello di Amoris lætitia è che non c’è nessuna situazione estranea all’amore di Dio. Dobbiamo aprire il cuore dell’uomo a confessare la misericordia di Dio e a convertire il cuore e la vita.

Per questo Amoris lætitia invita a ponderare bene le differenti situazioni della vita di coppia, in modo che non siano «rinchiuse o catalogate in affermazioni troppo rigide» (AL 298). Il Papa insegna che bisogna distinguere almeno le seguenti tipologie:

a) «una seconda unione consolidata nel tempo, con nuovi figli, con provata fedeltà, dedizione generosa, impegno cristiano, consapevolezza della irregolarità della propria situazione e della difficoltà a tornare indietro senza sentire in coscienza che si cadrebbe in nuove colpe»;

b) chi ha «fatto grandi sforzi per salvare il primo matrimonio e ha subito un abbandono ingiusto»;

c) coloro che hanno «contratto una seconda unione in vista dell’educazione dei figli e talvolta sono soggettivamente certi in coscienza che il precedente matrimonio non era mai stato valido»;

d) «una nuova unione che viene da un recente divorzio, con tutte le conseguenze di sofferenza e confusione che colpiscono i figli e famiglie intere»;

e) la «situazione di qualcuno che ripetutamente ha mancato ai suoi impegni familiari» (AL 298).

Le famiglie dal cuore ferito chiedono di non essere accostate come casi, ma come storie singolari di persone che hanno perso l’alleanza in cui avevano creduto e chiedono di ritrovare la via della riconciliazione.

Questa via si percorre in tre passi fra loro connessi, che sono indicati nel titolo del capitolo VIII di Amoris lætitia: accompagnare, discernere, integrare.

Accompagnare

Il primo passo riguarda l’accompagnamento dei fedeli in tutte le diverse situazioni ed è chiamato da Papa Francesco “via caritatis” (AL 306.309). Rispetto ad altre denominazioni proposte prima del sinodo, “via penitenziale” o “via di riconciliazione”, il nome suggerisce che non tratta di un’altra via rispetto a quella cui sono chiamati tutti i cristiani nel vivere la loro vocazione. Infatti, è la via del comandamento nuovo della carità, che include la vicenda de “il nostro amore quotidiano” (AL 90-119) e il cammino storico in cui si dispiega (AL 120-164).

La via caritatis ha come stella polare «l’ideale pieno che la Chiesa deve sempre proporre con la coscienza della fragilità di molti suoi figli» (AL 291.307). La Chiesa sa che la famiglia non potrà essere, finché vive nel tempo, che «un segno imperfetto dell’amore tra Cristo e la Chiesa» (AL 72), che ne è la sorgente di grazia e di riconciliazione.

La Chiesa nel tempo propone ai coniugi la chiamata sponsale ad amare l’altro come Cristo ama la Chiesa, dischiude nel sacramento la sorgente di grazia per questo amore, sostiene la fede degli sposi a radicarsi in Cristo, li accompagna quando la loro libertà ha tradito questo legame, li riprende per mano accompagnandoli a ricuperare le ferite dell’amore.

In questo primo passo, è necessario considerare la dimensione temporale dell’agire umano. Già Familiaris consortio diceva: «La cosiddetta “legge della gradualità”, o cammino graduale, non può identificarsi con la “gradualità della legge”, come se ci fossero vari gradi e varie forme di precetto nella legge divina per uomini e situazioni diverse» (FC 34). Per accompagnare gradualmente il giudizio sull’azione morale, non si dovrà solo chiedere “che cosa hai fatto?”, ma valutare anche “dove sei diretto?”.

Il Papa ricorda che «un piccolo passo, in mezzo a grandi limiti umani, può essere più gradito a Dio della vita esteriormente corretta di chi trascorre i suoi giorni senza fronteggiare importanti difficoltà» (AL 305=EG 44). La legge della gradualità si realizza tra il bene promesso e voluto e il bene attuato e compiuto, perché la vita è fatta di compimenti parziali, di cadute e di riprese, che tendono sempre al bene, anche se non riescono mai a raggiungerlo pienamente.

