Dicevano che era un prete…

di: Andrea Lebra

Carlo Carlevaris

Al paragrafo n. 187 dell’Evangelii gaudium papa Francesco scrive: «Ogni cristiano e ogni comunità sono chiamati ad essere strumenti di Dio per la liberazione e la promozione dei poveri, in modo che essi possano integrarsi pienamente nella società: questo suppone che siamo docili e attenti ad ascoltare il grido del povero e soccorrerlo». Al paragrafo 195 trovo quanto segue: «C’è un segno che non deve mai mancare: l’opzione per gli ultimi, per quelli che la società scarta e getta via». E al paragrafo 201 leggo: «Nessuno dovrebbe dire che si mantiene lontano dai poveri perché le sue scelte di vita comportano di prestare più attenzione ad altre incombenze. Questa è una scusa frequente negli ambienti accademici, imprenditoriali o professionali, e persino ecclesiali».

Il filo rosso dell’amore per i poveri

Questi tre passi dell’Evangelii gaudium mi sono venuti in mente sabato 9 marzo 2019, a Torino, in occasione di un interessante convegno sulla figura di Carlo Carlevaris,[1] uno dei primi e più noti preti-operai deceduto novantaduenne a Torino il 2 luglio 2018, riflettendo su quello che – a mio giudizio – è stata la sua più grande passione come prete: stare dalla parte dei poveri e con i poveri, testimoniando le potenzialità liberatrici e umanizzanti del Vangelo.

Non sono in grado di dire se, nel 1971, l’incipit del n. 12 della lettera pastorale Camminare insieme, che recita «riconoscere secondo il Vangelo il valore della povertà vuol dire rispettare e amare i poveri, mettersi dalla loro parte con una scelta preferenziale», lo abbia materialmente scritto lui, su invito di padre Pellegrino: certamente però queste parole gliele ho sentite pronunciare più volte in occasione della partecipazione ad uno dei 107 gruppi di riflessione che si erano formati nel 1971 per suggerire[2] all’arcivescovo temi e argomenti da sviluppare nell’ambito della stesura di quella che sarebbe poi diventata la Camminare insieme.

Mettersi dalla parte dei poveri come scelta preferenziale è anche il grande insegnamento che ha trasmesso a me, quando l’ho conosciuto alla fine degli anni Sessanta del secolo scorso.

Un insegnamento che ho cercato e cerco di incarnare, con molte incoerenze, nella mia vita personale, familiare e professionale.

Se c’è un filo rosso che ha percorso l’intera sua esistenza, questo è certamente l’amore per i poveri.

È possibile evidenziare con chiarezza questo filo rosso rileggendo gli scritti di Carlo Carlevaris rinvenibili nella rivista PRETIOPERAI,[3] il cui numero 0 risale all’inizio del 1987.

Il suo primo scritto lo troviamo nel n. 2 della rivista (ottobre 1987), l’ultimo (significativamente intitolato L’ultima scelta) è pubblicato nel n. 77-78 (ottobre 2008).

Dimensione mistica dell’amore per i poveri

Un primo elemento di questo filo rosso potrebbe essere esplicitato come “dimensione mistica dell’amore per i poveri”: la scelta preferenziale dei poveri, cioè, per don Carlo ha rappresentato il suo modo di vivere la dimensione della fede e il rapporto con Dio.

Con accenti che ricordano i padri della Chiesa che parlano del «povero come vicario di Cristo», don Carlo scrive nel n. 2 della rivista (ottobre 1987), sintetizzando l’incontro internazionale dei preti-operai che si era tenuto a Lione dal 6 all’8 giugno 1987: il “rapporto spirituale con Dio” non è altra cosa rispetto al “contatto con Lui” vissuto attraverso il servizio – che all’occorrenza sa farsi militanza – a favore degli uomini e delle donne “nutrito dall’apporto storico” della loro vita.

È sul modo di relazionarsi con i poveri che si gioca la fedeltà al Signore Gesù.

I preti-operai – scrive – non hanno scelto direttamente di essere dei militanti. A farli diventare militanti sono state «le esigenze della vita». E «la vita militante chiede testimonianza, non rassegnazione».

Davvero la sua è stata – come direbbe il teologo tedesco Johann Baptist Metz assiduamente frequentato da don Carlo – una “mistica dagli occhi aperti”.[4]

Essere PER, essere CON, essere COME

Un secondo elemento del filo rosso è costituito da un concetto efficace che don Carlo amava ripetere, avendolo mutuato dalla spiritualità di Charles de Foucauld: essere/PER, essere/CON, essere/COME.

Per i poveri nessun “amore presbite” che li tiene lontani e li serve solo in lontananza; verso i poveri nessuna ottica di superiorità, tipica di chi li guarda dal centro o dall’alto.

