L’attentato jihadista in Costa d’Avorio

di: Gabriele Ferrari

Tavernerio, 15 marzo 2016.

Domenica 13 marzo rimarrà nella memoria di questi ultimi anni come la “domenica di sangue” per due attentati terroristici che hanno insanguinato Ankara, capitale della Turchia, e la spiaggia di Grand Bassam nei pressi di Abidjan in Costa d’Avorio.

Il primo, che ha fatto 37 morti e molti feriti, sembra – a tutt’oggi – opera degli indipendentisti curdi; il secondo attentato, anch’esso saldatosi con un pesante bilancio di 17 morti e molti feriti, è chiaramente un duro colpo dei terroristi islamici dato per interposta persona alla Francia, perché la Costa d’Avorio è stata e rimane un punto di riferimento di forza di Parigi e della sua economia in Africa occidentale.

Pur di matrice diversa, entrambi gli attentati si qualificano per l’efferatezza del gesto, l’intenzione di spezzare l’economia dei rispettivi paesi e, soprattutto, per l’effetto finale di alzare rapidamente il livello del terrore nel mondo.

Lo stato-chiave della Françafrique

In particolare l’attacco ai due resort di Grand Bassam è l’ultimo della serie di attentati rivendicati dall’ISIS e da Al Qaida che, ogni volta, hanno suscitato un crescente sgomento e, insieme, numerosi interrogativi.

Se è vero che l’attentato di Grand Bassam colpisce soprattutto la Francia e i suoi interessi in Costa d’Avorio, ex colonia francese che si sta velocemente riprendendo dalla guerra civile degli anni 2002-2007, è altrettanto vero che esso mostra che l’Africa sta cadendo progressivamente nella morsa del terrorismo fondamentalista islamico.

Dopo gli attentati negli alberghi di Bamako in Mali e di Ouagadougou in Burkina Faso, dopo i meno recenti attentati del Bardo in Tunisia, di Parigi e di Sousse sempre in Tunisia, gli islamisti questa volta sono entrati in Costa d’Avorio, lo stato-chiave della cosiddetta Françafrique, portando la sfida al cuore degli interessi francesi in Africa.

Il mandante dell’attentato è l’imprendibile capo algerino, Mokhtar Belmokhtar, insieme con il movimento salafita Aqmi, dal quale egli si è staccato non per divergenze ideologiche, ma per affermare una sua personale leadership. L’ha fatto per attaccare Parigi che, da tre anni, cerca di bloccare la penetrazione jihadista in quegli stati a Sud del Maghreb che hanno forti minoranze musulmane per creare in Africa occidentale un grande Governatorato occidentale (Wilaya Gharb).

No ad una risposta militare

L’attacco alla Costa d’Avorio è un punto sicuro messo a segno da Belmokhtar, perché colpisce il più importante degli stati francofoni della regione ancora legato alla Francia. Con 25 milioni di abitanti (un quarto musulmani) e un Pil in rapida crescita (35 miliardi), la Costa d’Avorio è il motore economico dell’Africa occidentale ed è un fedele alleato della Francia che, durante la guerra civile, si è schierata al fianco dell’attuale presidente Alassane Ouattara. Ed è proprio questo legame che i movimenti jihadisti vogliono spezzare. E lo fanno presentando l’islam come l’unica religione «non razzista», che tratta alla pari gli africani e che può liberarli dalla dipendenza dall’Occidente corrotto.

Questa volontà di liberazione, che si situa tra il sociale e il religioso o che, per meglio dire, utilizza la religione come elemento di riscossa sociale e politica, non cessa di essere inquietante, ma non sarà contrastata da una risposta militare. Una risposta militare – come mostra la storia recente – non riesce a risolvere questo genere di conflitti ma solo ad esasperarlo. Come in Nigeria, come in Medio Oriente e altrove, l’islam non sarà sconfitto militarmente, ma con interventi d’altro genere, diplomatici, sociali e culturali.

