5 Stelle al bivio

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bivio 5 stelle

Come era facile prevedere, sono venuti al pettine tutti i vistosi limiti del M5S. Non un piccolo problema se si considera che, tuttora, essi esprimono quasi il 40% della rappresentanza parlamentare e che il loro travaglio coincide con una congiuntura drammatica, che esigerebbe risposte all’altezza da parlamento e governo.

Schematicamente, per un giudizio equanime: è innegabile che a gonfiare le vele del movimento sia stata l’ondata di antipolitica che ha investito il nostro paese e non solo, ma che – va riconosciuto – è stata propiziata anche da certa cattiva politica e da un diffuso disagio sociale e culturale seguito alla grande crisi del 2008; che il M5S abbia dato voce a un’esigenza di pulizia e di legalità, che tuttavia si è spinta sino a una cultura del sospetto generalizzato d’intonazione giustizialista; che abbia interpretato una domanda di partecipazione dei cittadini (propiziata anche dalla diffusione dei social), a sua volta spinta sino alla ingenua, fuorviante idea che la democrazia diretta potesse sostituire la democrazia rappresentativa (i “portavoce”, anziché i rappresentati, in parlamento); una visione assemblearista e democraticista, questa, che – ci dovrebbe istruire l’esperienza sessantottina – spesso si risolve nel suo contrario, ovvero in movimenti a guida verticistica; mettendo giustamente l’accento sul protagonismo di ciascun cittadino (il celebre «uno vale uno») che tuttavia ha condotto a misconoscere il valore di competenza ed esperienza, anche nella vita politica e delle istituzioni.

Tre elementi positivi

Limiti e contraddizioni che tuttavia non ci esonerano da riconoscere tre elementi:

1) la prassi politica corrente di partiti autoreferenziali senza più radici nella società, la degenerazione di certo professionismo politico sono stati il brodo di coltura dei 5 stelle;

2) essi hanno avuto il merito di parlamentarizzare un malessere che, in altri paesi, ha preso una piega più inquietante e talvolta violenta. Penso a certi movimenti di estrema destra di stampo neofascista in Europa e oltre;

3) è innegabile che il M5S, per paradosso, grazie proprio alla sua immissione nelle deprezzate istituzioni rappresentative, sia cambiato, sia maturato. Negarlo sarebbe ingiusto. Ma appunto quella maturazione – in corso, ma incompiuta – oggi lo pone di fronte a un bivio, lo costringe a sciogliere i suoi nodi irrisolti. I conflitti, le divisioni, il travaglio interno sempre più acuto e visibile ne sono la prova e, in certo modo, anche il frutto.

Da ultimo la sfida di Di Battista, che semplicemente interpreta l’anima originaria del M5S: movimentista, oppositiva, populista. Contraddizione chiama contraddizione: Di Battista porterebbe indietro il movimento, revocherebbe il suo processo di maturazione e tuttavia è difficile non osservare che – ecco un altro paradosso – egli ha ragione circa il metodo e cioè la richiesta di un “congresso”, il più tradizionale degli strumenti dei più tradizionali partiti, nel quale sciogliere i nodi identitari irrisolti del M5S. A stopparlo bruscamente, nel movimento per il quale «uno vale uno», colui che vale più di tutti, Beppe Grillo, con la solidarietà di gran parte dei “governativi” di un movimento nato per smontare le istituzioni rappresentative.

Entrambi, Grillo e i 5 stelle del Palazzo, pur di scongiurare un aperto confronto, vorrebbero imporre, autoritativamente, una soluzione oligarchica. Un caminetto che congeli gli equilibri tra capi e capetti. Non una buona idea, che comunque alla distanza non reggerebbe.

Comprendo e apprezzo l’esigenza di non introdurre, in settimane drammatiche per il paese e per il governo, ulteriori elementi di tensione, che di sicuro produrrebbero una resa dei conti interna al “partito” di maggioranza in parlamento e contraccolpi sull’esecutivo. Anche se ho l’impressione che a suggerire tale preoccupazione più che un senso di responsabilità generale sia il timore che non deflagrino i 5 stelle.

