Il “caso” di Simonino da Trento

di: Emanuele Curzel

Dal 14 dicembre 2019 al 13 aprile 2020 (orari 10-13/14-18, chiuso il martedì) il Museo Diocesano Tridentino propone una mostra dedicata al “caso” di Simonino da Trento, un bambino che, nel 1475, fu vittima di un presunto omicidio rituale, venerato per secoli come “martire” innocente. L’esposizione  «L’INVENZIONE DEL COLPEVOLE. Il ‘caso’ di Simonino da Trento, dalla propaganda alla storia» intende richiamare l’attenzione del pubblico su una delle pagine più oscure dell’antisemitismo, per stimolare la riflessione sui meccanismi di “costruzione del nemico” e sul potere della propaganda. La mostra presenta al pubblico più di settanta opere, alcune delle quali concesse in prestito da importanti musei e istituti culturali nazionali e stranieri (la mostra è curata da Domenica Primerano – con Domizio Cattoi, Lorenza Liandru, Valentina Perini e la collaborazione di Emanuele Curzel e Aldo Galli).

 

La sera del 23 marzo 1475 – giovedì santo – Andrea, un conciapelli che abitava a Trento nella contrada del Fossato, cercò inutilmente il suo bambino, Simone, dell’età di 28 mesi.

Il mattino dopo ne denunciò la scomparsa al principe vescovo, il quale fece emanare un bando per invitare chiunque avesse notizie a presentarsi. A fine giornata, il padre riferì di aver sentito dire da molti che il bambino era stato rapito dagli ebrei.

L’antica diffidenza si sommava all’emozione che era stata suscitata, nelle settimane precedenti, dalla predicazione contro l’usura, condotta dai frati francescani, che aveva fra i propri bersagli proprio gli ebrei. Le abitazioni di questi ultimi furono inutilmente perquisite.

La sera di domenica 26 marzo Samuele da Norimberga, l’esponente più in vista del piccolo gruppo israelita (in tutto una trentina di persone), denunciò che il corpo del bambino era stato ritrovato nella roggia che, dalla contrada del Fossato, proseguiva passando sotto la sua abitazione, posta nell’attuale vicolo dell’Adige.

Il podestà decise di far incarcerare subito otto ebrei (altri dieci il giorno successivo).

Mostra a Trento

I due medici chiamati il 27 marzo ad esaminare il corpo furono concordi nel dire che la morte era avvenuta il giorno precedente, e non per annegamento, ma interpretarono diversamente le lesioni che il cadavere mostrava: uno rimase perplesso, l’altro fu certo che si trattava di ferite volontariamente inferte.

La gente venne a vedere il piccolo corpo, deposto nella vicina chiesa di San Pietro, e si diffuse la voce di miracoli, la cui esistenza avvalorava la tesi del martirio.

Tutto ciò fu considerato sufficiente per avviare un processo inquisitorio. Gli accusati in un primo momento sostennero la propria innocenza. Ma dato che «non volevano dire la verità», furono sottoposti a tortura. Uno alla volta si arresero e uniformarono le proprie risposte a quanto veniva richiesto dal podestà («che devo dire?», mormorò sfinito Vitale, che fu tra gli ultimi a cedere, il 13 aprile). Tra il 9 e il 15 aprile la tortura permise anche la definizione di un movente: l’odio contro i cristiani.

Nacquero a quel punto dei dubbi anche all’interno della città: vi fu chi si mosse presso la corte tirolese e, per ordine del conte del Tirolo, Sigismondo d’Asburgo, il 21 aprile il processo fu sospeso.

Il principe vescovo di Trento, Johannes Hinderbach, convinto sostenitore della colpevolezza degli accusati, se ne lamentò: il 30 aprile deprecò gli ostacoli frapposti da «falsi cristiani».

Un’intensa attività propagandistica (anche attraverso la stampa, per la prima volta usata a questo scopo) accreditava con scritti e immagini la versione dei fatti descritta dal tribunale trentino e diffondeva la fama del nuovo martire.

Il 5 giugno 1475 riprese il processo, che giunse rapidamente a conclusione con il rogo, tra il 21 e il 23 giugno, di Israele di Samuele, Samuele, Angelo, Tobia, Vitale fattore di Samuele e Mohar; Mosè il Vecchio era morto in carcere qualche giorno prima; Bonaventura, cuoco di Samuele, e Bonaventura di Mohar, che si erano convertiti per evitare il rogo, furono invece decapitati. I loro beni furono confiscati.

Il 30 giugno 1475 il vescovo inviò a papa Sisto IV una relazione sugli avvenimenti e chiese la canonizzazione del “Simonino”. Il papa inviò il frate domenicano Battista de Giudici a valutare la situazione.

Questi giunse a Trento all’inizio di settembre: si convinse che le accuse alla comunità ebraica erano inverosimili e che le confessioni erano state estorte con la tortura. Dato che l’ambiente gli era ostile, si trasferì a Rovereto, allora nel territorio della Repubblica di Venezia, dove proseguì nell’opera di contestazione dei modi e degli esiti del processo, cercando anche di far scarcerare gli ebrei ancora imprigionati; il 10 ottobre Sisto IV scrisse conseguentemente a tutti i principi d’Italia proibendo di predicare la santità del Simonino e di chiamarlo «beato».