Tale convinzione muta lo stile di accompagnamento dei sacerdoti, delle coppie di sposi, degli operatori (consacrati e laici) che si dedicano a tale compito e, soprattutto, il clima di accoglienza delle comunità cristiane. Ciò richiede un percorso comune tra le parrocchie vicine, uno stile di fraternità tra sacerdoti e laici verso le coppie in difficoltà, ma prima ancora verso le famiglie nei giorni sereni e lieti. Ciò esige tempo e cura, buona volontà da parte di chi chiede aiuto, sapienza del confessore o padre spirituale, linguaggio vigile che escluda le rigidità o banalizzi le difficoltà, comunicazione corretta e benevola che non minacci scomuniche e indichi che anche le coppie cosiddette irregolari fanno parte della Chiesa. Soprattutto, comporta accompagnamento di coppia e mai di massa, in un clima di dialogo e di preghiera, di ascolto della Parola e di direzione spirituale, in vista di una conversione che verifichi in coscienza la verità di sé e la sincerità delle scelte conseguenti.

In concreto, la diocesi favorisca la nascita di uno “spazio d’accoglienza” che indirizzi verso figure competenti e disponibili: esso sia formato da una coppia o più coppie per l’accompagnamento, da un sacerdote per il discernimento, da un referente per gli aspetti psicologici o legali, da una o più famiglie che, per così dire, adotti la coppia in difficoltà. In tale spazio, si potranno discernere i percorsi possibili: gli sposati solo civilmente che non hanno bisogno di ricorrere alla via giudiziale e tuttavia chiedono un aiuto pastorale; i divorziati rimasti tali, che non convivono e hanno subito il divorzio, e che possono fare la comunione e ogni servizio nella Chiesa; i divorziati risposati, che vogliono discernere l’eventuale nullità del primo matrimonio; e, infine, i divorziati in seconde nozze, che non vogliono e non possono adire al tribunale per la nullità e che chiedono il discernimento per l’integrazione ecclesiale.

Discernere

Il secondo passo è decisivo e concerne il discernimento. Esso è personale e pastorale. Discernere non è un atto a senso unico, ma richiede di valorizzare fino in fondo lo “statuto dialogico” del discernimento, che avviene in foro interno, nella confessione e/o direzione spirituale (cf. AL 312). Proprio perché esso è un dialogo disteso nel tempo, il sacerdote va scelto liberamente dalla coppia (o anche da un solo coniuge). Il dialogo implica due momenti: l’uno pastorale, che accompagna la coppia a leggere la propria situazione attuale in rapporto alla precedente; l’altro personale, utile a favorire in ciascun coniuge le condizioni di verità e di sincero cammino di conversione e rinnovamento.

Il momento pastorale del discernimento è il gesto con cui il sacerdote aiuta la coppia, nella sua situazione concreta, a leggere storicamente la sua condizione spirituale, relazionale e di fede. L’Esortazione fornisce cinque criteri (cf. AL 300) che hanno un carattere orientativo e sui quali chiama i risposati a interrogarsi:

1) come si sono comportati verso i loro figli quando l’unione coniugale è entrata in crisi;

2) se ci sono stati tentativi di conciliazione;

3) come è la situazione del partner abbandonato;

4) quali conseguenze ha la nuova relazione sul resto della famiglia e sulla comunità dei fedeli;

5) quale esempio essa offre ai giovani che si devono preparare al matrimonio.

La finalità di questi criteri è superare una lettura solo emotiva della situazione, guarire le ferite, elaborare i risentimenti, decidere le scelte nuove da fare.

Il momento personale del discernimento avviene nella coscienza delle persone e nella decisione della vita. Per la sua autenticità, l’Esortazione fornisce due brevi indicazioni:

gli atteggiamenti fondamentali da favorire sono la «riservatezza e l’umiltà» (AL 300);

è necessario un «esame di coscienza grazie a momenti di riflessione e di pentimento» (AL 300).

Queste due semplici annotazioni indicano la condizione e la modalità del momento personale: riservatezza e umiltà domandano docilità di spirito, dialogo sincero, esclusione di ogni pretesa di accedere al sacramento; esame di coscienza e ascolto della Parola rendono disponibili gli strumenti per un giudizio vero sulla scelta fatta e sulle sue motivazioni, in vista di un eventuale pentimento, con le scelte conseguenti.

Al momento personale del discernimento appartiene anche la valutazione sulla partecipazione in atto alla vita della Chiesa da parte della coppia, al fine di immaginare i passi per farla crescere (cf. AL 300), prendere nuove decisioni e percorrere ulteriori tappe per la vita cristiana (cf. AL 303).