Ma penso che, dopo l’estate, un chiarimento decisivo circa identità e missione del M5S sia, insieme, ineluttabile e auspicabile. Una vera e propria rifondazione. E che essa debba passare attraverso un confronto franco e aperto. L’opposto delle soluzioni tampone e dei caminetti. Un confronto che, se reale, potrebbe concludersi solo in due modi: o con la limpida articolazione interna tra maggioranza e minoranze o con una onesta separazione tra posizioni politiche tra loro incompatibili entro una medesima formazione politica. Entrambe meglio della babele politicamente indecifrabile di oggi. Cui non sono estranei avvilenti personalismi, tipo quelli di chi si improvvisa oppositore interno dopo avere perso qualche strapuntino ministeriale.

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Un’agenda in sei punti

Non è difficile immaginare i titoli dell’agenda dell’auspicato congresso. Ne accenno alcuni.

Primo: l’identità e il conseguente posizionamento politico, che metta fine alla teoria ambigua e opportunistica del movimento né di destra né di sinistra. Teoria che ha fruttato nella raccolta del consenso, ma alla lunga insostenibile, specie quando si è chiamati a responsabilità di governo.

Secondo: appunto la cultura di governo, che si disponga a fare i conti con la realtà e con i suoi vincoli, che smaltisca i velleitarismi e i cedimenti alle derive populiste, caratteristici della stagione “eroica” informata alla retorica dell’opposizione al sistema. Impraticabile e grottesca quando, del sistema, si occupa il piano nobile.

Terzo: una politica delle alleanze coerente con il suddetto posizionamento e con la vocazione di governo, ovvero l’opposto delle intese mobili e reversibili (l’ago della bilancia dal sapore trasformistico) e della presunzione dell’autosufficienza. Essendo ovvio che le due cose si tengono: nel nostro quadro politico, senza alleanze neppure si può aspirare al governo. Alleanze comunque necessarie, se prima o dopo il voto, dipenderà dalla legge elettorale, sulla quale pure sarebbe bene fissare un preciso punto di vista.

Quarto: strutturarsi come partito, nuovo quanto si vuole, ma dotato di una effettiva democrazia interna, dalla quale, come si è notato, i 5 stelle sono lontanissimi. Come si può fare un congresso e poi reiterare nell’esorcistica retorica del non-partito?

Quinto: operare limpide opzioni circa i fondamentali della politica estera. A cominciare dall’ancoraggio inequivoco alla UE. Sul quale – va detto – passi avanti sono stati fatti. Basti rammentare l’evoluzione dalle originarie tentazioni no-euro al governo Conte 2 che si è costituito sulla “maggioranza Ursula”, cioè sul voto comune all’insediamento della nuova presidente della Commissione UE. Lasciamo stare le voci su improbabili fondi neri chavisti, ma certo troppi sono stati gli sbandamenti e le incertezze pregresse in tema di politica estera. Dai gilet gialli a qualche liasion con la Russia a un eccesso di zelo con la Cina.

Sesto: un programma teso alla formazione di una classe dirigente meno dilettantesca e improvvisata. Uno dei più vistosi punti deboli del M5S. Con due corollari: ripensare il metodo opaco e casual con il quale si provvede a selezionare le candidature avvalendosi della piattaforma aziendale denominata Rousseau e discutere laicamente il controverso limite del secondo mandato.

Di nuovo: è tempo di non essere più ossessionati dalla guerra al professionismo politico e di riconoscere che il lavoro nella politica e nelle istituzioni contempla una sua tecnicalità e dunque valutare se sia il caso di non privarsi dell’apporto di taluni esponenti – non molti, ma vi sono – che abbiano fatto positive esperienze politiche e amministrative.

