Cosa succede tra Spagna e Catalogna?

In queste settimane ho la sensazione, come spagnolo che vive in un paese straniero, di essere sotto i riflettori più del solito. E non tanto per discutere dei successi calcistici o sulla destinazione delle vacanze della scorsa estate. Alla preoccupazione personale si unisce la domanda, ripetuta da persone conosciute e non: ma, cosa sta succedendo in Spagna con la Catalogna? Come mai un paese tranquillo, che per molti era perfino sinonimo di ripresa e di crescita, è diventato in questo momento immagine di repressione e di mancanza di democrazia?

Catalogna

Passione

Cercare di spiegare le radici di questo conflitto è un compito che oltrepassa i limiti di qualsiasi articolo e che, in questi giorni, nemmeno i grandi analisti sono riusciti a scandagliare. Forse perché, al di là dei dati storici (sempre proclivi ad essere usati per un’interpretazione interessata), tutto si vive con quella passione tanto nostra, più accesa che mai in questi giorni, che ha accresciuto il profondo (e artificiale) confronto che viene da lontano, del quale la rivalità sul campo da calcio tra Madrid e Barcellona è solo il suo volto più ludico.

Infatti, guardando allo scontro politico, molti catalani continuano a esprimere la loro convinzione di essere trattati ingiustamente e con modi repressivi dal resto della Spagna, e questo non ha fatto che aumentare nel Paese quell’immagine di persone arroganti e tirchie che sempre è stata associata agli abitanti della Catalogna. In un momento in cui si registrano tante “fobie”, ogni giorno che passa si alimenta sempre di più una reciproca hispanofobia e catalanofobia, forse senza misurare le conseguenze che possono nascere risvegliando tali mostri, sempre difficili da ammansire.

Tutto fa pensare che la legalità alla fine ripristinerà l’unità. Ma forse qualcuno dovrebbe cominciare, sin d’ora, a considerare come ricostruire quel senso di reciproca appartenenza che non può essere imposto per legge e che ogni giorno che passa sembra sempre più rovinato sui due lati di questa frontiera invisibile. Perché dalla fobia all’estremismo il passo è molto corto. Per fortuna c’è ancora chi esce nelle strade mescolando il rosso e il giallo delle bandiere di Spagna e Catalogna, facendoci credere che non è tutto perduto.

Questo aspetto soggettivo, non solo individuale ma anche collettivo, che va al di là dei dibattiti politici, è essenziale per capire cosa sta succedendo. Poiché i partiti e i movimenti che hanno incoraggiato il processo di questa presunta/sospesa dichiarazione di indipendenza della Catalogna, lo hanno fatto richiamando proprio questo, l’orgoglio più profondo, per mobilitare migliaia di persone in manifestazioni politiche o in atti – come l’organizzazione clandestina di un referendum o l’opposizione alle forze dell’ordine – da considerarsi quasi penalmente perseguibili.

È affascinante, e allo stesso tempo inquietante, seguire i messaggi con cui si pretende di giustificare questo processo, facendo appello a una Repubblica catalana con tratti così ideali, difficili da credere, dove non ci sarà né ingiustizia né violenza, un paese di democrazia, uguaglianza e benessere per tutti, di fronte a uno Stato spagnolo totalitario e aggressivo, incapace di assumere l’identità catalana. La prospettiva di una tale utopia è certamente allettante. Tuttavia, una dose minima di realismo dovrebbe suggerire di diffidare di aspirazioni così elevate, perché solo nei racconti i buoni sono così buoni e i cattivi così cattivi. È proprio delle ideologie: producono cecità.

Violenza

In questa difficile situazione, due altri attori sono entrati in scena, rendendola ancora più complessa. In primo luogo, è innegabile che la passione si è mutata in violenza. Le foto della Polizia che, eseguendo gli ordini impartiti, tentava di chiudere con la forza o impedire l’accesso ai luoghi in cui si poteva votare in questo presunto referendum, hanno fatto il giro del mondo, proiettando un’immagine di radicalismo e di intransigenza difficile da giustificare.

Ma sarebbe poco intelligente soffermarsi solo su una foto e su un breve commento pubblicato sui social network. Se parliamo di violenza in questo processo, è necessario considerare anche quella che è stata esercitata contro lo Stato per imporre una legge che permettesse di indire un referendum, con cui tutto è iniziato. Oppure la campagna contro i Comuni che non erano disposti a partecipare. O l’uso dei bambini per impedire l’accesso con la forza alle scuole dove si poteva votare. O la pressione sulla stampa, sui membri della Polizia nazionale e autonoma o sulle persone che semplicemente non erano a favore, nel modo o nel contenuto, di questo processo.

Una violenza che non è una novità, ma che è stata sottilmente esercitata per anni in Catalogna attraverso l’istruzione, i mezzi di comunicazione, le misure contro qualsiasi cosa che anche vagamente sapesse di “spagnolo”, e che è necessario, per onestà, denunciare.

Certamente un’immagine rimane sulla retina, ma in tutto questo tempo c’è stata troppa violenza che, purtroppo, ognuno vede chiaramente nell’occhio dell’altro, ma non nel proprio.

Economia

Un secondo ambito venuto ad aggiungersi negli ultimi giorni è l’economia. Centinaia di aziende hanno deciso di spostare la loro sede in altre aree della Spagna, quasi sempre facendo appello allo stesso argomento: la propria sicurezza e quella dei loro investitori.

