L’Europa è ancora cristiana?

di: Olivier Roy

Intervista a Olivier Roy, a cura di Isabelle de Gaulmyn e Jean-Christophe Ploquin, pubblicata su La Croix l’11 gennaio 2019. La riprendiamo nella traduzione del sito web Fine Settimana. Olivier Roy è professore di scienze politiche all’Istituto universitario europeo di Firenze.

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Olivier Roy

– Lei è conosciuto come specialista dell’islam politico. Perché questo libro sul cristianesimo europeo?

In realtà, le mie prime ricerche riguardavano il cristianesimo. Il mio libro La Santa Ignoranza (Seuil 2008, Feltrinelli 2017) ha suscitato molti dibattiti negli ambienti cristiani. Oggi in Europa si assiste a tutto un movimento che sottolinea l’identità cristiana per opporla all’islam. Ma io sono convinto che il problema dell’islam, in Europa, sia l’albero che nasconde la foresta: ci sono tendenze di lungo periodo che risalgono a molto prima della sua comparsa. Non è l’islam che ha svuotato le chiese, e i cattolici in Francia non hanno manifestato contro l’islam, ma contro il matrimonio gay. Il mio intento è quindi quello di scoprire a che cosa corrisponde quella famosa «identità cristiana» europea.

– Appunto, si può ancora parlare di un’Europa cristiana?

L’Europa continua a percepirsi come cristiana. Ma la secolarizzazione ha portato a una profonda scristianizzazione. A partire dal 1968, l’Europa conosce un cambiamento antropologico importante che separa profondamente i valori della società da quelli del cristianesimo. La vera scristianizzazione non è tanto il crollo della pratica quanto il riferimento ad una nuova antropologia centrata sul desiderio individuale, totalmente contrario al cristianesimo. In compenso, ed è il vero paradosso, in tutti i paesi, ad eccezione dell’Inghilterra, una maggioranza di europei continua a dirsi cristiana. Ma questo non ha più nulla a che fare con la fede. Si constata al contrario una ignoranza totale degli elementi di base del cristianesimo.

– Il discorso sull’identità cristiana non è il segno di un ritorno del religioso?

La mia tesi è che coloro che rivendicano per sé un’identità cristiana senza riferirsi ai valori cristiani accelerano la scristianizzazione. Proprio coloro che vogliono promuovere le radici cristiane non predicano assolutamente un ritorno alla fede, loro stessi non sono praticanti. Questo non ha niente a che fare con la religione. I sostenitori del populismo sono molto lontani dai valori cristiani, anche loro sono figli del 68. Il populismo di oggi non è un ritorno all’ordine morale. Se riprende elementi di cultura cattolici. è per opporsi all’islam. Questo ha condotto gli episcopati, italiano, polacco o tedesco, a prendere le distanze dai partiti che chiedevano, ad esempio, di rimettere i crocifissi nei luoghi pubblici. E, in definitiva, la sua espulsione dallo spazio pubblico come religione.

– Però la religione non ha forse bisogno di un rapporto con la cultura?

Sì. E oggi, la distanza tra la comunità di fede e la cultura è grande, è un divorzio. Benedetto XVI e Giovanni Paolo II sono stati molto chiari su questo. Eppure, la Chiesa cattolica continua a pregiarsi di questo rapporto tra cultura e fede. Oggi in Europa si vive una crisi culturale molto più che una crisi religiosa. E certe religioni come il salafismo e l’evangelismo sfruttano questa de-culturazione generale. Il divorzio dalla cultura è molto più doloroso per il cattolicesimo. Di fronte a questa cultura che gli è divenuta così estranea, il suo problema è sapere come situarsi nella società.

– Lei indica tre atteggiamenti possibili: il ripiegamento su se stessi, la lotta politica, o il ritorno a dei valori.

La mia esperienza italiana mi ha permesso di discutere con i responsabili di comunità cattoliche di laici, come Sant’Egidio, i Focolari o Comunione e Liberazione. Loro non negano di essere diventati minoritari in Italia. Ma, e in questo seguono l’insegnamento di papa Francesco, spiegano che il cattolicesimo deve smettere di intervenire nell’ambito della normatività, della legge. Deve invece proclamare ad alta voce i valori. La «riconquista religiosa» non è possibile. Perché passerebbe da una revisione delle norme (aborto, matrimonio gay, ecc.) e può farlo solo basandosi sui populisti. Ma, come ho già detto, questi ultimi possono accettare un’alleanza strategica, ma sulle norme anche loro sono figli del 68, e non torneranno indietro. Detto più cinicamente: la Chiesa cattolica non è comunque più in grado di imporre la norma. Se la impone, sarà con l’intermediazione dei populisti che screditeranno il messaggio. Nel mio libro cito padre Paolo Dall’Oglio che ho incontrato due mesi prima della sua scomparsa, e che mi aveva molto impressionato. Mi aveva detto: «Non si deve apparire come legislatori, si deve apparire come profeti». Gli europei hanno bisogno di riferimenti morali. Non hanno bisogno di una guida. Siamo in una società in cui non c’è più dibattito sui valori, ma unicamente sulle norme, in maniera conflittuale. Ma l’essere umano non può fare a meno di valori spirituali. Se si dimentica la trascendenza nel dibattito pubblico, essa rischia di rientrare dalla finestra sotto forme pericolose: nichilismo (teoria apocalittica, transumanesimo), oppure radicalismo religioso violento.

– Alla fine del libro, lei sostiene la necessità che società europee e valori cristiani si ritrovino.

Bisogna ripensare il progetto europeo in tutta la sua genealogia. Sono in maggioranza dei cristiani che hanno fondato l’Unione europea. Non si tratta di tornare ad un cristianesimo di facciata, ma ad un certo spirito del cristianesimo. La Chiesa deve riprendere il magistero morale, e non proporre un programma per legislatori. Non deve fare del «lobbismo» politico.

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