Dunque – questi la mia convinzione e il mio auspicio – è nell’interesse della democrazia italiana che il M5S faccia uno scatto in avanti nel suo processo di maturazione politica. In avanti e non indietro al modo incarnato e prospettato da Di Battista, ma esso lo può fare solo se accetta la sfida di un congresso rifondativo.

Grillo può permettersi di spiazzare con parole e gesti estemporanei – è nel suo istinto di uomo di spettacolo, forse egli stesso spiazzato da se stesso, non avendo in origine immaginato di generare un sommovimento politico tanto grande – passando da uomo del “vaffa” a stabilizzatore-garante di maggioranza e governo, ma un soggetto collettivo di natura politica del peso acquisito dal M5S che aspiri a non implodere o dissolversi non può sottrarsi a regole e procedure che ne governino la dinamica interna, decidendo insieme e ordinatamente (appunto con un congresso) che fare e a chi attribuire la responsabilità di farlo, designando il suo gruppo dirigente.

A ben vedere, sta scritto chiaramente nell’art. 49 della Costituzione, che i 5 stelle sostengono di amare e hanno difeso dalla controversa riforma renziana: i partiti, cui è affidata una delicatissima funzione costituzionale, quella di selezionare le candidature, devono garantire trasparenza e democrazia interna.

La competizione – diciamo pure il conflitto e finanche le ambizioni personali ci stanno – non devono scandalizzare, sono parte integrante della politica democratica, ma il solo modo che non le fa degenerare, il solo modo per volgerle in positivo è quello di razionalizzarle e sublimarle politicamente, di ingaggiare tra le varie posizioni in campo un aperto, pubblico confronto.

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Un problema politico identitario

Dal mio punto di vista, il Di Battista o chi altro volesse portare indietro il M5S alla sua stagione politicamente infantile va battuto così.

Né penso che sia possibile venire a capo del problema politico identitario del M5S attraverso la scorciatoia della leadership affidata d’autorità a Conte. Vero è che un recente sondaggio Ipsos accredita la tesi secondo la quale, facendo del premier il capo politico del movimento, esso potrebbe tornare ai fasti di un consenso vicino al 30%, ma, atteso che vi sarebbe di nuovo un che di paradossale, in un movimento germinato all’insegna dell’enfasi partecipativa, affidarsi alla più vieta logica leaderista, soprattutto:

a) le dinamiche del consenso a questo o quel politico sono assai mobili e incerte;

b) al momento, e sin tanto che il governo dura, è impensabile che Conte revochi la sua relativa autonomia/distinzione rispetto allo stesso M5S, il PD non lo consentirebbe, i precari equilibri della maggioranza sulla quale si regge il governo ne sarebbero intaccati;

c) le stesse parole non esattamente concilianti ma anche ragionevoli di Di Battista («Conte si iscriva al PD e poi ce la giochiamo») stanno a dimostrare che non sarebbe facile risolvere la questione sbrigativamente così. Come forse auspicherebbe Grillo, che sembra scontare la pena dell’apprendista stregone, essendo indiscutibilmente figlio suo più Di Battista di Conte.

Oggi – come accennato, ultimo dei tanti paradossi – a Grillo si guarda come garante della stabilità del governo, ma domani, quando si farà la storia di questa stagione politica così singolare, un rilievo gli sarà mosso: non solo non si scherza con i santi, ma neppure si dovrebbe scherzare con la politica e con le istituzioni. L’etica della responsabilità mal si concilia con il virtuosismo, le trovate, le provocazioni di chi fa teatro.

Anche se, da tempo, i canoni tradizionali della politica sono stati stravolti, ne abbiamo viste di tutti i colori e il M5S è da iscrivere appunto tra i fenomeni più imprevisti e meno convenzionali, ecco la lezione: prima o poi la politica, quella buona, si prende le sue rivincite, impone le sue regole. Esse contemplano l’elaborazione, la discussione, il confronto tra visioni, culture, programmi.

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2 Commenti

  1. Giovanni Garlanda 23 giugno 2020
  2. iVAlDO 21 giugno 2020

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