Il discernimento, dunque, non può ridursi a un atto istantaneo e non può risolversi nella domanda di accesso ai sacramenti, magari in occasioni particolari, ma è un percorso che mira a formare un giudizio retto da parte della coppia sulla condizione e sui passi da compiere verso una conversione che porti all’integrazione con la Chiesa. Dovrà evitare sia l’individualismo pastorale dei sacerdoti, sia il soggettivismo personale dei fedeli. Il sacerdote non dovrà sostituirsi alla coscienza delle persone: solo nel dialogo fiducioso e confidente in foro interno si realizzeranno le condizioni per un cammino fruttuoso, senza fretta e senza bruciare le tappe, per approdare a una vera riconciliazione del cuore e della vita.

A questo proposito vanno segnalati due temi che incidono sul giudizio retto: la responsabilità e l’imputazione degli atti; i condizionamenti e le circostanze attenuanti nelle scelte.

Per quanto riguarda la responsabilità e l’imputazione degli atti, Amoris lætitia afferma che «un giudizio negativo su una situazione oggettiva non implica un giudizio sull’imputabilità o sulla colpevolezza della persona coinvolta» (AL 302). Il Papa riprende qui la Relatio finalis del Sinodo 2015, n. 85, che scriveva: «In determinate circostanze le persone trovano grandi difficoltà ad agire in modo diverso. Il discernimento pastorale, pur tenendo conto della coscienza rettamente formata delle persone, deve farsi carico di queste situazioni. Anche le conseguenze degli atti compiuti non sono necessariamente le stesse in tutti i casi».

Per quanto riguarda i condizionamenti e le circostanze attenuanti, il Papa afferma che «non è più possibile dire che tutti coloro che si trovano in qualche situazione cosiddetta “irregolare” vivano in stato di peccato mortale, privi della grazia santificante. I limiti non dipendono semplicemente da un’eventuale ignoranza della norma. Un soggetto, pur conoscendo bene la norma, può avere grande difficoltà nel comprendere i “valori insiti nella norma morale” o si può trovare in condizioni concrete che non gli consentono di agire diversamente e di prendere altre decisioni senza una nuova colpa» (AL 301).

L’Esortazione di Papa Francesco affida a tutti i sacerdoti l’esercizio del discernimento pastorale. Questo ministero può apparire insieme fecondo e gravoso nella condizione concreta di molti sacerdoti e dei parroci in particolare. Pertanto, i sacerdoti sono invitati a discernere bene il tempo della mente e del cuore che possono riservare a questo ministero, il quale non può essere in alcun modo sottratto a loro. Ciò comporta che i sacerdoti si formino bene su quanto indica Amoris lætitia, per svolgere con verità un ministero che esige finezza di spirito, tempo da donare, capacità di ascolto, sapienza pastorale. Se in coscienza vedono che il loro tempo e le loro capacità non sono sufficienti per il cammino proposto, possono inviare le coppie anche ad altri sacerdoti che si prestano per questo servizio delicato.

La singola diocesi, con la guida del vescovo, designerà alcuni presbiteri, che formeranno, secondo il bisogno, uno o più gruppi di accoglienza con coppie ed esperti, per offrire una guida autorevole, saggia, competente, per il cammino di discernimento pastorale e personale. Mediante tale accompagnamento, il percorso di discernimento dovrebbe apparire non solo in funzione dell’accesso ai sacramenti, ma in vista della verità della propria condizione davanti a Dio e alla propria coscienza, tenendo conto delle relazioni ferite che ogni fallimento matrimoniale lascia sul campo.

Integrare

Il terzo passo conduce all’integrazione nella vita cristiana e nella partecipazione ecclesiale. Essa avviene a diversi livelli: il livello pastorale si colloca tra il momento ministeriale e quello personale del discernimento; il livello antropologico stabilisce un nesso tra interno ed esterno della persona; il livello sacramentale-ecclesiale si situa tra l’accesso ai sacramenti e la partecipazione alla vita della comunità.

Il primo livello si riferisce all’integrazione pastorale da parte del sacerdote e degli operatori della pastorale familiare, corroborato, se necessario, dall’aiuto degli specialisti. Bisogna che si attui un vero rapporto “pastorale” che sia di sostegno alla formazione del corretto giudizio della coscienza dei coniugi, ma non si sostituisca ad essa in modo invasivo, né l’abbandoni senza una guida rispettosa e autorevole. Preme sottolineare che, proprio perché avviene in foro interno, è necessario che il percorso non sia sbrigativo, ma condotto con un animo veramente pastorale. Papa Francesco indica una via graduale: «non si deve gettare sopra due persone limitate il tremendo peso di dover riprodurre in maniera perfetta l’unione che esiste tra Cristo e la sua Chiesa, perché il matrimonio come segno implica “un processo dinamico, che avanza gradualmente con la progressiva integrazione dei doni di Dio”» (AL 122). L’incontro con il prete e i suoi collaboratori deve far sperimentare la carità pastorale della Chiesa e mostrare un cammino praticabile di rinnovamento personale e di coppia.

