Asia Bibi da sette anni in carcere

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Sono trascorsi ormai otto anni da quel 19 giugno 2009 quando, in Pakistan, Asia Bibi, mamma cristiana di cinque figli, fu arrestata su accusa di blasfemia da parte di alcune sue compagne di lavoro, e sette anni da quando, nel 2010, fu condannata a morte.

La vicenda ebbe inizio il 14 giugno 2009. Asia Naurīn Bibi era una lavoratrice agricola a giornata. Quel giorno era impegnata nella raccolta di alcune bacche. Ma ecco che all’improvviso scoppia un diverbio con le lavoratrici vicine, di religione musulmana. A lei era stato chiesto di andare a prendere dell’acqua. Un gruppo di donne musulmane l’avrebbe respinta sostenendo che Asia, in quanto cristiana, non avrebbe dovuto toccare il recipiente, perché l’avrebbe reso impuro.

Il 19 giugno, le donne denunciano Asia Bibi alle autorità sostenendo che, durante la discussione, avrebbe offeso Maometto. Picchiata, chiusa in uno stanzino, stuprata, è infine arrestata pochi giorni dopo nel villaggio di Ittanwalai e, nonostante che contro di lei non ci sia nessuna prova, viene richiusa nel carcere di Sheikhupura.

Asia Bibi ha sempre negato le accuse e ha replicato di essere perseguitata e discriminata a causa del suo credo religioso.

Da allora ha trascorso tutti questi anni in carcere e non si vede ancora come il caso possa risolversi, nonostante la pressione dell’opinione pubblica internazionale.

La Pontificia opera internazionale missionaria Missio, di Aquisgrana, lo scorso mese di giugno, in occasione degli otto anni di carcere di Asia Bibi, ha colto l’occasione per esprimere attraverso il suo presidente, il prelato Klaus Krämer, tutta la sua preoccupazione per il fatto che il processo di appello viene continuamente trascinato per le lunghe. Già tre anni fa, Missio aveva inoltrato al governo federale tedesco una petizione con 18.425 firme perché la consegnasse ai responsabili del Pakistan chiedendo la liberazione di Asia Bibi.

Ora il caso è nelle mani della Corte suprema del Pakistan. Ma il 13 ottobre scorso, il giudice supremo Iqbal Hameed ur Rehman si è ritirato senza preavviso dal collegio che doveva esaminare il caso, provocando un rinvio dell’udienza. Le sue dimissioni costituiscono un ostacolo sul cammino dei legali della donna i quali avevano chiesto al presidente della Corte di convocare una nuova udienza nel più breve tempo possibile. Nel frattempo non è stato ancora nominato nessun giudice.

«I nostri partner in Pakistan – ha affermato Klaus Krämer – sono sconcertati e temono che la camera di appello trascini il caso finché Asia Bibi e la sua famiglia vengano meno, sperando che lei stessa abbia a morire».

Intanto la legge sulla blasfemia continua a mietere sempre nuove vittime. Recentemente, all’inizio dello scorso mese di giugno, è stata emessa una condanna a morte di un trentenne musulmano sciita per alcuni suoi commenti su facebook ritenuti blasfemi.

Ma, a dire il vero, finora nessuna condanna a morte per blasfemia è stata eseguita in Pakistan. Tuttavia l’abuso di questa legge sta assumendo nel paese una dimensione sempre maggiore. Ora è stata estesa anche all’ambito digitale.

Il caso di Asia Bibi, comunque, è rappresentativo della problematica in atto. Il codice penale pakistano prevede, tra gli altri casi, la pena di morte per l’offesa di Maometto e il carcere a vita per le offese al Corano.

Stando alle fonti pakistane (metà del 2013), i casi portati davanti ai tribunali sono stati 1.250 e riguardano 600 musulmani,460 ahmadi (gruppo musulmano non riconosciuto come tale), circa 160 cristiani, 30 indù. Ma, anche se le condanne a morte finora non sono state eseguite, dal 1991 circa una cinquantina di persone sono state uccise in attentati o linciaggi extragiudiziali dopo essere state messe in libertà.

«I fanatici islamisti esercitano una pressione enorme sulla Corte suprema – ha affermato Krämer – e minacciano atti di violenza nel caso che la condanna a morte di Asia Bibi venga sospesa».

Bastino due esempi, fra i tanti: sei anni fa, due esponenti politici pakistani di primo piano si erano impegnati nella difesa contro la condanna a morte di Asia Bibi. Uno, l’allora ministro per le minoranze nel governo pakistano, Shabbaz Bhatti, un cristiano di grande fede integrità, fu assassinato il 2 marzo 2011; l’altro, Salman Taseer, governatore della provincia del Punjab era stato ucciso due mesi prima, il 4 gennaio, dalla sua guardia del corpo.

Attualmente basta anche una semplice critica a queste leggi per essere accusati di blasfemia. Nella vita di tutti i giorni, questa legge è spesso usata come strumento nelle querele tra vicini o in quelle politiche o economiche per eliminare persone sgradite e minoranze religiose oppure per tenerle sotto pressione. Purtroppo è ormai una legge che ha impregnato la cultura pakistana, cooperando a creare nel paese un clima di generale diffidenza e di intimidazione. Per le minoranze e anche per i musulmani moderati è ora rischioso esprimersi pubblicamente su questa legge.

Per questa ragione – ha affermato Klaus Krämer – i giudici sono intimoriti e i politici e i membri dell’amministrazione giudiziaria, attanagliati dalla paura, hanno abbandonato ogni iniziativa.

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