Halle 2019-Mantova 1938: antisemitismo ed ebraismo

di: Giordano Cavallari (a cura)

Davanti all’attentato di ieri, martedì 9 ottobre, contro la sinagoga di Halle (Germania) nel corso delle celebrazioni della festa ebraica di Yom Kippur, è necessario affinare le capacità di un discorso pubblico non retorico, in grado di comprendere le dinamiche che hanno portato al riaffermarsi nel cuore dell’Europa di un estremismo di destra razzista, violento e antisemita. Rispetto a questo compito siamo poco attrezzati. Per questa ragione ci sembra importante, in questo momento, riannodare il filo del discorso con la storia, la nostra storia, e custodire la memoria storica – quale dovere civile di ogni cittadino in grado di dare forma a coscienze consapevoli e responsabili. Per questo pubblichiamo una lunga intervista di carattere testimoniale con Leonello Levi, rilasciata in esclusiva a SettimanaNews e raccolta da Giordano Cavallari, che partendo dalle leggi razziali del 1938 in Italia ricostruisce il percorso di una vita ebraica all’interno delle vicende europee.

– Professor Levi, vuole partire da una breve ricostruzione delle leggi razziali del ’38 e quindi raccontare come le leggi razziali abbiano pesantemente segnato la sua vicenda familiare?

Il testo legislativo fondamentale della legislazione anti-ebraica porta la data del 17 novembre 1938, Regio Decreto Legge, che viene poi convertito in legge dalla Camera nel gennaio del 1939. Il testo dà la definizione di “ebreo”. Prima ancora che detta definizione fosse stata data, il 3 settembre 1938, quindi due mesi prima, sempre con decreto Legge, venivano espulsi dalle Università, dagli Istituti di ricerca, dalle Biblioteche pubbliche, dalle Scuole superiori e inferiori, a partire dalle elementari, i docenti e gli studenti ebrei, per volontà del ministro della pubblica istruzione – allora si chiamava educazione nazionale – Giuseppe Bottai.

Come venivano espulsi? Siccome la definizione di ebreo non era ancora stata data, la discriminazione avveniva sulla base di indicazioni degli uffici anagrafici. A volte veniva definito ebreo chi ebreo non era. Ad esempio, a Mantova – io abitavo a Ravenna allora – l’amministrazione provinciale, a fine agosto del ’38, ha fornito un elenco di presunti ebrei. Tra questi c’erano molti presunti ebrei da matrimoni “misti”, come nel mio caso. Alcuni “misti” venivano considerati ebrei. Altri no. Si è trattato inizialmente di una certificazione ufficiosa demandata alle varie amministrazioni provinciali in previsione di una legislazione successiva. Gli ebrei venivano per ciò certificati su base discrezionale. Questo è tanto vero che, nell’agosto del ’38, io e mia sorella risultavamo appartenenti alla razza ebraica. Ho un documento da cui risulta che il dottor Enrico Levi, mio padre, era «appartenente alla razza ebraica», Giannina (Giovanna) Falco, mia madre, era definita «non ebrea», Maria Teresa, mia sorella, e Leonello Levi, il sottoscritto, eravamo definiti «ebrei».

Leggi razziali 1938

L’Italia fascista, le leggi razziali, la Chiesa cattolica

I miei genitori sono stati comprensibilmente presi allora dall’ansia di salvare i figli. Allo scopo, mio padre ha fatto domanda di “discriminazione” inoltrata nel dicembre del ’38. Discriminazione aveva il senso “positivo” di essere esclusi dalla severa applicazione della legislazione. Questa discriminazione risultava possibile dall’art. 14 dello stesso Regio Decreto del novembre del ’38. La domanda era riservata ad ebrei che avessero fatto parte della causa fascista – sansepolcristi e fondatori del movimento – iscritti al partito fascista che fossero rimasti tali dopo l’uccisione di Matteotti (questo perché molti fascisti, dopo l’uccisione di Matteotti, si allontanarono spontaneamente dal partito, mentre i fedelissimi rimasero).

