L’esortazione QA vista dall’America Latina

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È evidente la diversità di ricezione di “Querida Amazonia” da parte dei latinoamericani e degli occidentali. Perché questa diversa sensibilità?

Molti aspettavano con ansia, e persino con una certa curiosità morbosa, l’esortazione postsinodale. Una buona parte di essi bramavano che il papa finisse con l’aprire nuovi spazi ai classici ministeri della Chiesa.

In realtà, la pubblicazione dell’esortazione ha rappresentato per molti una grande delusione per il silenzio del papa su ciò che si riferisce ai viri probati, mentre per altri è stata un certo trionfo. Tuttavia è necessario spiegare che questa sceneggiata di vinti e vincitori è estranea agli indigeni, ai cittadini e ai missionari che furono i veri protagonisti del sinodo dell’Amazzonia, e appartiene al mondo clericale dell’occidente europeo e nordamericano, la cui enorme preoccupazione del dato dogmatico ha fatto perdere loro di vista la missione.

QA America Latina

I favorevoli o i contrari all’ordinazione degli uomini sposati, affrontando il problema dal punto di vista disciplinare o dogmatico, appartengono in gran parte ad un gruppo ristretto di teologi o di chierici. Non mi pare che, per il sinodo per l’Amazzonia, questo sia stato un problema rilevante per quanto fosse e continui ad essere una preoccupazione missionaria-pastorale quella di portare l’eucaristia in tutti gli angoli dell’Amazzonia.

Il cuore dell’esortazione

Chiarito questo primo aspetto, vorrei concentrarmi ora su un unico aspetto: a che cosa ci invita l’esortazione?

Per rispondere, mi fermerò sui numeri 2 e 3 dell’esortazione postsinodale, poiché, a mio parere, costituiscono le chiavi di lettura del documento pontificio.

Già fin dall’inizio, papa Francesco ha chiarito che l’esortazione non ha un carattere dogmatico e nemmeno normativo. «Con questa esortazione desidero esprimere le risonanze che questo percorso di dialogo e di discernimento ha provocato in me» (n. 2). Il documento non dimentica in nessun momento il cammino di dialogo e di discernimento vissuto nell’aula sinodale. Nella sua meditazione, il papa riecheggia la vita del sinodo. Egli si preoccupa di far conoscere a tutti i lettori ciò che ha toccato il suo intimo e la sua fede e di renderli partecipi delle novità che il sinodo ha comportato.

Il farsi eco del sinodo senza pretendere di completarlo con la sua riflessione, mostra quanto profondamente Francesco sia stato toccato da tutto il camino sinodale.

Sorprende che affermi esplicitamente che non intende né sostituire né ripetere il documento finale del sinodo (n. 2). Ma la maggiore sorpresa è la presentazione ufficiale che fa del documento conclusivo (n. 3). Non contento di far risuonare il cammino del sinodo, si permette un nuovo riconoscimento ufficiale delle conclusioni. Presentare ufficialmente il documento conclusivo del sinodo in un documento pontificio gli conferisce il grado di magistero pontificio?

Si potrà molto discutere su questo interrogativo, ma, al di là di qualsiasi risposta, è certo che nell’esortazione c’è non solo un riferimento esplicito al documento conclusivo, ma un’insolita dichiarazione di ufficialità e un invito a tutti coloro a cui è rivolta l’esortazione a «leggerlo integralmente» (n. 3). Questo invito a tornare al documento conclusivo fa parte del metodo sinodale dell’esortazione, come mostrerò più avanti.

Benché l’esortazione non cerchi di dare orientamenti, assicura, tuttavia, una «ricezione creativa e feconda del cammino sinodale» (n. 2). Il termine “ricezione” indica che è necessario assumere il cammino del sinodo per l’Amazzonia nelle strutture ecclesiali e nella vita spirituale dei credenti.

L’impegno della “ricezione”

L’importanza del sinodo non sta solo nell’evento celebrato tra il 6 e il 27 ottobre 2019, ma nella vita che il dialogo e il cammino sinodale possono imprimere nell’istituzione ecclesiale e nelle espressioni della fede popolare.

Quando parliamo di ricezione, ci riferiamo a qualcosa di più grande della semplice lettura, riflessione e conoscenza di ciò che è stato detto al sinodo. Ricezione vuol dire assunzione di un punto di vista, di uno stile di agire, di un modo di celebrare e riconoscimento di un linguaggio originario.

La ricezione creativa e feconda del cammino sinodale implica non abbandonare mai il cammino del dialogo, il riconoscimento del protagonismo indigeno, la preoccupazione per l’equilibrio e l’armonia della natura amazzonica, il rispetto e il riconoscimento delle religioni dei popoli amazzonici, il consolidamento del buon vivere nelle strutture sociali ed ecclesiali e la riproduzione della fraternità vissuta fra tutti i presenti all’evento.

Non mi sembra sbagliato affermare che il sinodo lascia una traccia profonda nella vita personale e nell’esercizio del magistero di Francesco. In effetti, se Francesco in questi due numeri sottolinea così tanto il desiderio di non sostituire il documento conclusivo, opportunamente letto integralmente, nella sua presentazione ufficiale e nel riconoscimento pubblico dell’insufficiente conoscenza del problema amazzonico da parte di molti e del resto della Curia romana, non c’è dubbio che l’esortazione non possa essere compresa senza la lettura del documento conclusivo del sinodo. C’è una chiara, intenzionale e confessata dipendenza dell’esortazione dal documento conclusivo.

Ecco una novità nell’esercizio del magistero pontificio di Francesco: l’esortazione offre le chiavi di lettura del documento conclusivo e la possibilità di comprendere l’esortazione.

Mi sorprende che questo dettaglio sia passato quasi inosservato da parte di coloro che hanno riflettuto sull’esortazione. Non c’è forse un riconoscimento esplicito dell’impossibilità di parlare di tutto e su tutto dalla roccaforte chiusa della Curia romana? Questo riconoscimento non è una chiara confessione della necessità dell’esercizio della sinodalità nel magistero pontificio? Non esiste una dipendenza del centro rispetto alle periferie? Riconoscere la dipendenza dell’esortazione dal documento conclusivo, non è un esercizio sinodale del magistero?

La novità dell’esortazione non sta in ciò che dice, ma nel modo con cui lo dice. Senza dubbio, alcuni indigeni e alcuni missionari riconosceranno nell’esortazione un’idea loro, un modo indigeno di esprimersi, un linguaggio che li identifica.

Termino questo articolo facendo mio il desiderio di papa Francesco in un numero che qui non ho commentato e che mi limito a citare a mo’ di conclusione di questa breve riflessione: «Dio voglia che tutta la Chiesa si lasci arricchire e interpellare da questo lavoro, che i pastori, i consacrati, le consacrate e i fedeli laici dell’Amazzonia si impegnino nella sua applicazione e che possa ispirare in qualche modo tutte le persone di buona volontà» (n. 4).

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