Domande serie su cristianesimo e religioni

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cristianesimo

Foto di Michael Heuss su Unsplash

Potrebbe esserci un ponte mancante, un fratello mancante tra il miliardo di cattolici o sedicenti tali, la Chiesa e gli uomini di altre fedi, altre scritture che danno altri nomi ai loro dei, la ricerca di una teologia al di là delle scritture. Non che elimina le scritture ma che va nello spazio finora vuoto non occupato dalle scritture, l’interstizio sottile ma profondo che separa un libro dall’altro sullo scaffale di una libreria. Sono quegli spazi che fanno una biblioteca e che separano ma anche uniscono tutta la ricchezza delle scritture.

Forse la Chiesa cattolica, come più grande religione unitaria del mondo, oltre a occuparsi della sua scrittura può/deve pensare anche a costruire la biblioteca per tutte scritture delle fedi.

La domanda dei non cristiani è semplice: perché credere alla Bibbia e non al Mahabharata e al Ramayana, i testi sacri hindu? Perché non il Corano, o i sutra buddisti, o l’ineffabile Tao Teching? E poi, perché un testo scritto e non le parole di uno sciamano della tundra siberiana o dei sogni tanto belli e convincenti di John Smith?

I molti nomi del divino

Queste domande sono, in realtà, il fondo della critica razionalistica del moderno alla fede cristiana e a tutte le fedi, del ’600 e del ’700. Tali critiche non negavano in realtà la presenza del divino ma dubitavano che il divino fosse (o potesse essere) racchiuso nella Bibbia o nei sutra. Probabilmente il dubbio razionalista nasceva anche dall’incontro della cultura cinese che, allora, era considerata spesso più “avanzata” dell’occidente ma era non cristiana.

Allora, per la prima volta da molti secoli, la cultura occidentale non incontrava “pagani”, fedeli di culti meno strutturati di quelli cristiani e appartenenti a società anche meno strutturate. Incontrava, invece, la Cina, un impero immenso, patria di un terzo della ricchezza globale, ordinato e super strutturato, con una cultura estremamente sofisticata ma con un’organizzazione del divino diversa, in sostanza impermeabile al cristianesimo, nonostante sforzi e successi senza precedenti di missionari di ogni ordine e grado.

Lo stesso dubbio sarebbe moltiplicato domani se una razza aliena, più avanzata e civile di noi, “ci scopre”, arriva sulla terra e costoro non sono cristiani ma credono a Manitù. L’umanità si dovrà allora convertire in massa? La Bibbia e il vangelo faranno la fine dell’Avesta, le sacre scritture della fede zoroastriana quasi estinta dopo avere dominato il mondo romano, greco e persiano per secoli?

Oggi, pur scomparso come neve al sole l’ateismo militante che aveva accompagnato buona parte del secolo scorso, è tornata una ricerca del divino quasi bramosa da parte di tutti. Ma rimane la critica illuminista, fondante del moderno: perché credere a un testo e non alla realtà? Se pure un testo deve essere scelto, perché non la Bibbia o l’annunciazione di Manitù?

Perché scegliere il cristianesimo?

In effetti la teologia parte dal Vangelo, dalla Bibbia. Ma come si fa a crederci? Ci vuole un salto di fede, un’illuminazione che, per alcuni, può essere buddista, per altri una visione sciamanica o un sogno, uno strappo con la realtà quotidiana e la ragione “normale”. Può essere per una tensione letteraria: il Vangelo, o il Corano, o i sutra, o il Ramayana, parlano all’anima meglio di altro.

Oppure c’è una questione di convenienza: convertirsi apre le porte a Parigi, come fu per gli Ugonotti o i Vichinghi, o perché quella religione meglio di altre si adatta al governo del popolo.

Oppure c’è una questione di eredità: la maggioranza eredita semplicemente la religione dei padri, con cui sente affinità di affetto ma anche culturale, e sceglie di non cambiare, perché il cambiamento è spiazzante, mente la religione è un rifugio dell’anima, quindi conservazione.

Ma, forse, ci sono anche ragioni più “scientifiche” moderne per scegliere il cattolicesimo invece di altre fedi, fatta salva la libertà di ciascuno.

Una è che la Chiesa cattolica è la più grande religione unitaria del mondo, ed è la massima potenza per il bene mondiale, senza un interesse suo ma con interesse nel bene di tutti. Quindi non esiste altra organizzazione più grande per fare il bene, che fa bene a tutti, anche a chi vuole il male.

Il secondo motivo, in parte o in tutto condiviso anche con altre fedi, c’è la bellezza benefica del dio che non chiede sacrifici, come è stato per i culti durante tutta la storia dell’umanità, ma che si offre in sacrificio nella sua carne agli uomini. Rovescia e placa il timore degli uomini per la vita, ancora prima che per la morte; sostiene, perché dice che dio è dalla nostra parte.

Inoltre, in un momento di dubbio fortissimo di ciascuno sulla propria identità e sui propri errori, la Chiesa offre meglio e più di altri la confessione, una versione antica, religiosa, delle ormai popolarissime varie forme di psicoterapia laiche.

Questi sono vantaggi pratici, a-biblici, buoni per chi crede alla Bibbia e per chi non ci crede.

A questo punto si possono leggere le Scritture come un manuale d’istruzioni per l’anima.

C’è dio? C’è il divino? Bisogna sentirlo. E sentire è più importante di sapere. Infatti, per ricordarci, per sapere qualcosa, lo leghiamo a un’emozione, a un sentimento. La pedagogia antica legava al dolore: non ti ricordi, quindi ti picchio. La pedagogia moderna lega l’apprendimento al piacere: collego un ricordo a un divertimento, a un gioco.

La migliore è quella dove ci sono entrambi, lo schiaffo doloroso dato dal padre che ti guarda con affetto.

Può essere questa una base di una teologia con cui cattolici parlano a non cattolici, a fedi non abramitiche?

Contaminazioni

Forse, in fondo, il cristianesimo è nato da questo. Paolo infatti non ha fatto questo? Non ha mai incontrato il Gesù della storia, eppure ha avuto un ruolo nel cristianesimo superiore a quello dei dodici apostoli. Per di più, i suoi insegnamenti sono stati un canale per i discepoli. Ciò perché ha fornito un canale culturale in cui la personalità di Gesù veniva adattata a quel mondo.

C’è stato il passaggio nella cultura greca (greco era il testo del Nuovo Testamento), ma anche una sottolineatura nelle sue epistole della dialettica bene-male forse meno accentuata nei Vangeli. La dialettica bene-male marca la fede Zoroastriana dominante allora nell’impero romano e persiano.

D’altro canto, la figura di Gesù salvatore vista dall’India somiglia a quella di un Budda. Qui infatti ci sono anche due elementi storici. Gli indiani hanno una tradizione secondo la quale Gesù, di cui non sappiamo niente dalla nascita fino al 30° anno di età, viaggiò per molto tempo in India e qui ebbe l’illuminazione e tornò per portarla a casa sua coniugandola con la sua fede ebraica d’origine.

Il secondo elemento è una bizzarria storica: il buddismo, a cominciare dal 1° secolo dell’era cristiana si diffuse a partire dall’India in tutto l’oriente ma non viaggiò in occidente; qui si diffuse, invece, il cristianesimo.

A duemila anni di distanza, con la ri-emergenza dell’Asia e di altre culture, può essere il momento di pensare di nuovo a tante cose?

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Un commento

  1. Adelmo Li Cauzi 14 gennaio 2023

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