Quindi, potevano essere positivamente “discriminati”: i volontari della guerra di Libia e della prima guerra mondiale, della guerra d’Africa e della guerra di Spagna, i familiari stretti (genitori, figli e coniuge, non fratelli o sorelle, né tanto meno affini) di caduti per la causa della rivoluzione fascista o di caduti in tali guerre (volontari o meno che fossero), le medaglie d’oro dei caduti e i familiari delle medaglie d’oro dei caduti, portatori di decorazioni con i loro familiari stretti. Erano casi non molto ristretti, in realtà. Molti ebrei avevano aderito al movimento fascista.

– Cosa pensa del ruolo che la Chiesa cattolica ha avuto in questa vicenda? 

Pio XII, è vero, non pubblicò l’enciclica contro l’antisemitismo che Pio XI aveva fatto preparare in precedenza. Pio XII era sostanzialmente filofascista, non seguì certo una linea filosemita. Del resto, la Chiesa preconciliare era antiebraica. La preghiera pro perfidis judeis è stata abrogata solo col Concilio in seguito alla dichiarazione Nostra aetate del cardinale Bea.

Tuttavia, pur senza far cenno alla razza ebraica e alla religione ebraica, in un radio messaggio natalizio del ’42, Pio XII ha denunciato i crimini che si stavano perpetrando nei confronti di persone inermi. Certamente, è stato un papa molto prudente. Ma per me è stato un grande politico. Non voglio dire nulla dal punto di vista religioso. Non mi interessa.

È stato un grande capo politico perché, dopo l’8 settembre, con l’applicazione delle leggi tedesche in Italia – le leggi razziali non privavano della vita mentre le leggi naziste colpivano la vita! – il papa, nella Roma occupata, ha agito correttamente. Lui sapeva perfettamente – perché conosceva il mondo tedesco a fondo – che una sua presa di posizione pubblica non avrebbe prodotto nessun effetto, anzi avrebbe avuto come conseguenza la distruzione assoluta, con danno persino della Chiesa e dei cattolici tedeschi.

Nulla tuttavia si poteva fare in Vaticano senza il beneplacito del pontefice. Pio XII perciò ha taciuto, ma ha dato mano libera ai conventi, alle chiese, alle parrocchie per ospitare gli ebrei. Erano, ad un certo punto, due le vie di rifugio per gli ebrei italiani: una, pericolosissima, arrivava in Svizzera pagando i contrabbandieri (c’è riuscito mio cugino e c’è riuscito lo storico mantovano Corrado Vivanti); l’altra arrivava a Roma. Forse era più difficile andare a Roma (ad esempio da Mantova) e riuscire a passare il controllo della Wehrmacht, della Gestapo ecc., però, se si riusciva ad arrivare a Roma, si era salvi.

Mio zio Enzo si è salvato sicuramente in un convento. Si è persino aggirato per Roma vestito da frate. I familiari sono vissuti in qualche zona protetta del Vaticano. Le famiglie dei mantovani si sono salvate (quasi tutte) così. L’attuale presidente della comunità ebraica di Mantova, Emanuele Colorni, è nato a Roma nel dicembre del ’43. La famiglia Bassani di Mantova si è salvata a Roma. Così gli Ottolenghi.

Leggi razziali 1938

– Nel libro lei non parla quasi mai di sé. Può dirci quali sono le tracce della storia della sua famiglia che l’hanno più profondamente segnata nel corso della vita? 