Il secondo livello riguarda l’integrazione antropologica tra foro interno e foro esterno. Se il discernimento avviene con discrezione in foro interno, è necessario che il percorso di integrazione tenga conto anche degli effetti e delle risonanze nello spazio esterno, perché il matrimonio e soprattutto la famiglia sono un fatto ecclesiale e sociale. La presenza eventuale dei figli della prima e seconda unione tocca dinamiche che hanno forte rilievo nella vita quotidiana dei ragazzi e della coppia. È necessario che l’integrazione custodisca le molte relazioni, a volte ferite, altre volte conflittuali, altre volte ancora gravate da pesi di natura educativa ed economica (si pensi solo al compito di visita, presa incarico e mantenimento dei figli; cf. EG 44).

Il terzo livello, infine, riguarda l’integrazione sacramentaleecclesiale. Essa si colloca fra accesso ai sacramenti e impatto sulla vita della comunità, che è a conoscenza della situazione della coppia. È il punto più delicato e va affrontato anzitutto con un’educazione delle comunità cristiane all’accoglienza serena e positiva, rifuggendo da condanne e giudizi che non tengono conto del cammino compiuto dalle persone. Le coppie vanno integrate nella comunità con un atteggiamento graduale

e premuroso, con lo spirito suggerito dal Papa: «La logica dell’integrazione è la chiave del loro accompagnamento pastorale, perché non soltanto sappiano che appartengono al Corpo di Cristo che è la Chiesa, ma ne possano avere una gioiosa e feconda esperienza» (AL 299).

Il cammino concreto dell’integrazione inizia distinguendo, tra le situazioni matrimoniali cosiddette “irregolari”:

a) le semplici convivenze;

b) gli sposati solo civilmente;

c) coloro che sono separati (o anche divorziati) e restano in questa condizione;

d) i separati divorziati risposati civilmente.

Nei primi due casi l’integrazione «può essere vista come un’occasione da accompagnare nello sviluppo verso il sacramento del matrimonio» (AL 293). Qui si apre un nuovo cammino che conduce a un ripensamento profondo del “corso fidanzati”, che va trasformato in “percorso di preparazione al matrimonio cristiano”. Chi chiede di sposarsi in chiesa, già convivente o sposato civilmente, avanza almeno virtualmente la domanda e la disponibilità ad essere accompagnato verso la scelta definitiva del matrimonio cristiano. Bisogna accompagnare queste coppie a riflettere su due temi importanti e a viverne il contenuto: la definitività della scelta e la sacramentalità del matrimonio. Il mondo degli affetti e la scelta (stabile) di vita, già in atto, va portata a maturazione, mostrando come la presenza del dono di grazia (il sacramento), che è l’amore stesso con cui Cristo ama la sua Chiesa, presente nell’Eucarestia, alimenta il cammino della coppia, costruendo una storia comune di fedeltà (la definitività).

Le altre due situazioni, i separati e/o divorziati rimasti tali o risposati civilmente, si devono distinguere chiaramente. Coloro che rimangono fedeli al primo matrimonio per scelta vanno sostenuti, aiutati nella preghiera e nella prossimità amica. Esistono gruppi che da tempo seguono tali persone ed è ammirevole il cammino di chi assume la situazione data o sceglie di vivere in tale condizione, talvolta subita, come una sfida spirituale. La Chiesa apprezza fortemente coloro che sentono in coscienza di rimanere fedeli al primo vincolo. Per essi non vi è alcun impedimento alla testimonianza ecclesiale e alla vita sacramentale. Per i divorziati risposati civilmente bisogna invece affermare che la loro situazione «non è l’ideale del vangelo», così che l’integrazione deve «farsi distinguendo adeguatamente […] le situazioni molto diverse», senza catalogarle o rinchiuderle in «affermazioni troppo rigide» (AL 289).

Il cammino di integrazione ha una duplice dimensione, sacramentale ed ecclesiale.

