C’era una volta la pace in Siria

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Roberto Di Diodato con Fulvio Scaglione, C’era una volta la Siria in tempo di pace

Le pennellate si stendono veloci, accelerano con il mulinello del vento, rallentano con l’aumentare del caldo che incolla il sudore fra le pieghe del collo. Quindici giorni per un reportage televisivo in Siria sono tanti e faticosi, e pochi allo stesso tempo.

Dal confine turco di Akçale l’onnisciente guida Issan porta i suoi cinque ospiti alla prima meta: le bellezze di Raqqa, sull’Eufrate. Si gira poi a sud-est verso Deir-Ez-Or, il paesaggio calcinato dal sole di Dura Europos, la Pompei d’Oriente. Il suo tesoro magico è ricostruito e rinchiuso al sicuro in una sala del museo di Damasco custodita da guardie armate.

La sinagoga di Dura Europos, con attigua una domus ecclesiae, era situata a ridosso del muro di cinta della città. Quando questo crollò, la preservò dalla distruzione. Col suo rosso pompeiano e le sue ingenue scene bibliche che formano una vera e propria Bibbia dei poveri fa sognare la mente del viaggiatore curioso e attento, al solo pensiero della ricchezza culturale e religiosa di una città in pieno deserto ai confini del mondo abitato.

Mari è il termine orientale della braccio sinistro di quello che chiamerei la croce che si disegna seguendo il viaggio della troupe. Un viaggio sul corpo martoriato e bellissimo della Siria prima delle sommosse del 2011, sfigurato poi dalla sanguinosa repressione che ne seguì e dallo scoppio della tragica guerra civile. L’archivio reale di Mari restituì un’immensa quantità di tavolette dove fu scoperto, fra l’altro, il parallelo locale del fenomeno e della terminologia del profetismo biblico.

Si torna indietro per tracciare il braccio destro della croce.

È in attesa la magica città di Aleppo, con la sua cittadella e lo splendido museo aperto ai pochi visitatori. Il monastero di San Simone lo Stilita è una stimolante tappa attorno alla colonna dell’originale monaco che visse su una colonna di venti metri. Poco più a nord sorgono i resti di Ugarit, con la sua scrittura particolare e le memorie religiose dei titoli e delle prerogative del Baal del Nord che la Bibbia non esitò a trasferire al suo dio, YHWH. A lui solo spetta in realtà tuonare, fecondare e irrigare la terra. Lui solo va adorato, non Baal e il suo pantheon.

La vicina Tell Mardikh squaderna al visitatore la scoperta italiana. Il professore della Sapienza di Roma Paul Matthiae vi scoprì infatti la fino ad allora mai rinvenuta città millenaria di Ebla, con le sue tavolette di richiesta di aiuto ancora nel forno a cuocere, e tutte le altre ben ordinate nella cancelleria del palazzo reale. Un cerbero feroce, assistente tedesca in gonnella del professor Matthiae, assente in quel periodo, scaccia tutti in malo modo dal sito, lasciando un po’ di amaro in bocca agli intrepidi visitatori.

Lattakia, Tartus, Hama, Krak des Chevaliers sono altrettante tappe fra città portuali e castelli imprendibili posti com’erano a strapiombo sul nulla e che conservano ancora le memorie degli eserciti crociati.

Nonostante gli sforzi per trovarlo, il sito di Qadesh resta però introvabile anche all’esperto Issan. È il luogo della battaglia più importante della storia mediorientale, combattuta nel 1274 a.C. fra gli ittiti di Mutawalla II e gli egiziani del faraone Ramesse II sulle rive dell’Oronte, chiamato appunto “il Ribelle” perché è l’unico che scorre da sud a nord. La battaglia può essere seguita “in diretta” con tutti i particolari della strategia bellica leggendo i documenti e i monumenti, ad esempio l’egizio Poema di Qadesh. Alla fine non si sa chi vinse. La propaganda politica di entrambe le parti la attribuì al proprio esercito. In quell’occasione fu però siglato il primo trattato internazionale di cui si conoscano anche le clausole. Il trattato di pace registra come vincitori entrambi gli eserciti, ma comunque consentì un periodo di pace fra le superpotenze del mondo del tempo.