Mio papà, Enrico Levi, è nato a Mantova, l’8 marzo del 1886 ed è morto a 54 anni, dopo il terzo attacco cardiaco, il 2 ottobre del ’40, a Ravenna, nel suo laboratorio di direttore chimico della ditta Callegari. Si era laureato in chimica a Pavia, ha vissuto per un po’ a Milano e poi, già nel ’16, è andato a Torino, perché, da una prima collaborazione con l’industria chimica farmaceutica Lepetit, è stato chiamato a Torino a dirigere un’industria tessile che aveva a che fare con la gomma. Lui era uno specialista della gomma. Lì ha conosciuto mia mamma, Giannina Falco, ragioniera del comparto amministrativo della stessa ditta. Si sono sposati nel ’26. Alla fine del ’26 hanno avuto un primo figlio nato morto. Nel giugno del ’28 è nata mia sorella Maria Teresa. Tre anni e mezzo dopo, sempre a Torino, è nato il sottoscritto, Leonello. Mio papà e mia mamma si sono sposati civilmente.

Nel ’26 non c’era ancora il Concordato, che è del febbraio del ’29 e ha poi consentito la trascrizione da parte degli uffici di stato civile dei matrimoni fatti in chiesa. Quindi i miei genitori non hanno potuto, se avessero voluto, sposarsi in chiesa e ottenere la trascrizione. Mia madre, infatti, avrebbe potuto forse ottenere la dispensa. Nel vecchio diritto canonico c’era la possibilità del matrimonio con coniuge acattolico.

Però non ci hanno pensato. C’è stato tra loro una sorta di patto educativo sui figli. Va detto che mia madre era figlia di una casalinga e di un funzionario della Banca d’Italia, Giovanni Falco, della piccola borghesia torinese. Mentre i Levi erano della media borghesia intellettuale. La piccola borghesia torinese era piuttosto legata alla Chiesa. La media borghesia ebraica era invece decisamente liberale e laica.

Sulla base di questa impronta laica liberale, si è instaurato una sorta di patto, probabilmente tacito tra i miei genitori, per far sì che fossero i figli alla maggiore età a decidere quale dei culti seguire. Perciò io e mia sorella siamo nati e cresciuti completamente “laici”. Non abbiamo conosciuto articoli di fede.

I Levi facevano parte di quella borghesia ebraica che, più che integrata, definirei assimilata, al punto da avere una condivisione di valori e di idee completa con i non ebrei.

Mio padre non mi ha mai fatto cenno della sua ascendenza ebraica. Posso dire con sicurezza che mio padre si è sentito pienamente ebreo con l’avvento della legislazione razziale.

Ricordo che una volta, passando per Ferrara, ci siamo fermati a vedere il tempio. Però papà ce lo ha fatto vedere come un museo. Avrò avuto sei o sette anni. Ricordo che sono entrato senza mettere la kippah. Quando mio padre ha chiesto la discriminazione, ha fatto tanti viaggi a Roma. Sa cosa mi portava da Roma? Blocchetti con tutte le divise delle guardie svizzere (che allora piacevano a tutti i bambini). Evidentemente andava anche in Vaticano. Forse a cercare protezione.

Alla data del 1° ottobre del ’38, io e mia sorella risultavamo di razza ebraica. A quel punto, per mio padre e per mia madre, si è trattato di pensare alla salvezza dei figli. Avevamo frequentato la prima e la quarta elementare a Ravenna. Mi ricordo che, quando c’era l’ora di religione, noi uscivamo. Quando si è trattato di passare alla classe successiva, il problema è sorto con gravità. Dal 1° ottobre eravamo considerati ebrei. Il direttore della scuola comunque ci ha accettato.

Aggrappato alla scialuppa

Leggi razziali 1938Mio padre era ben voluto e stimato a Ravenna. Era direttore dell’unica industria a Ravenna. Allora le scuole cominciavano il 15 di ottobre. Siamo stati comunque accolti. I decreti del settembre c’erano già.

Ma non c’era ancora il decreto del 17 novembre. Quando il decreto è entrato in vigore, questo ha recato un effetto retroattivo alla data del 1° ottobre. Saremmo stati inevitabilmente espulsi dalla scuola, emarginati. È stata dunque una scelta di vita, quella dei miei genitori, di farci battezzare. Dovuta a forza maggiore.