C’è chi dice che questo potrebbe essere il fattore determinante che indebolirà l’intero processo. Perché questo era senz’altro uno degli argomenti branditi con maggiore insistenza per giustificare l’indipendenza.

L’idea è che la Catalogna viene trattata ingiustamente a livello economico dallo Stato spagnolo, facendo sì che della sua ricchezza beneficino altre regioni, e per questo la loro indipendenza porterebbe automaticamente a uno stato di benessere sociale. Al di là dell’ingenuità di questa analisi, che dimentica come la stabilità economica di una regione dipenda in grande misura dal suo vincolo con il paese a cui essa appartiene; al di là dei richiami delle maggiori agenzie di investimento, che hanno ventilato perfino una probabile recessione; al di là delle indicazioni esplicite dell’Europa, che una Catalogna indipendente rimarrebbe automaticamente fuori dell’Unione…, la realtà ha dimostrato che l’economia non cerca bandiere, ma stabilità. E, senza dubbio, una regione che intende rompere unilateralmente con il paese a cui essa appartiene non è un grande esempio di sicurezza.

La verità è che, qualunque cosa accada, la Catalogna ha già perso tanto. Così, mentre s’inviano messaggi tranquillizzanti, dichiarando che queste aziende torneranno, e si approfitta per accusare lo Stato di continuare a fare del male alla Catalogna facilitando questa fuga, alcuni pensano che adesso non ci sia altro da fare che andare avanti, perché, dal momento che il fattore economico entra in crisi, non c’è più nulla da perdere. Un tale atteggiamento non può che essere chiamato suicidio.

Dialogo

In questa prospettiva, e in un momento in cui entrambi gli interlocutori stabiliscono alcune scadenze perché l’altra parte reagisca, ci sono voci, autorizzate e non, che fanno appello al dialogo tra la Spagna e la Catalogna come unica soluzione al conflitto, ricorrendo anche, se fosse necessario, alla mediazione internazionale. Ma, ancora una volta, ci troviamo di fronte a una possibilità che diventa un’arma per accusare di immobilità la controparte.

È ovvio che un tale dialogo è un miraggio, perché in ogni caso esso presuppone che una delle due parti rinunci ai principi fondamentali che hanno innescato questo conflitto: la Spagna è aperta al dialogo con il President della Catalogna, sempre che lui rinunci al suo piano sovranista, mentre il Governo catalano si siederà al tavolo, sempre che lo Stato spagnolo riconosca il suo diritto all’indipendenza.

Ognuno si appella a grandi argomenti per sottolineare che la sua posizione è irrinunciabile, richiamandosi uno alla Costituzione spagnola, l’altro alla volontà della maggioranza dei catalani di stabilire uno Stato indipendente. Tuttavia, è chiaro che entrambi gli argomenti non si trovano sullo stesso livello, malgrado ognuna delle due parti non voglia riconoscerlo.

Come hanno sottolineato con insistenza le istituzione europee, rafforzando la posizione del Governo spagnolo, il rispetto della Costituzione di uno Stato è irrinunciabile, perché è il fondamento di qualsiasi democrazia. È curioso come la Catalogna abbia costantemente fatto appello alla democrazia scalzando uno dei suoi principi fondamentali.

Inoltre, l’ampia volontà di indipendenza alla quale la Catalogna si riferisce non solo non è verificata (la legge referendaria stabilisce solo che ci siano più “sì” che “no”, senza segnare una percentuale per far risaltare una tale maggioranza), ma anche – se così fosse – che si tratta di una possibilità non prevista dalla Costituzione spagnola, per quanto tutti si mettano d’accordo e richiamino il loro diritto di decidere.

In qualunque modo la si guardi, una cosa è chiara: si è fatto qualcosa che non poteva essere fatto. Questo deve essere riconosciuto, se si vuole partire dalla verità e non da una soggettività che tutto giustifica. Allora rimane da dialogare, effettivamente, ma a partire dalla situazione esistente prima del conflitto. Il resto è pura ingenuità. Oppure è la creazione di false aspettative che portano soltanto ad una maggiore frustrazione.

Tutto fa supporre che in queste settimane il Governo della Spagna applicherà un articolo della Costituzione che prevede casi come questo, intervenendo in maggiore o minore misura nell’autonomia della Catalogna. Non è chiaro cosa comporterà, perché è la prima volta che si fa ricorso a tale disposizione. Ma la ferita rimarrà aperta. Forse perché continua a prevalere una visione troppo individualistica, troppo concentrata sul proprio interesse. Non è niente di nuovo. Da tempo l’Europa è piena di simili tentativi.

D’altra parte, è vero che viviamo momenti particolari, in cui l’“America first”, la Brexit, la chiusura delle frontiere o la proliferazione di partiti estremisti e sempre “anti” qualcosa, sono emerse con vigore, dimenticando che la divisione indebolisce soltanto.

Come Paese, dobbiamo ancora definire cosa significa essere “spagnoli” nella realtà del XXI secolo e come gestire oggi le varie autonomie. Dobbiamo prendere in mano la riforma della Costituzione, per adattarla al contesto attuale. Sarà necessario affrontare molte sfide interne e tante altre che ci presenta la globalizzazione. Chiedo solo che si faccia insieme.

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Un commento

  1. Maria Teresa Pontara Pederiva 19 ottobre 2017

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