19. Dissento da Caffarra, concordo con Schönborn

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Nel dibattito intorno ad AL dobbiamo onorare gli argomenti più forti e più convincenti. Nel dialogo a distanza tra due cardinali provo a mettere alla prova gli argomenti del card. Caffarra.

Una premessa doverosa. Conosco personalmente il card. Caffarra, che ho incontrato due volte, prima quando era vescovo di Ferrara e poi da arcivescovo di Bologna. E nelle due occasioni ho sempre notato l’affabilità e la finezza del modo con il quale si relazionava alle singole persone. Tanto più mi sorprende la veemenza con cui critica il papa e il card Schönborn quando esplica con eleganza e finezza le buone ragioni di AL. Tanto da arrivare a chiedere loro, addirittura, di fare retromarcia e di smentire se stessi.

Vorrei esporre gli aspetti più problematici di questo suo modo di leggere AL in 5 punti.

A. Un’ermeneutica della discontinuità

La prima cosa che mi sorprende è il fatto che il card. Caffarra ipotizzi apertamente una «discontinuità insopportabile» nelle tesi magisteriali espresse da AL. Egli legge la storia della dottrina matrimoniale come se per 1900 anni si fosse sviluppata una dottrina coerente e monolitica, che avrebbe trovato la sua compiuta espressione nei testi che egli cita: Veritatis splendor, Familiaris consortio e Sacramentum caritatis. Mentre AL sarebbe uno strappo inaccettabile, perché romperebbe il principio “rivelato” dell’esercizio legittimo della sessualità soltanto all’interno del matrimonio sacramentale.

Ma il cardinale è costretto a costruire questo “teorema” prescindendo dalla storia, che ci racconta invece fatti ben diversi. L’assetto dottrinale degli ultimi decenni è il frutto di un’esasperazione del tema, che nasce solo nel 1852, con Pio IX, e diventa la sequenza di encicliche che da Arcanum divinae sapientiae (1880) a Casti connubii (1930) arriva, sia pure attraverso il Vaticano II, a Humanae vitae (1968), con la dura istituzionalizzazione del Codex del 1917. Se Familiaris consortio presuppone certo questa storia, apre tuttavia già sul nuovo, di cui ammette la rilevanza, senza assumerlo completamente. Da questo punto di vista AL deve essere letta come in continuità con Familiaris consortio, nell’intento di superare pienamente l’assetto ottocentesco della dottrina matrimoniale, che già in quel testo aveva iniziato a vacillare.

Caffarra utilizza un’ermeneutica della discontinuità molto pericolosa, perché mette in dubbio la legittimità dell’evoluzione della dottrina, chiedendo addirittura a Francesco di ritirare il documento nei suoi passi più innovativi. Questo a me pare contraddire l’intenzione – che certo Caffarra non vuole negare – di garantire la continuità con la grande tradizione ecclesiale, e non solo con la sua versione apologetica e irrigidita del XIX secolo.

B. Una rigidità massimalista in morale

Il secondo aspetto sul quale sollevo le mie perplessità riguarda il modo di considerare la “intrinsecità del male”. Qui a me sembra che il discorso scivoli su un piano di astrattezza talmente accentuato, che ogni fattore circostanziale viene giudicato in modo sospetto e con diffidenza. Non sorprende che Schönborn venga accusato di una sospetta condiscendenza al male. Se qualcosa è intrinsecamente male, bisogna evitarlo a tutti i costi. Questo approccio, tuttavia, appare solo “pedagogico” e incapace di riconoscere i fatti. Tutto diventa compito e i fatti non hanno rilevanza alcuna. Questo approccio, in sé molto chiaro, è però privo di rapporto con la realtà. Impone alla realtà un modello idealizzato. Ma, come in ogni idealizzazione, esso unisce alla grande idea cristiana del matrimonio, l’aggressione all’altro. Il massimalismo è inevitabilmente aggressivo, anche malgré soi.

C. Una mancanza di articolazione tra piano morale e piano giuridico

Uno dei punti che creano maggiore difficoltà nelle parole del cardinale è il fatto che egli presupponga come evidente e scontata una relazione pre-moderna tra morale e diritto. Che una azione sia “intrinsecamente un male” – ad es. l’omicidio, il furto, l’adulterio – non implica immediatamente che non si debba tener conto delle “circostanze” nelle quali l’azione viene commessa, come anche del tempo nel quale tale azione assume rilevanza. Considero come un fatto molto strano che un uomo di cultura giuridica come Caffarra non tenga conto di come la correlazione tra gravità del reato ed entità della sanzione non possa mai essere astratta dalla storia concreta dei fatti. Si consideri come l’ostinazione nel valutare l’“adulterio” come fatto intrinsecamente malvagio impedisca al cardinale di giudicare adeguatamente come la condizione di adulterio nella società chiusa fosse molto diversa da quella in una società aperta. Ciò che è intrinsecamente male resta male, senza dubbio. Ma cambia la sanzione e cambia la rilevanza del tempo. Come ha sottolineato bene un altro vescovo – non ancora cardinale – come J.-P. Vesco, nella nostra società l’adulterio si è trasformato da “reato permanente” a “reato istantaneo”. Questa differenza, che mi sembra sfugga completamente a Caffarra, non dipende anzitutto da categorie teologiche, ma dalle forme sociologiche, psicologiche e culturali degli uomini e delle donne di oggi. Ma questo nel matrimonio ha rilevanza originaria, che il massimalismo teologico dell’ultimo secolo non riusciva più a riconoscere. Viceversa è chiaro per i teologi medievali, che Schönborn cita molto più di Caffarra.