Mio padre non ha voluto mai farsi cattolico. Dal ’38 poi si è sentito profondamente ebreo. Al punto che, alla sua morte, abbiamo aperto una sua lettera-testamento. Era una lettera di carattere spirituale.

In cui ci ha scritto: «non so dire quanto abbia sofferto per la trasgressione del patto…»; «io sono ebreo e rimango ebreo»; «un regime vigliacco impedisce…»; «per volere la vostra salvezza ho accondisceso al battesimo»; «in un momento di sconforto ho anche pensato di togliervi il nome… ma no, non sono riuscito… anzi tenetelo alto glorioso e forte il vostro nome (Levi) come da tradizione…!».

Mi viene ancora da piangere a pensare che l’ha scritta due anni prima della morte, con busta chiusa, «da leggere al momento della morte». Era già presago. È morto infatti al terzo infarto.

– Lei è stato battezzato nel modo che ha scritto nel libro. 

Mio padre non ha mai perso il suo posto di lavoro. Non l’ha perso perché – e qui veniamo al punto del battesimo – era molto stimato dalla proprietà della ditta Callegari. Anna Callegari, proveniente da antica casata guelfa, era cattolicissima, ossequiente e amica del vescovo di Ravenna. Mi ricordo il nome del vicario del vescovo, un certo monsignor Rossini. Anna Callegari, saputo delle ambasce della nostra famiglia, ha cercato di aiutare in tutti i modi.

Mia madre era cattolica, di famiglia cattolica piemontese, cattolica credente. Anche se durante il matrimonio non andava molto a messa. Si è fatta presente a mia madre dunque una possibile via d’uscita: fare un battesimo e fare anche la comunione dei figli, velocemente. Sarebbe stato bene, però, che mia madre facilitasse questo con la richiesta della sanatio in radice del suo matrimonio.

Penso che proprio questo abbia ottenuto attraverso monsignor Rossini e il vescovo. Ai primi di dicembre del ’38 c’è stato il battesimo. Evidentemente mio padre aveva dato il consenso. Però non ha partecipato. Era già malato di cuore. Si è chiuso quella sera nella sua stanza. Il parroco del rito evidentemente conosceva bene mio padre. Ricordo che la cerimonia è stata brevissima. Mi ricordo l’olio… ma ricordo veramente poco. Avevo sette anni. Mia sorella aveva dieci anni.

– Come ha vissuto questa vicenda del battesimo e ora cosa pensa? 

Io l’ho vissuta come una scialuppa di salvataggio, quale è stata obiettivamente. Non capivo tanto. Ma ho avuto quel poco di coscienza, per tutte le ragioni e le circostanze dette, per cogliere l’urgenza e l’eccezionalità della cosa. Mia madre si era impegnata. Ci aveva dato i primi rudimenti. Ricordo dei librettini in cui c’erano pagine dell’Antico e del Nuovo Testamento. Posso dire tuttavia che ero indifferente a tutto questo. E sono rimasto tale.

– Cos’è per lei l’ebraismo: una cultura, una religione, una fede…, e cosa sente di poter dire di sé in rapporto all’ebraismo? Si sente ebreo? 

Ho cominciato a sentirmi partecipe dell’ebraismo alla fine del ’44, quando Ravenna è stata liberata dalla armata britannica.

I primi a liberare Ravenna furono i canadesi. È venuto un giorno a bussare alla porta un certo caporale canadese ebreo, Umberto Lech. Ci ha portato degli aiuti. Ho cominciato a capire che gli ebrei delle forze alleate cercavano di venire incontro alla popolazione e soprattutto agli ebrei perseguitati. Evidentemente questo caporale, di cui poi sono diventato amico, aveva appreso notizie circa gli ebrei di Ravenna. Ha visto il cognome “Levi” ed è venuto a colpo sicuro.