Le imponenti nurie di Hama, enormi ruote di legno che distribuivano la preziosa acqua in tutto il territorio circostante, fanno restare a bocca aperta anche i più esperti viaggiatori.

La discesa del viaggio continua sul braccio verticale della croce.

Damasco accoglie i registi-giornalisti e gli operatori televisivi con l’immenso scrigno dei suoi tesori e del suo museo, la splendida moschea degli Omayyadi, i suoi mitici ristoranti e café, il suk e il suo ventre profondo, collocato nell’infernale officina dei forgiatori e cesellatori di padelle e ninnoli turistici di ferro.

Le parole di pace e di riconciliazione fra le religioni di padre Paolo dall’Olio scendono nel profondo del cuore, lasciando in silenzio riflessivo anche il navigato giornalista. Si ode solo il silenzio nel suo monastero appollaiato in cima a un ripido sentiero di montagna.

A Maalula si ascolta poi incantati una ragazza che canta ancora il Padre nostro in aramaico per i turisti, delegata a questo dal suo villaggio che ormai parla arabo…

Ma è ormai tempo di raggiungere il profondo sud, al confine con la Giordania. La nera regione basaltica, fertile e severa, custodisce il suo scrigno di pietra nera nella città di Bosra: lo stupendo teatro, intatto. Lungo il viaggio emergono ancora vive le immagini della regina del deserto, Palmira, con gli splendidi palazzi dell’imperatrice Zenobia che nel III secolo tentò di opporsi allo strapotere dell’impero romano. I suoi fascinosi templi e l’imponenza della Via Colonnata lunga quasi due chilometri soggiogano l’animo. Il castello che domina imponente dalla cima della collina frena il vento impetuoso e calamita lo sguardo del visitatore.

Scorrono leggere e affascinanti le pagine scritte su sfondo bianco. Quelle meno numerose, scritte nei box a sfondo grigio, narrano invece le vicende successive al 2011, la tragedia della guerra civile che toccò e distrusse poco o tanto quasi tutti i luoghi visitati dalla troupe negli anni precedenti. Un’occasione per il lettore di fare memoria storica ordinata e ragionata degli eventi, con le loro radici che affondano spesso nei secoli precedenti: la storia del nazionalismo strisciante mai sopito, quella dello strapotere degli Assad padre e figlio, pur appartenenti alla minoranza alawita che raggiunge a mala pena il 10% della popolazione, l’irrompere di Al Qaeda e di Isis, gli scontri feroci fra l’esercito regolare e l’esercito siriano libero, gli interventi di Russia, Turchia, Stati Uniti contro i curdi, i ribelli, la popolazione inerme. Milioni di esuli, profughi e sfollati. Una tragedia immensa, ideata forse per annichilire volutamente una potenza economica di un paese di prima grandezza. Una guerra guerreggiata per interposta nazione, per interposti civili inghiottiti nel fuoco delle bombe (anche a gas nervino) e dei proiettili delle artiglierie pesanti.

Nostalgia, immagini, sapori, odori, bellezze della cultura e della natura, caldo e vento emergono anche nella mente di chi scrive queste note. Nel 1986 dovette ancora esibire il certificato di battesimo per potervi entrare in un bellissimo viaggio di biblisti italiani.

I siriani sono un popolo fiero e forte. L’augurio è che nel prossimo decennio la Siria possa rinascere dalle macerie in cui l’hanno prostrata la violenza degli uomini che hanno azzerato la sua infrastruttura industriale, nell’indifferenza quasi generale (tranne l’attenzione e la preghiera del papa, l’eroica cura pastorale dei frati cappuccini e l’opera altrettanto eroica di alcune ONG).

Roberto Di Diodato con Fulvio Scaglione, C’era una volta la Siria in tempo di pace, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2020, pp. 176, € 18,00, ISBN 9788892221468

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