Anzitutto, l’integrazione riguarda il tema, molto discusso, dell’accesso ai sacramenti. Non è un tema che si può trattare con faciloneria e superficialità, quasi che si trattasse di un ticket da staccare in circostanze occasionali (comunioni, cresime, matrimoni, funerali ecc.).

La questione era già presente in Familiaris consortio 84, in cui la possibilità dell’ammissione al sacramento della penitenza e dell’eucaristia era vincolata a due condizioni: astenersi dagli atti propri dei coniugi ed evitare lo scandalo per la fede altrui (remoto scandalo). Ricordiamo a questo proposito quanto dicono i vescovi della regione pastorale di Buenos Aires, esplicitamente approvato da Papa Francesco (AAS 108 [2016] 1071-1074): «Quando le circostanze concrete di una coppia lo rendano fattibile, specialmente quando entrambi siano cristiani con un cammino di fede, si può proporre l’impegno di vivere in continenza. Amoris lætitia non ignora le difficoltà di questa scelta (cf. nota 329), e lascia aperta la possibilità di accedere al sacramento della Riconciliazione, quando non si riesca a mantenere questo proposito (cf. nota 364)».

Se questo percorso non fosse praticabile, si dovrà considerare quanto dice Papa Francesco:

a) poiché «il grado di responsabilità non è uguale in tutti i casi», quindi le «conseguenze o gli effetti […] non necessariamente devono essere sempre gli stessi» (AL 300), alla nota 336 si precisa che ciò riguarda anche la “disciplina sacramentale”, quando il «discernimento può riconoscere che in una situazione particolare non c’è colpa grave»;

b) «a causa dei condizionamenti o dei fattori attenuanti», è «possibile che, entro una situazione oggettiva di peccato – che non sia soggettivamente colpevole o che non lo sia in modo pieno – si possa vivere in grazia di Dio, si possa amare, e si possa anche crescere nella vita di grazia e di carità, ricevendo a tale scopo l’aiuto della Chiesa» (AL 305); alla nota 351 si afferma che «potrebbe essere anche l’aiuto dei sacramenti».

Le formulazioni di Amoris lætitia permettono due considerazioni:

a) l’accesso ai sacramenti si colloca come un momento del dialogo di discernimento e del cammino di rinnovamento: non è una norma canonica, da considerare valida per tutti, ma è un eventuale aspetto del cammino, frutto del discernimento personale e pastorale;

b) bisogna valutare le singole situazioni, molto diverse tra loro, conducendo a maturazione tale scelta all’interno di un percorso più ampio che preveda un tempo determinato e la conclusione del cammino.

Tale pratica potrebbe in futuro arricchire anche la coscienza della Chiesa e renderla capace di una maggiore integrazione, aprendosi a prassi di riconciliazione che potranno diventare rilevanti nello spazio ecclesiale. L’indicazione del Papa, infatti, invita a riconoscere che la questione dell’accesso dei divorziati risposati ai sacramenti ha un peso limitato, e tuttavia cambia lo sguardo e il cuore della Chiesa nella sfida contemporanea sulla famiglia. L’accesso ai sacramenti della confessione e comunione sarebbe riduttivo, se esso non si collocasse in un vero percorso di rinnovamento spirituale.

In secondo luogo, la logica dell’integrazione comporta la partecipazione alla vita della Chiesa. Essa era già operante in Familiaris consortio 84, in cui Giovanni Paolo II prevedeva la partecipazione ecclesiale attiva, attraverso momenti e gesti ben precisi:

a) ascoltare la parola di Dio,

b) frequentare il sacrificio della Messa,

c) dare incremento alle opere di carità,

d) partecipare alle iniziative della comunità a favore della giustizia,

e) educare i figli nella fede cristiana,

f) coltivare lo spirito e le opere della penitenza,

g) implorare giorno per giorno la grazia di Dio.

Rimanevano tuttavia alcune limitazioni e impedimenti in ambiti particolari di testimonianza cristiana: ambito liturgico (lettore e ministro straordinario della comunione); ambito pastorale (membro consiglio pastorale ed economico); ambito educativo (catechista/educatore, padrino/madrina nei sacramenti); ambito istituzionale (insegnante di religione, direttore di uffici e organismi ecclesiali).

Il testo di Papa Francesco al riguardo (che a questo proposito trascrive le indicazioni del Sinodo 2015) invita al discernimento pastorale con queste parole: «occorre discernere quali delle diverse forme di esclusione attualmente praticate in ambito liturgico, pastorale, educativo e istituzionale possano essere superate» (AL 299).