Ebraismo

Questo caporale ci ha presentato poi un capitano rabbino. Si chiamava Rose, uno strano rabbino riformato, già sionista. Diceva: «In Canada si sta molto bene, gli ebrei stanno molto bene, ma la Palestina è un’altra cosa: andrò senz’altro in Palestina!». Questo capitano Rose, in una Ravenna semidistrutta, ci ha accolto in un edificio semidiroccato dai bombardamenti e ci ha aiutato. Ci ha dato anche i primi rudimenti di ebraico, a mia sorella e a me. Mia mamma era ammalata ed era a Mantova. Siamo rimasti separati per un lungo periodo. Vivevamo sotto tutela della signorina Callegari che, dunque, è intervenuta per staccarci dal rabbino Rose. Mia sorella ha accettato volentieri. Io no.

Ma la storia non è finita così. Perché a fine marzo del ’45 sono subentrati ai canadesi i polacchi con la brigata ebraica composta da 5.000 uomini, tutti ebrei provenienti dalla Palestina sotto mandato britannico.

Così siamo venuti a conoscenza della brigata ebraica. Solo più tardi, studiando, ho saputo che l’organizzazione ebraica mondiale e la federazione sionista mondiale avevano richiesto che gli ebrei, almeno quelli risiedenti in Palestina, combattessero contro il nemico assoluto, ossia il nazismo. Gli ebrei di Palestina hanno avuto così il loro esercito.

In poco tempo, tra militari già appartenenti alle divisioni e quelli territoriali, si è formata in Palestina una brigata di 5.000 uomini.

Con la guerra di posizione gli ebrei della brigata cercavano il corpo a corpo al fronte. Pur di andare all’assalto delle trincee i combattenti ebrei saltavano anche sulle mine.

C’era una ragione di fondo. Il sionismo ha portato una rivoluzione tra gli ebrei. Gli ebrei della diaspora erano considerati come ebrei rinunciatari, immemori della propria tradizione e della propria storia. Il sionismo propagava l’idea della rigenerazione ebraica. L’idea o l’ideologia era quella di creare un uomo nuovo: l’ebreo privato della propria terra e considerato parassitario nella diaspora doveva non solo ritornare alla propria terra, ma anche ritornare a coltivarla (da qui il socialismo dei kibbutz).

Leggi razziali 1938

Dagli antisemiti l’ebreo era considerato pezzente, ma anche vigliacco e incapace di difendersi, uno che si lasciava andare, senza onore, a differenza degli ariani teutonici. Da qui la reazione degli uomini della brigata (per lo più sionisti): «noi siamo pari a voi e siamo tanto pari e valorosi da volervi affrontare faccia a faccia». La brigata cercava perciò lo scontro corpo a corpo per dimostrare che «riusciamo a battervi!».

Io andavo a mangiare e a dormire ormai con la brigata ebraica. Pochi giorni dopo la liberazione di Bologna, ricordo che mi hanno caricato su una serie di autocarri ed entrai anch’io con la brigata a Bologna. Io di ebraismo sapevo poco o niente. Ho cominciato a scoprirlo attraverso la brigata ebraica e il sionismo. Mi sono sentito sionista senza sapere in fondo che cosa fosse l’ebraismo.

Il seguito è stato strano. Questo di cui ho detto era evidentemente un ebraismo molto laico e politico, poco o niente di religioso. La mia laicità è proseguita, tanto è vero che ho poi fatto parte del movimento di unità popolare, dei radicali e della sinistra democratica. Ho fatto il compagno di strada del PCI, ma per poco tempo (non iscritto). Sono stato un anno iscritto al partito socialista. Nel ’56 c’è stata la guerra di Suez. Nel ’67 la guerra che ha dato origine ai territori occupati da Israele. In quei momenti io ho sentito profondamente la mia appartenenza ebraica, anche se forse in maniera esasperata dalla stampa sionista.

