Il referendum permanente

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I due schieramenti che si sono confrontati il 17 aprile nel referendum sulle trivelle petrolifere sono attraversati da una medesima tentazione: far fruttare in termini politici il risultato ottenuto nella  consultazione. Come? I vincitori, quelli che non votando hanno fatto mancare il numero legale, sono affascinati dall’idea di riprodurre un esito simile alle prossime amministrative e, soprattutto, nella consultazione autunnale,quella “confermativa” della riforma costituzionale. Gli sconfitti del mancato quorum immaginano di poter mantenere la compattezza (minoritaria) di aprile come piattaforma di una rivincita a giugno e a ottobre. Che dire?

Anche in passato in più occasioni si tentò di commutare uno schieramento referendario in uno schieramento politico, cioè in una maggioranza di governo. Ma non se ne fece niente a causa dell’eterogenea composizione degli eserciti oltrechè dell’evidente differenza della posta in gioco. Quanto poi sia lecito volgere in positivo un atteggiamento negativo come la diserzione dalle urne è tutto da dimostrare. E così dicasi della fragilità di un assiemaggio occasionale come quello verificatosi sulla sponda del “si”, che voleva dire “no” alle trivelle in Adriatico alla scadenza delle convenzioni.

La concezione agonistica

Meglio dunque archiviare le dispute sui numeri e sulla consistenza molto virtuale di ipotetici schieramenti ed esaminare con freddezza lo stato dell’arte della politica dopo la ventata calda  della contesa ora conclusa. E qui il primo bandolo di una matassa che resta assai complessa è quello dell’atteggiamento del Pd e per esso – inevitabile rilevarlo – del suo leader-dominus Matteo Renzi. Al quale va ascritto il merito – o il suo contrario a seconda dei punti di vista – di aver guidato la campagna astensionista così sgominando il campo avverso.

Anche stavolta ha funzionato la concezione agonistica della politica di cui il Segretario-Presidente ha dimostrato di essere al tempo stesso teorico e sperimentatore.  E il suo grido di vittoria assicura una continuità di indirizzo  che investe simultaneamente il partito, il governo e l’insieme delle forze in contesa. Il dileggio riservato ai perdenti della prova referendaria, soprattutto i promotori delle regioni, promette che tale…stile di guida sarà confermato nei prossimi mesi e condizionerà l’intera vita politica. Alimentando la spaccatura tra coloro che, tutto sommato, vedono in Renzi la soluzione e coloro che invece lo considerano come parte cospicua del problema.

Tra il “noi” e il “loro”

Con tali presupposti non è arbitrario immaginare che il prossimo futuro sarà una sorta di referendum continuo con lo scontro di due posizioni incomponibili. Che non sono quelle tradizionali della destra, della sinistra e magari di un centro equilibratore, ma si esprimono, sommariamente, in un “noi” e in un “loro” senza residui e senza economia di colpi. In tal modo si prefigura una radicalizzazione di tutti i confronti in calendario ma non si intravede la possibilità di composizione oltre la conta dei voti.

E’ giusto rilevare che le opposizioni, quelle così dette antisistema e quelle istituzionali, non fanno nulla per ridurre l’attrito, ma si deve ammettere che la rigidità del governo alimenta la “convergenza-contro” di tutti quelli che hanno un motivo per non essere d’accordo. Le elezioni amministrative non si prestano alla sperimentazione di grandi coalizioni, attraversate come sono da aspirazioni e interessi contrastanti,ma il referendum d’autunno, che non prevede il quorum, appare come l’occasione più adatta ad alimentare un’onda lunga che vada da CasaPaund a Landini passando per Berlusconi, Salvini e Cinquestelle; senza dimenticare l’annunciata ritorsione del “popolo della famiglia”di matrice cattolica.

Anche stavolta erò, si perderebbe di vista l’oggetto del contendere (e cioè le modifiche dalla Carta approvate dal Parlamento) e si punterebbe tutto sulla caduta del governo. Sfida che, come è noto, il Presidente del Consiglio concorre ad alimentare quando annuncia che in caso di sconfitta uscirà di scena. E siccome le riforme in verifica popolare sono necessariamente confezionate in un pacchetto unico, la bocciatura  del quale avrebbe riflessi imponderabili e ingovernabili sull’intero assetto istituzionale, è facile immaginare che sarà fatto valere un argomento sommario del genere “o me o il caos”.

Se il Pd si riscopre

In questo scenario non compare il Pd. Non perchè non esista, ma perchè non ha un ruolo evidente, sopraffatto com’è dallo straripamento renziano. L’idea di costruire un diverso rapporto tra partito e governo comincia a farsi strada nelle minoranze interne, frastornate anch’esse dalla supremazia del presidente-segretario. Ma non c’è ancora un disegno compiuto e certamente non basterebbe la semplice sostituzione  di un nome con un altro. Si tratta invece di delineare meglio il ruolo del partito come soggetto di indirizzo politico e luogo di selezione della classe dirigente, che abbia margini di effettiva autonomia rispetto alle esigenze di compromesso legislativo e di tattica spicciola di cui il governo deve farsi carico.

Non c’è più posto, nel sistema, di un partito militarizzato o, peggio, detentore della “verità”, ma c’è un disperato bisogno di idee, di studi, di cultura politica e di etica pubblica; e c’è un collegamento da ristabilire con le energie vitali che attraversano la società, con i soggetti tradizionali da rivalutare e insieme da bonificare e con quelli nuovi da individuare e fermentare. Il Pd, per come è nato e per come si è sviluppato, presenta oggi le caratteristiche per svolgere una simile funzione di animazione civile e di proposta politica. Di tutto ha bisogno fuorchè di una scissione. La sua composizione plurale lo preserva da  sbocchi estremistici e lo predispone all’intelligente mediazione che è il cuore di ogni saggia politica. Se c’è un dibattito serio e sereno, la distinzione dei ruoli e delle persone diventa un passaggio fisiologico. Avviene il contrario se  il fervore della polemica la carica di valenze punitive. Negli ultimi tempi le minoranze del Pd sembravano orientate ad una ricerca costruttiva. Resta da vedere se riusciranno a realizzarla senza considerare come una provocazione ogni decisione del vertice. Se poi anche il vertice collaborasse…

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