Questo aspetto emerge molto bene da quanto don Carlo scrive nel n. 64 (ottobre 2004), riferendo il suo intervento in occasione dell’incontro nazionale 2003 dei preti-operai a Viareggio: «Ci siamo inseriti nel mondo operaio negli anni 60-70 perché abbiamo considerato che la classe operaia fosse il luogo dei poveri con i quali condividere la nostra vita. Abbiamo sempre ritenuto questa collocazione su tre filoni di presenza: essere per, essere con, essere come. Cercare, individuare, condividere: servizio, amicizia, identificazione. Essere, cioè, a servizio del vangelo tra i poveri: per essere annunciatori della Parola di Cristo; con la scelta di stare insieme ai poveri del nostro tempo, cioè con gli operai; assumendo la loro condizione di lavoro, soggezione, problemi, precarietà, fatica, impegno di lotta».

Una Chiesa povera per i poveri

In terzo luogo, la scelta preferenziale dei poveri ha voluto dire per don Carlo impegnarsi a far sì che la Chiesa, pur essendo Chiesa di tutti, fosse o dovesse essere particolarmente la Chiesa dei poveri e Chiesa povera.

È un aspetto che emerge dal suo resoconto, intitolato Al di là del muro, dell’incontro nazionale 2006 dei preti operai a Bergamo e pubblicato nel n. 69-70 (settembre 2006): «Noi abbiamo pensato di far vivere un’immagine di Chiesa che fosse non solo una Chiesa dei poveri ma una Chiesa povera».

Il sogno di don Carlo è sempre stato non solo quello di una Chiesa dei poveri e per i poveri, ma anche di una Chiesa povera per i poveri, una Chiesa dove i poveri potessero sentirsi a casa loro.

Questo aspetto è stato ripreso anche dal vescovo Cesare Nosiglia in occasione dei funerali di don Carlo nella chiesa grande del Cottolengo il 4 luglio 2018: «Credo che su questi impegni debbano misurarsi le scelte della Chiesa che deve non solo richiamare tutti al dovere di difendere e promuovere la giustizia sociale e l’accoglienza di ogni persona in difficoltà, ma scegliere in concreto di farsi ultima con gli ultimi, povera con i poveri: la scelta privilegiata per i poveri va accompagnata dall’impegno di farsi povera condividendo la loro sorte, rifuggendo ogni privilegio, mettendo a disposizione dei poveri beni, risorse e personale».

“Auguro a tutti la scoperta dei poveri”

Nel n. 74-75 (maggio/settembre 2007) della rivista, sotto il titolo Ancora tra la gente, troviamo l’intervento in occasione dell’incontro nazionale 2007 dei preti-operai a Bergamo.

È un testo molto bello e commovente[5] che si conclude così: «La vecchiaia forse è incominciata in questi ultimi anni quasi senza accorgermi, ma ora la vivo, la sento, a volte mi pesa. Non ho consigli da dare. Cerco ancora di imparare a vivere questa stagione, l’ultima della vita, in fedeltà alla scelta iniziale: stare tra la gente, lottare con chi lotta, difendere e servire i poveri (…). C’è ancora qualcosa da fare. Auguro a tutti la scoperta dei poveri, dei deboli, degli ultimi. Invecchiare con loro non è disdicevole: c’è ancora molto da imparare e ci sono anche delle soddisfazioni che fanno da sale e danno gusto alla vita, anche da vecchi come noi».

L’ultima scelta del prete Carlo Carlevaris

L’ultimo articolo scritto da Carlo Carlevaris nel n. 77-78 di PRETIOPERAI (ottobre 2008) è intitolato L’ultima scelta.

È l’intervento fatto – aveva ormai 82 anni – in occasione dell’incontro nazionale 2008 dei preti-operai a Bergamo.

Merita di essere riportato quasi integralmente perché lo si può considerare, in qualche modo, il suo testamento spirituale.

«Io vivo in un quartiere di prostituzione. Ho avuto la fortuna di avere nella stessa casa le Piccole Sorelle di Charles de Foucauld, che abitano al pianterreno, mentre io sono al quarto piano. Con loro ho cominciato una scoperta nuova, dopo oltre trent’anni di vita in quel quartiere. Il quadrilatero in cui vivo è la zona tradizionale della prostituzione, direi casalinga: io non avevo mai scoperto una realtà simile. Gli angoli delle strade sono posti fissi di prostitute che vedo da anni, ma non avevo mai parlato con nessuna di loro. Le Piccole Sorelle mi hanno dato modo di incontrare questa popolazione, questa zona della vita della povera gente, che vive situazioni paradossali per certi versi (…). Parecchie sono abituate a pregare, invocano Dio magari per fare un buon affare, per salvarsi da una situazione di difficoltà. Altre invece – ne ho conosciute molte – hanno imparato a pregare seriamente (…).

