Fine di un governo a contratto

di: Domenico Rosati

E finalmente è arrivata la crisi di governo. Di ferragosto. come raramente era accaduto. E con molte incertezze sulla responsabilità di chi l’ha aperta.

Forse la lega di Salvini che ha votato in parlamento un ordine del giorno favorevole alla TAV presentato dal PD, forse dal PD che quell’ordine del giorno ha presentato raccogliendo i voti della Lega, di Forza Italia e di Fratelli d’Italia – tutti meno i Cinquestelle, o questi ultimi, i Cinquestelle appunto, vogliosi di andare in minoranza per avere una ragione valida per interrompere una collaborazione contrattuale con la Lega che ormai non andava da nessuna parte?

Un O.D.G. narcisistico

Sullo strumento della rottura sostenuto dai Cinquestelle, poi, c’è da fare una chiosa. Non s’era mai visto uno strumento di indirizzo parlamentare, l’ordine del giorno appunto, che non aveva come destinatario il governo, con la formula canonica (“impegna il governo”, ma proprio lo stesso parlamento e quindi con un impegno rivolto a se stesso di segno narcisistico, per non dire onanistico, in ogni caso sterile dal punto di vista delle conseguenze politiche).

Era stato questo il trucco escogitato dai Cinquestelle per sterilizzare gli effetti dell’eventuale approvazione di uno degli altri  documenti tutti, meno uno, favorevoli all’esecuzione della grande opera transalpina e, più in generale, alla tradizionale politica delle grandi opere come volano di sviluppo all’economia e di sostegno all’occupazione.

Il confronto parlamentare si è infatti subito dilatato per estendersi alle dimensioni culturali se non addirittura ideologiche del problema, dando modo a tutte le parti in causa di mettere in campo tutte le tesi, queste sì tradizionali, esistenti in materia, fino ai confini della decrescita felice a paragone con quelle del più robusto capitalismo, più o meno attenuato da elementi di riformismo ecologista.

Modifiche in corso d’opera

Chi ha seguito le vicende del governo Conte, nato con la formula del contratto stipulato tra  La Lega ex Nord e il Movimento 5Stelle dopo le elezioni del 2016, non può limitarsi troppo a lungo sugli aspetti di merito dei problemi inclusi nelle clausole del patto di governo. Uno scontro di portata ben più ampia si è svolto nel biennio considerato tra due visioni della realtà nazionale e internazionale come quella della Lega e dei Cinquestelle.

Tutte e due le forze politiche si sono modificate nel corso del  ciclo temporale considerato. La Lega si è data una politica internazionale affiliandosi al mondo dei sovranisti europei e accostandosi agli interessi tutelati dalla Russia di Putin e, sul piano nazionale, svincolandosi, ma solo in parte, dalla vocazione social-secessionista ultimamente ricomparsa sotto le specie di un regionalismo dai limiti indefiniti, tale da mettere in crisi la struttura di una repubblica indivisibile: il potere degli interessi locali riaffiora così sotto la vernice unitaria che non viene rimossa e pretende di farsi valere a tutti i livelli dello stato.

La scatola di tonno e poi…

Quanto ai Cinquestelle, la loro evoluzione è più complessa e confusa come riflesso della natura e della struttura del movimento fondato da Grillo e animato da Casaleggio. Qui ha pesato soprattutto l’ingresso al governo con il carico di responsabilità che ciò comporta.

Altro è dichiararsi di fronte al mondo come partito di opposizione permanente, con uno spirito paragonabile a quello dei futuristi del primi del Novecento, avente come programma quello di aprire il Parlamento come una scatola di tonno, e poi doversi confrontare con la durezza della resistenza istituzionale riducendo la propria gloria all’abolizione dei vitalizi degli ex parlamentari, magra vittoria rispetto all’ampiezza dei propositi enunciati.

Così le proposte leghiste sono state percepite dal pur vasto popolo dei Cinquestelle come più concrete delle proprie e hanno trovato più fatica ad affermarsi nel Parlamento e nel paese.

La lezione dei due anni        

Due progetti incomponibili per governare un paese difficile da governare. Questa è la lezione dei ventiquattro mesi di gestione dell’esecutivo in una cornice di problemi che non ha riguardato solo le grandi opere ma un insieme di questione attinenti alle varie voci della gestione del potere, dall’ordine pubblico all’immigrazione alla sicurezza, il tutto in un regime di continuo confronto tra una posizione dura ed arroccata, nonché condita di turpiloqui di ogni genere (la Lega) e un’altra (i 5Stelle) in genere vogliosi di emanciparsi dal peso di un anarchismo fuori tempo e fuori luogo e in lotta tra di loro oltre che con gli altri per il mantenimento del potere su canoni compatibili con le regole della rappresentanza democratica.

Quali vicende potranno caratterizzare una crisi che si apre con questi presupposti? Quale ruolo potrà avere il Presidente del Consiglio, venuto fuori da uno compromesso inedito persino nell’esperienza politica italiana, così densa di reperti originali? Quale compito si assegnerà il Presidente della repubblica nella gestione della crisi?

Scioglierà le camere come a gran voce gli chiedono dall’ex maggioranza e dalle opposizioni?

Che cosa attenderci?

E che cosa ci si può attendere da queste ex opposizioni il cui ruolo è stato esautorato dal fatto che ricoprirlo hanno pensato le due forze di governo le quali se lo sono diviso senza esclusione di colpi? E che dire del Pd? È lecito pensare che esso possa attestarsi su una piattaforma cha gli permetta di affermarsi alle elezioni in modo da rendersi indispensabile in un nuovo sistema di alleanze? E quali?

Verrebbe voglia di scrivere che ne parleremo alla prossima puntata. Ma sempre con quel margine di dubbio che si impone ogni volta che si entra nei meandri di questa insondabile legislatura.

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