La strategia jihadista

Quando, nel dicembre 2012, Mokhtar Belmokhtar si è mosso dalla Libia e dall’Algeria per invadere il Nord del Mali, la reazione della Francia (l’operazione Serval) in difesa dei suoi interessi economico-finanziari in Mali e nella regione, è riuscita a ricacciare i jihadisti nei loro rifugi nel deserto, ma la minaccia si è fatta ancora più forte.

La seguente operazione che la Francia ha lanciato il 1° agosto 2014, chiamata Barkhane, con il compito ambizioso di controllare tutta la fascia del Sahel, dal Senegal al Ciad, e impedire le infiltrazioni degli jihadisti verso Sud, ha messo in campo 3.500 uomini, ha la sua base principale a Gao in Mali e tra le basi arretrate la più importante è la Force Licorne a 20 chilometri da Abidjan. Essa non è ancora conclusa e verosimilmente non si concluderà tanto presto…, perché il territorio da sorvegliare è immenso: circa due milioni di chilometri quadrati; il contingente militare francese, poi, deve far fronte a tre gruppi di jihadisti, Aqmi, valutato in 700 uomini, Ansar Eddine, circa 800 militanti, e gli Al-Mourabitoune di Mokhtar Belmokhtar, che conta fra i 200 e i 500 uomini ma che è il più attivo e pericoloso, come si è visto a Grand Bassam.

L’operazione Barkhane ha tolto il controllo del territorio ai jihadisti in Mali, ma non è riuscita a evitare le infiltrazioni nei paesi circostanti. Al Forum di Dakar sulla sicurezza nella regione (gennaio scorso), i servizi di Parigi avevano avvertito il Senegal e la Costa d’Avorio che gli islamisti stavano preparando attentati nelle loro capitali con «autobombe, attacchi con armi automatiche in zone frequentate da occidentali e sulle spiagge».

L’intelligence francese, insieme con quella locale, è riuscita a sventare cinque attentati; alcune cellule dormienti di Ansar Eddine sono state scoperte ad Abidjan e Bouaké; una brigata antiterrorismo pattuglia di notte Abidjan, in particolare la zona dei ristoranti, e sorveglia la scuola francese della città, dove vanno i figli degli occidentali e dove si forma l’élite locale. Ma tutto questo – come si è visto – non è bastato a evitare il massacro.

Quale risposta

Questi ultimi fatti vengono a riproporre l’effettiva forza di penetrazione dell’islamismo nei paesi non islamici dell’Africa subsahariana e in particolare della religione islamica in paesi dove, fino ad oggi, l’islam è convissuto pacificamente con le altre religioni.

Non bastano più le rassicurazioni che un islam moderato rifiuta il conflitto religioso ed è aperto al dialogo. Le ragioni della reazione musulmana contro la Francia e contro l’Occidente non sono principalmente religiose; sono, prima di tutto, di ordine sociale e politico, sono la reazione di un popolo schiacciato ed escluso dal governo del mondo che, ricordando le ferite subite nel passato da parte di quelli che chiama i “crociati cristiani” e che più onestamente dovrebbe chiamare il sistema economico-finanziario e politico dominante, cerca di combattere quelli che ritiene degli oppressori, reali o possibili.

Questo non giustifica in alcun modo la violenza da parte loro né da parte nostra, ma mette in evidenza un fatto che è spesso dimenticato dall’Occidente: che, cioè, la soluzione dei problemi del terrorismo islamico e dell’invadenza religiosa islamica non sta nella lotta e nelle armi, ma nel dialogo e nella “cura” delle situazioni di sofferenza sociali e politiche che altrimenti sfoceranno inevitabilmente in altre reazioni violente come quelle che abbiamo già visto.

Quanto al timore per l’espansione dell’islam e la possibile riduzione del cristianesimo, non servono proprio gli allarmismi e il chiudersi nella paura. Ciò di cui c’è invece bisogno è un rinnovato impegno nella formazione delle comunità cristiane e dei singoli cristiani alla loro fede e una decisa testimonianza di carità cristiana come chiede ed esemplarmente insegna papa Francesco.

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