L’esortazione QA vista dall’America Latina / 2

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QA dall'america latinaIl sinodo panamazzonico ci ha fatto conoscere da vicino una cultura a noi estranea: l’arte del “buon vivere” in armonia con tutta la realtà. Dopo un primo intervento, il teologo venezuelano Antonio Teixeira (dehoniano) approfondisce altri aspetti di Querida Amazonia visti a partire dall’esperienza latino-americana.

Querida Amazonia riprende solo alcuni aspetti dei molti che sono emersi nel Sinodo. Come ogni altro sinodo, quello per l’Amazzonia è stato ricco di dibattiti, di nuove idee, di proposte di cambiamento e di buoni desideri. Tuttavia quello per l’Amazzonia aveva qualcosa di diverso: la sua novità.

I temi erano nuovi, i concetti non erano assimilabili a quelli che di solito si usano nelle società urbane e la vita degli indigeni passò dall’essere un dato di curiosità di quelli che si vedono in un documentario televisivo, all’essere la vita di un fratello che ha molto da dirci e dal quale abbiamo molto da imparare.

L’arte del “buon vivere”

Certo, era impossibile che Querida Amazonia potesse accogliere ogni dettaglio e ogni aspetto condiviso nelle relazioni, nell’aula dei dibattiti e tra i gruppi. Senza dubbio il «buon vivere» è per i popoli non amazzonici uno dei concetti più innovativi che il papa ha ripreso nell’esortazione post-sinodale.

L’Instrumentum laboris è il primo luogo dove troviamo l’espressione «buon vivere» e la definisce come ricerca di una vita in abbondanza e ciò implica il rispetto della vita come un tutto interconnesso, dove esiste «armonia dei rapporti tra l’acqua, il territorio e la natura, la vita comunitaria e la cultura, Dio e le varie forze spirituali».

Per un «buon vivere» tutto è importante, comprese quelle forze spirituali che a volte ci suonano come una superstizione dei popoli incolti. La vita è più che razionalismo e religiosità dei popoli incolti. Giova ricordare come questo aspetto sia stato condiviso da p. Antonio Spadaro, nel suo intervento in sinodale, il 12 ottobre: «Occorre dare una risposta a una richiesta amazzonica di valorizzare i miti, le tradizioni, i simboli, i saperi, i riti e le celebrazioni originarie che includono le dimensioni trascendenti, comunitarie ed ecologiche». Si vive bene quando si cammina verso una «terra senza mali».

Quanti di noi, in questo tempo di pandemia, desiderano un luogo così: protetto, senza mali da temere e con la possibilità di pensare il domani senza la paura del presente? Questo stile non è una mera utopia indigena, è una realtà possibile. In questo senso i popoli non sono ingenui, poiché sanno che un «buon vivere» è possibile solo con un «buon fare».

Il «buon vivere» è uno stile di umanizzazione in cui è possibile «costruire un progetto di vita piena per tutti».

Dalla periferia al centro

I popoli dell’Amazzonia vedono con angoscia svanire il sogno di raggiungere un giorno la terra senza mali. Questa è stata la denuncia fatta in aula sinodale da Tapi Yalawatapi, rappresentante dei 16 popoli indigeni del territorio amazzonico. «Abbiamo bisogno di curare, di custodire la foresta rimasta nei nostri territori, sapendo che è il nostro mercato, la nostra farmacia, la nostra casa, la nostra vita e la nostra sopravvivenza… Attualmente siamo angosciati vedendo la distruzione della foresta avvicinarsi al nostro territorio».

In effetti, il «buon vivere» contrasta con ciò che mons. Pirmin Spiege, direttore generale della Misereor tedesca e invitato speciale al sinodo, chiamava nel suo intervento in aula sinodale il 7 ottobre uno «stile di vita imperiale». A suo parere «la sofferenza dei popoli e del creato in Amazzonia sono le conseguenze di un modo di vita imperiale… La promessa di uno sviluppo di recupero e del modello di benessere del Nord globale, non ha futuro».

Infine, il «buon vivere» costituisce l’opportunità di consolidare uno stile che va dalle periferie al centro. Siamo abituati a lavorare per una società di beni, ma sappiamo che non sempre i beni comportano un buon vivere. Siamo abituati a vivere attorno ai grandi centri di potere e, a volte, non sappiamo che le periferie esistono.

Dalla periferia al centro è un modo diverso di cominciare a vedere la realtà. Benché sulla carta la proposta suoni bene, l’ascolto della periferia implica una conversione sociale e un cambiamento nello stile di vita nelle società del benessere. Questo cambiamento può essere doloroso, richiede tempo, pazienza e capacità di ascolto.

Partire dalla periferia è qualcosa di più che fare qualcosa per i più poveri, richiede un «modo comunitario di pensare l’esistenza, nella capacità di trovare gioia e pienezza in una vita austera e semplice, come pure nella cura responsabile della natura che preserva le risorse per le generazioni future». Credo che la pandemia ci proponga di accettare questa sfida.

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