Pio Laghi: l’onore di un nunzio e le domande irrisolte

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Pio Laghi

I documenti della repressione argentina (1976 – 1983) escono dagli archivi e la figura del card. Pio Laghi (1922 – 2009) si libera progressivamente dalle accuse di sostegno alla «guerra sporca» che fece oltre 30.000 vittime (gli scomparsi).

L’allora ambasciatore degli Stati Uniti presso il governo argentino, Robert C. Hill, racconta di un colloquio col nunzio Laghi all’indomani della «mattanza di San Patrizio» (14 luglio 1976) quando furono barbaramente uccisi tre padri pallottini e due seminaristi.

Il documento con cui si informa di dipartimento di stato americano ricorda la convinzione del prelato, condivisa dall’allora arcivescovo di Buenos Aires, Juan Carlos Aramburu, della responsabilità della polizia segreta e delle forze di sicurezza.

Laghi riporta al diplomatico americano i giudizi severi di molti vescovi, seppur privati e non pubblici, e la sua convinzione dell’inefficacia delle sanzioni economiche minacciate dagli USA (e rapidamente rientrate). In particolare sottolinea il pericolo di una repressione diretta sulla Chiesa “conciliare”: «Il nunzio disse che temeva che l’assassinio dei sacerdoti fosse l’anticipo di un’ondata di terrore di destra peggiore di quanto abbiamo visto in precedenza».

«Ripulire la Chiesa cattolica» era una delle priorità degli ambienti reazionari dell’America Latina, parte integrante della «dottrina della sicurezza nazionale» comune a molti golpe militari e condivisa negli ambienti della scuola militare USA a Panama dove si formavano le élites degli eserciti. La “ripulitura” riguardava in particolare le cosiddette contaminazioni comuniste nel clero e nel laicato.

Punire la Chiesa del concilio

La violenza anticristiana ha ucciso in Argentina una ventina di preti (fra cui il vescovo Angelelli) e una quarantina di laici, oltre alle migliaia di “oppositori” molti dei quali credenti convinti. Nel mirino c’era in particolare il Movimento di preti per il terzo mondo, che raccoglieva alcune delle forze più generose del post-concilio.

Nelle missive del nunzio Laghi alla Santa Sede si davano informazioni preoccupate circa la violenza oscura che aveva travolto il paese. In un dispaccio racconta dell’incontro con il ministro degli interni, gen. Albano Herguindeguy, che cercava di sviare la responsabilità dell’eccidio, operazione assai poco credibile per il prelato. Un’immagine del paese latino-americano assai più convincente di quella che i massimi esponenti dell’episcopato locale fornivano a loro volta.

Eppure, per una serie di informazioni approssimate (il suo nome prima presente e poi cancellato dalla lista del Rapporto Sabato sugli scomparsi che indicava alcuni collaborazionisti; le accuse di sostegno a militari che operavano nell’area di Tucuman; la denuncia di due figure di resistenti che consideravano ambigue alcune sue azioni; l’occasionale frequentazione col gen. Massera), riprese dalla stampa e largamente condivise a livello internazionale, Laghi è passato come uno dei responsabili della dittatura e dei suoi misfatti. Di ciascuna accusa ha risposto in una lunga intervista concessa a Il Regno (14,1997,385-390).

Il suo servizio diplomatico che si era aperto prima in Nicaragua e in India (conoscendo e sostenendo madre Teresa di Calcutta), dopo gli anni in Argentina (1974-1980) si è chiuso negli Stati Uniti dove, nel 1984, diventa il primo nunzio con l’apertura delle reciproche ambasciate. Gli ultimi anni li passa da prefetto della Congregazione per l’educazione cattolica a Roma.

Rimangono molte domande aperte sulla drammatica vicenda degli “scomparsi”. Ne ricordo due.

La prima riguarda il nunzio e la sua scelta di evitare denunce dirette e pubbliche per agire “dietro le quinte”, nella convinzione di una maggiore efficacia e nell’asserita limitatezza delle informazioni certe. Così risponde nella citata intervista: «Si poteva fare di più? Potevo io fare di più? Me lo sono chiesto migliaia di volte, anche dopo la mia uscita dall’Argentina. È difficile assolversi di tutto come singoli, è difficile farlo anche come Chiesa. Il fatto, ad esempio, che gli altri ambasciatori abbiano operato assai meno della nunziatura per denunciare la violazione dei diritti umani e per aiutare la vittime, non mi acquieta. Perché io sono un prete.

Tale inquietudine tuttavia non vuol dire riconoscere una responsabilità specifica di sostegno alla dittatura e ancora più ai modi crudeli e inumani a cui essa ha fatto ricorso. Per i casi in cui questo si è verificato vi deve essere una dura condanna. Per coinvolgermi in questo ambito bisognerebbe dimostrare che i riconosciuti interventi papali di critica al regime avessero altra fonte informativa rispetto alla nunziatura e, in parte, all’episcopato locale. Rimane certo la domanda se un più deciso intervento della Chiesa nel suo insieme poteva risultare capace di modificare gli eventi».

Non un eroe, certo non un complice

Pio LaghiCon le ultime parole del nunzio si apre la seconda domanda circa l’azione complessiva dell’episcopato di quel tempo che, per il card. Edoardo Pironio, argentino e allora prefetto della Congregazione dei religiosi (1976), era nel suo insieme largamente tradizionalista e conservatore.

Così risponde un vescovo argentino, allora giovane prete dehoniano, Virginio Bressanelli: «Conoscendo la durezza dei militari nel tempo della dittatura, non credo che i diplomatici, neppure il nunzio, potessero influire decisivamente in un cambiamento di rotta. Sempre però rimangono aperte due questioni: la strategia scelta da parte dei vescovi non è stata adeguata al momento storico, a mio avviso; sempre bisognerà pensare che probabilmente come Chiesa si poteva fare di più di ciò che si è fatto» (cf. SettimanaNews).

Con un evidente dramma personale Laghi concludeva l’intervista: «Sì, sono stati numerosi gli interventi a mio favore. Ma il montare delle accuse e della loro enormità mi inquieta. Forse non sono stato un eroe, ma certo non sono stato un complice».

I documenti usciti e quelli che usciranno gli renderanno giustizia.

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