Le Piccole Sorelle mi hanno insegnato ad avvicinarmi a loro e condividere un po’ la vita, le preoccupazioni, le attese, anche le speranze e il modo di pregare e di credere (…). È un’esperienza nuova, la vivo da alcuni anni ed ha cambiato parecchio della mia fede, del mio modo di vivere in questa società. Qui con voi vorrei ringraziare il Signore, perché è stato, dopo uno shock iniziale, un grosso arricchimento l’essermi accostato a questi poveri.

In questi giorni non abbiamo mai nominato i poveri e questo mi sorprende un po’. Non parliamo più di poveri. Una volta il nostro discorso girava sempre attorno a questa realtà. Ho scoperto un nuovo tipo di povertà, alla quale mai avrei pensato quando sono andato in fabbrica: invece di occuparmi di sindacato mi occupo di come risolvere i problemi di queste persone, di come accompagnarle o di essere preso per mano da qualcuna di queste creature.

Mi sento ancora un prete-operaio, questo mi ha aperto una strada di vita. Avevamo scelto il mondo del lavoro, la fabbrica, come vita con i poveri, gli operai che erano i poveri del nostro tempo. Per anni quando si parlava di operai si parlava di poveri, poi siamo diventati sindacalisti ed entrati in una dimensione politica.

Il punto di partenza dei preti-operai era soprattutto scegliere i poveri, la classe operaia. Per me quello che sto vivendo, dopo essere passato attraverso l’esperienza operaia, è il mondo dei poveri, con i quali cerco di vivere il tempo di vita che mi rimane, ringraziando il Signore che mi ha aperto questa strada, come una strada importante, forse l’ultima da vivere nella mia vita».


[1] Il convegno, dal titolo “Dicevano che era un prete – Carlo Carlevaris tra impegno cristiano e militanza operaia”, è stato organizzato dalla Fondazione Vera Nocentini, unitamente all’Ufficio per la pastorale sociale e del lavoro della diocesi di Torino, dal Movimento Lavoratori di Azione cattolica, dal centro Studi Bruno Longo, dalla Gioc e dall’associazione “Come noi-Onlus”.

[2] «La lettera non nasceva per iniziativa del vescovo ma era richiesta dalla base; non nasceva da preoccupazioni teologiche astratte, ma voleva essere risposta a tensioni e a situazioni concrete; non calava dall’alto ma era stata preceduta da oltre un anno di dibattito creativo e dialettico. Nel caso di questo documento magisteriale, un vescovo prima di essere “maestro” si era messo in paziente e serio ascolto della sua Chiesa, senza che questo significasse rinuncia al suo ruolo, ma anche senza interpretarlo in modo notarile e autoritario» (Carlo Carlevaris, “Padre Pellegrino e la classe operaia”, in PRETIOPERAI n. 39 dell’ottobre 1997).

[3] Tutti i numeri sono disponibili on-line www.pretioperai.it.

[4] Nel corso di un intervento a Cuneo il 26 febbraio 2000, in occasione del convegno “1968: l’anno degli studenti. 1969: l’anno degli operai”, don Carlo così concluse la sua testimonianza: «Noi abbiamo avuto la gioia di vivere una vita che abbiamo sentito più vicina al Vangelo e spesso ci è parso che Gesù Cristo varcasse con noi quei cancelli, fosse con noi per le strade nelle manifestazioni, ci sostenesse nella lotta per la giustizia. Abbiamo certamente fatto degli errori sui quali oggi mi viene quasi da sorridere. La nostra vita è stata bella» (Il Regno Attualità, 12/2000, 15/06/2000, pag. 428).

[5] Dai tratti autobiografici, che racconta episodi della sua infanzia che personalmente ignoravo: «La mia vita è passata su strade un po’ inconsuete: da studente e poi insegnante tra i ragazzi del Cottolengo. Ero finito lì perché un prete di corso San Maurizio, ad un ragazzino dodicenne che frequentava l’avviamento al lavoro e l’oratorio, lui, il canonico Cantono, sociologo, esiliato dal partito fascista, pose l’interrogativo: “non vorresti farti prete?”. A quella domanda, la mia risposta molto sorpresa, aprì un percorso imprevisto alla mia vita. Gli studi, la guerra, i bombardamenti, poi la pace e il termine del mio giovanile percorso: 1950, ora ero prete tra la gente. Ma quegli anni hanno marcato irrimediabilmente la mia vita. Non scelsi di restare al Cottolengo. La figura di papà, operaio generico, dopo varie vicende di piccolo imprenditore, mi aveva aperto gli occhi su quelle vite di fatica e di lotta per una famiglia operaia, con moglie e tre figli… Non so se succede a tutti, ma quei ricordi sono ancora vivissimi nella mia mente: via Roma vecchia, dove abitavo, terzo cortile dove il sole non arrivava mai, il cinema Minerva, sotto casa, in cui ci cacciavamo sfuggendo al controllore. I giardini di Porta Nuova dove si giocava sempre a guardia e ladri. La famiglia, scuola di vita. Il Cottolengo, storia e amore per i poveri».

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