Hinderbach iniziò allora una campagna volta a screditare il commissario apostolico e a sostenere la validità dell’operato del tribunale trentino, ed ebbe infine partita vinta: il commissario papale fu allontanato.

Ripresero i processi (3 novembre 1475), questa volta contro le donne. Dolcetta, Brunetta madre di Angelo, e Brunetta, moglie di Samuele, morirono in carcere; Bella, Anna, Sara e Bona accettarono infine il battesimo per salvarsi (gennaio 1477).

Mostra a TrentoIl vescovo non riuscì a far riconoscere il culto del “martire”, ma ottenne da Roma la conferma che il processo si era svolto in modo formalmente corretto (20 giugno 1478).

Nonostante dubbi e riserve, la fama del Simonino si diffuse velocemente, provocò purtroppo episodi imitativi (altre comunità ebraiche furono accusate di omicidio rituale) e si tradusse in un’ampia produzione iconografica (stampe e affreschi).

Si fissò così un nuovo standard dei pregiudizi antiebraici, che passarono dal piano teologico e giuridico-economico (la lotta contro l’usura) a quello sociale e dell’ordine pubblico; gli ebrei non erano più visti come infedeli o ladri, ma erano considerati pericolosi, specialmente per i bambini.

Nel 1584, l’elogio del Simonino fu inserito nel Martirologio Romano e, nel 1588, il culto fu autorizzato da papa Sisto V. La cappella che conservava il corpo, presso la chiesa di San Pietro, fu riccamente decorata e furono costruite altre due cappelle, una dove Simonino sarebbe stato ucciso e l’altra nel luogo dove sarebbe stato rapito.

Negli ultimi decenni del XIX secolo gli atti processuali trentini finirono, all’interno di un dibattito di natura fortemente politica, per essere considerati prove della verità storica dell’omicidio rituale.

Giuseppe Oreglia, scrivendo su La Civiltà Cattolica (1881-82), scrisse che «anche presentemente gli ebrei osservanti si tengono obbligati nella loro falsa coscienza a servirsi del sangue cristiano nei riti e nei modi finora rivelatici dagli ebrei di Trento».

Nel 1902, il parroco di San Pietro, Giuseppe Divina, pubblicò una Storia del beato Simone da Trento, ribadendo la piena credibilità storica della ricostruzione processuale.

L’anno dopo il ventiduenne studente di giurisprudenza Giuseppe Menestrina riesaminò il caso mettendo in luce le contraddizioni in cui erano caduti gli accusati e contestando gli esiti del processo. Ciò nonostante, la solenne processione che portava attraverso la città il corpo del bimbo e i presunti strumenti del martirio si tenne anche nel 1935 e nel 1955.

Nel 1961 Gemma Volli, impegnata nello studio delle vicende storiche delle comunità ebraiche in Italia e intenzionata a far sì che il caso del Simonino non fosse più posto a fondamento di pregiudizi antiebraici, venne a Trento a incontrare Iginio Rogger, docente di storia della Chiesa nel seminario diocesano.

Rogger si rese conto che la questione andava presa in seria considerazione. Erano gli anni in cui la Chiesa cattolica avviava un’ampia riflessione sui suoi rapporti con il mondo moderno e, all’interno di questa, una rilettura delle relazioni tra cristianesimo ed ebraismo.

Mostra a TrentoNel 1963 Rogger poté dunque presentare il caso al nuovo vescovo Alessandro Maria Gottardi. Fu commissionata una perizia al domenicano tedesco Willehad Eckert, che vi lavorò nel corso del 1964; nel novembre di quell’anno Eckert inviò il testo, che fu poi tradotto e pubblicato. Egli discusse la procedura adottata nel processo («la tortura riuscì a strappare le confessioni desiderate») e la gravità dei pregiudizi che lo avevano condizionato; ricordò i dubbi dei contemporanei; espresse, infine, un giudizio «alla luce della storia»: «le confessioni cominciano a diventare problematiche e false solo quando lo schema d’accusa precostituito ne diventa la falsariga. Nonostante questo schema, che doveva venire sorretto dalle confessioni estorte con la tortura, rimane una serie di contraddizioni interne che mostrano come il processo di Trento abbia portato a un assassinio giudiziario».

Lo studio di Eckert fu sottoposto alla Congregazione dei riti, che, il 4 maggio 1965, chiarì come le approvazioni del culto del 1584 e del 1588 non potessero essere considerate equivalenti a una canonizzazione e invitò ad applicare il canone del Codice di diritto canonico secondo cui «i vescovi devono rimuovere prudentemente dal culto dei fedeli le reliquie delle quali non è riconosciuta l’autenticità».

Il culto fu dunque ufficialmente abrogato il 28 novembre 1965, giorno della promulgazione del decreto del concilio Vaticano II Nostra aetate sui rapporti con l’ebraismo e le religioni non cristiane.

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2 Commenti

  1. Sergio Bocchini 23 dicembre 2019
    • Emanuele Curzel 28 dicembre 2019

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