Ho sentito rivivere in me il periodo tragico. Non sapevo che lo Stato israeliano fosse tanto forte e potente. Sapevo che aveva combattuto valorosamente nel ’48 contro gli Stati arabi (Egitto, Libano, Siria e Giordania) dopo la proclamazione dello Stato da parte di Ben Gurion. Ho sempre pensato a questo, in difesa del sionismo e di Israele, sono diventato sempre più filo-israeliano, a motivo di queste radici storiche belliche e post-belliche.

Poi, accanto a questo filo-israelismo è subentrata una svolta: da laico, io mi son fatto e non potevo non rifarmi, data l’età e gli studi, ai testi di Benedetto Croce, anche per l’origine liberale della mia famiglia Levi. Il liberalismo italiano nell’immediato dopoguerra voleva dire Benedetto Croce. Quando facevo giurisprudenza seguivo i corsi su Croce. Seguivo più i corsi di filosofia che di giurisprudenza: crocianesimo, liberalismo, liberalismo di sinistra. C’è stata quindi per me la scoperta di Gramsci. E da lì, Marx: si può dire che sono andato a ritroso. Non sono mai stato un leninista. Ma un marxista sì. Ero allora completamente immerso nella politica.

Filosofia ebraica

Leggi razziali 1938Poi sono entrato un po’ in crisi. Ho abbandonato l’immanentismo filosofico e mi sono aperto al pensiero della trascendenza, con alcune letture molti importanti per me: Rosenzweig (su cui ho scritto un libro), Levinas, Hermann Cohen…

Insomma mi sono avvicinato molto all’ebraismo, un po’ spinto da ragioni politiche e un po’ da ragioni esistenziali e un po’ culturali. Sempre da laico, mi sono interessato molto al pensiero religioso ebraico.

Non mi sono mai sentito cattolico. Mi sono rivolto al pensiero religioso, filosofico e teologico ebraico. Così ho creato la mia piccola biblioteca giudaica. Vado ora alla vigilia di Rosh Hashanah. Vado allo Yom Kippur. Non faccio il digiuno.

Un’educazione religiosa ebraica io non l’ho mai ricevuta. La mia religiosità è molto personale. Poco dogmatica. Certo vado alle cerimonie. Sentire il canto del rabbino, quella musica puramente vocalizzata, mi stringe sempre il cuore.

Ecco: mi è difficile non essere partecipe del gruppo della comunità che per secoli è stata martirizzata. La parte che è stata secolarmente martirizzata è quella che sta nel mio cuore. Ovviamente con la parte del ricordo dei uccisi con il gas ad Auschwitz, tra cui i miei familiari.

Leonello Levi è nato a Torino il 14 ottobre 1931. Al termine della seconda guerra mondiale, da Ravenna si è trasferito a Mantova, città dei propri avi, con la madre vedova e la sorella. Dopo gli studi classici presso il Liceo Virgilio, si è laureato cum laude in giurisprudenza all’Università di Bologna. Dal 1955 al 1995 ha insegnato economia e diritto presso l’Istituto tecnico commerciale Pitentino di Mantova. Si è nel contempo dedicato agli studi filosofici abilitandosi all’insegnamento di storia e filosofia. Ha all’attivo diverse pubblicazioni di carattere storico, filosofico e di storia della popolazione ebraica. L’ultima in ordine di tempo: Fratelli Levi, dal ghetto di Mantova alle leggi razziali del 1938, E. Lui Editore, 2019. Vive a Mantova con la moglie Laura. Il professor Levi si è rivelato una inesauribile e preziosa fonte orale di lucida e precisa memoria, non supportata da alcunché di scritto nel corso dell’intervista. Lo ringrazio sentitamente per avermi dedicato molto tempo e grande interesse (Giordano Cavallari).

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