D. Una dipendenza da categorie superate e da modelli giuridici datati

La traduzione che del matrimonio offriva la società chiusa tradizionale poteva tranquillamente sovrapporre morale e diritto e ragionare in modo massimalistico su un piano come sull’altro. La strategia fondamentale di questa lettura apologetica, inaugurata a metà del XIX, è stata la “ontologizzazione” del matrimonio, ossia la sua trascrizione in categorie metafisiche e razionalistiche. Ma questa scelta non ha tenuto conto che il sistema ecclesiale non può sopportare troppo a lungo un eccesso di ontologismo, senza generare una reazione incontrollabile sul piano della nullità. Infatti, più insistiamo sulla “ontologia del vincolo” e più siamo costretti a tematizzare la “nullità” come unica via di uscita di fronte ai problemi. Da un lato l’ontologia classica si trasforma in ontologismo apologetico, ma dall’altra parte la teoria dei capi di nullità diventa facilmente una forma di “nichilismo canonico”. Caffarra mi sembra sia uno dei pochi pastori a ripetere con grande lucidità il modello ottocentesco di risposta ecclesiale alla sfida del mondo moderno. Ma non si avvede che AL intende uscire proprio da quel modello riduttivo di considerazione dell’esperienza alla luce del Vangelo, mentre non intende affatto uscire dalla grande tradizione ecclesiale. Anzi, AL garantisce continuità alla dottrina mediante un’opportuna traduzione e conversione, mentre la posizione di Caffarra – che egli pretende chiara e limpida – genera un continuo cortocircuito tra dottrina ecclesiale, esperienza dei soggetti e mediazione ecclesiale. Caffarra parte dall’ipotesi che AL porti confusione a una condizione sostanzialmente chiara, mentre io credo che AL porti un inizio di chiarificazione in una situazione che Familiaris consortio, iniziando ad alterare la logica ottocentesca, aveva reso molto confusa e ambigua.

E. Adulterio pollakòs lèghetai. Ontologismo dogmatico e nichilismo canonico si implicano a vicenda

Il card. Caffarra, che è anche il fondatore dell’Istituto Giovanni Paolo II, dove matrimonio e famiglia dovrebbero essere studiati a fondo, sembra non voler ascoltare altra voce che non sia quella di Giovanni Paolo II. Così fanno anche, in pieno accordo con il fondatore, gli attuali principali docenti di quell’Istituto, tutti uniti in questa sorprendente ermeneutica della discontinuità di fronte ad AL.

Sorprenderebbe non poco chi invitasse Caffarra – o uno dei docenti dell’Istituto citato – a presentare ufficialmente il testo di AL. Chi rifiuta il testo nel suo cuore pulsante – ossia nella fuoriuscita dal modello ottocentesco di dottrina del matrimonio – non può certo presentarlo ufficialmente al clero, se non avvalorando quella “ermeneutica della rottura” che fino a ieri questi stessi docenti presentavano come il male peggiore. Confuso, qui, non è il testo di AL, ma lo sguardo di chi non coglie il senso epocale di questo passaggio di conversione ecclesiale e pretende di usare il CCC come uno scudo contro la conversione di cui la Chiesa ha bisogno. Credo che questa reazione ponga una questione decisiva: la discontinuità e la rottura non è quella promossa da AL, ma quella che scaturisce dalla pretesa secondo la quale, a partire dalla fondazione dell’Istituto Giovanni Paolo II in poi, e fino all’apocalisse, qualcuno possa monopolizzare la teologia del matrimonio, costringendola in una visione unilaterale, clericale, apologetica e massimalista della tradizione. Credo che il card. Caffarra, con grande chiarezza, abbia messo in luce i limiti di questa breve tradizione massimalista, con aspetti di fondamentalismo, da cui AL ha saputo prendere la giusta distanza. È naturale e comprensibile che Caffarra e successori non ne siano contenti. Cionondimeno, il fatto che essi pretendano di dettare a Schönborn e a Francesco l’“agenda matrimoniale” appare quanto meno come un eccesso di zelo, che sconfina pericolosamente in una mancanza di senso del limite e che può talvolta giungere anche a una sorta di nera disperazione sul ruolo che lo Spirito Santo gioca nella vita della Chiesa.

Pubblicato il 16 luglio 2016 nel blog: Come se non

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Un commento

  1. Giorgio De Checchi 4 settembre 2016

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