È possibile dare due indicazioni previe. Le due indicazioni sono:

a) il superamento di uno o più impedimenti deve restare nel quadro del discernimento personale e pastorale e quindi, in linea generale, non si può formulare un’indicazione valida per tutte le situazioni, ma si deve valutare caso per caso;

b) la rimozione di tali “impedimenti” appartiene ai gesti da inserire nelle tappe di maturazione del cammino di riconciliazione. Con una sapiente pedagogia, il sacerdote può consentire a una persona, che ha veramente fatto un cammino spirituale di rinnovamento, forme diverse di partecipazione ecclesiale. Si inizierà da quelle che hanno un minore impatto ecclesiale: lettore, educatore, catechista, membro consiglio pastorale o economico.

Si procederà, invece, in modo più graduale sulle altre che hanno un più forte rilievo ecclesiale: padrino/madrina nei sacramenti, direttore di uffici e organismi ecclesiali, ministro straordinario della comunione, insegnante di religione.

Riguardo ai padrini e alle madrine del battesimo e della cresima, infine, si danno le seguenti indicazioni. È auspicabile che si mantengano i padrini e le madrine, pur tenendo presente che non sono obbligatori, anche se vivamente consigliati (cf. can. 872 CJC per il battesimo; can. 892 CJC per la confermazione). Essi dovranno accompagnare, con la testimonianza e la condivisione, il battezzato ed il cresimato nel vivere la vita cristiana, per essere veri testimoni di Cristo. Sarà opportuno che, fin dall’inizio degli anni di preparazione alla cresima, si dica con chiarezza ai genitori che bisogna scegliere persone idonee tra parenti e amici, tenendo conto della disponibilità del padrino/madrina di battesimo o che, in alternativa, si può incaricare il catechista per svolgere questo compito. Se le persone presentate dalla famiglia non possono fungere da padrino o madrina, perché in situazione “irregolare”, è possibile che «affianchino – solo come testimoni del rito sacramentale» – chi riceve il battesimo o la cresima (CEI, Incontriamo Gesù, 2014, n. 70).

In situazioni eccezionali, si può anche prevedere che siano gli stessi genitori ad “accompagnare” i bambini del battesimo e i ragazzi della cresima. Il parroco potrà così trascrivere sui libri parrocchiali gli accompagnatori dei sacramenti, ciascuno con il titolo proprio; eviterà di gestire questo momento in modo burocratico, ma con vero cuore pastorale spiegherà il compito affidato a ciascuno nella crescita dei ragazzi, pur nella verità della propria condizione, in stretta collaborazione con la missione educativa dei genitori, che restano i primi testimoni della fede.

Guardando al futuro

Noi vescovi del Piemonte siamo consapevoli che la sfida introdotta da Amoris lætitia profila all’orizzonte un grande compito educativo, che impegna le comunità cristiane, il ministero pastorale, le coppie che accompagnano e i movimenti formativi a un generoso sforzo di evangelizzazione e di formazione cristiana al matrimonio e alla famiglia. Pertanto, raccomandiamo che, seguendo il dinamismo introdotto dall’Esortazione, il discernimento e l’integrazione siano inseriti sempre meglio nella vita di fede delle comunità, tenendo conto di molti percorsi ecclesiali già proposti da Chiese locali, associazioni e movimenti. Un tale intervento convergente darà contesto al discernimento pastorale-personale e porterà l’agire della comunità e dei suoi membri ad essere spazio accogliente per questi fratelli e sorelle. Perché «il Signore è vicino a chi ha il cuore ferito» (Sal 34,19).

16 gennaio 2018

Documenti citati

AAS Acta Apostolicae Sedis, Documenti ufficiali del Papa e della Santa Sede. CJC Codex Juris Canonici, LEV, Roma 1983.

FC Esortazione apostolica post-sinodale di Giovanni Paolo II, Familiaris consortio, 1981.

EG Esortazione apostolica di Papa Francesco, Evangelii gaudium, 2013.

AL Esortazione apostolica post-sinodale di Papa Francesco, Amoris lætitia, 2016.

Relatio finalis del Sinodo dei Vescovi sul tema «La vocazione e la missione della famiglia nella Chiesa e nel mondo contemporaneo», 24 ottobre 2015.

Orientamenti della Commissione per l’annuncio e la catechesi in Italia della CEI, Incontriamo Gesù, 2014.

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