Festival Economia: sostenibilità cercasi

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Un’edizione “diversa” per la collocazione temporale (da inizio estate all’autunno) e per la sola opportunità di seguire incontri e interviste ai protagonisti via streaming in diretta o in differita, ma sempre in remoto. Come in remoto, da fine maggio, si è potuta seguire tutta una serie di eventi e di riflessioni che dagli studi televisivi sono entrati nelle case di tanti. Un tema che cambia di anno in anno: dalla prima edizione nel lontano 2006 su “Ricchezza e povertà” a questa 2020 su “Ambiente e crescita”.

«Un tema indovinato» diceva in primavera l’allora sindaco di Trento, Alessandro Andreatta; «Una sfida che viviamo tutti – aggiungeva il rettore dell’università di Trento, Paolo Collini –, nella consapevolezza che la salute ha un impatto gigantesco con la nostra vita. Sappiamo che le condizioni di salute fanno parte dell’ambiente e mai come in questo tempo ci rendiamo conto del grande collegamento tra le condizioni di vita e la crescita economica». Ma quanto è diffusa questa consapevolezza nella società?

«I giovani ci chiamano alla responsabilità per l’ambiente: il futuro appartiene soprattutto a loro. I giovani sono molto motivati ad un interesse globale, talvolta sconosciuto ai loro genitori o agli adulti in genere» constatava il rettore.

Come può calare nella concretezza il rapporto ambiente e sostenibilità? Un’istituzione educativa e formativa, come l’Università, ha la responsabilità di agire e offrire testimonianza, ma la gente cosa fa?

«Ci siamo resi conto che si possono fare tante cose a distanza. Rispetto a queste opportunità stiamo maturando una consapevolezza: le relazioni umane sono molto importanti e lo stiamo scoprendo sempre di più» continuava il rettore.

Un Festival diverso dagli altri: in epoca di pandemia Covid-19, niente incontri in presenza, niente piazze affollate, niente dirette televisive o radiofoniche con un’ampia cornice di pubblico. Solo da remoto era possibile seguire tanti interventi dal 29 maggio – inaugurazione “virtuale” – in poi.

«Data l’emergenza, non potevamo non fare un’edizione online» ha detto Tito Boeri, direttore scientifico del Festival dell’Economia, intervenendo all’inaugurazione del Festival dell’Economia di Trento online. «Ci siamo occupati dell’emergenza sanitaria, abbiamo affrontato la fase più difficile, ma ora c’è un’altra grande emergenza, quella economica, dobbiamo appiattire un’altra curva».

«Il Festival ha sempre avuto il merito, e forse anche un po’ di fortuna, di individuare temi di attualità. È una grande occasione per crescere: ogni governo ha necessità di un sostegno di pensiero, di idee buone che aspettano di essere concretizzate» diceva Alessandro Andreatta.

«Ci mancano naturalmente i dialoghi, i confronti di fronte al pubblico, anche i palazzi e le piazze della città che, nelle passate edizioni, li ospitavano. In questi due mesi è cambiato tutto. Il tema di quest’anno, crescita e ambiente, tocca però una priorità assoluta. È un tema che ci interroga e che in Trentino ci fa pensare anche a Vaia, la terribile tempesta che due anni fa ha colpito il nostro territorio come tanti altri in Italia».

6 milioni di accessi, una serie nutrita di domande incalzanti nel corso dei dibattiti, sono il risultato della scelta online che ha avuto il pregio di far entrare in ogni casa le idee degli esperti economisti e – come recitava uno degli obiettivi del Festival fin dalla prima edizione – «portare l’economia tra la gente».

Il futuro? Sarà solo sostenibile

Sostenibilità è stato uno dei termini più citati nel corso degli eventi e ad esso ha fatto riferimento Esther Duflo, economista del MIT di Boston, premio Nobel 2019, la seconda donna – e la più giovane (47 anni) – premiata per l’economia.

Si potrebbe immaginare che gli eventi drammatici, in particolare gli incendi in California, abbiano avuto il potere di modificare le scelte politiche degli Stati Uniti, ma non è così, perché l’urgenza è sembrata in questi giorni quella di nominare un nuovo giudice conservatore alla Corte Suprema – constatava Duflo, riflettendo sulla politica del suo presidente –; eppure, ad essere onesti, dovremmo valutare “dove” si incide di più sul cambiamento climatico: i dieci maggiori inquinatori mondiali sono responsabili di più del 50% della situazione del clima e fra questi gli Stati Uniti, ma il costo del cambiamento climatico sarà a carico dei Paesi più poveri del pianeta (Africa sub-sahariana, America Latina, Corno d’Africa, Sud-est Asiatico…).

Negli USA l’incremento della temperatura avrà un leggero effetto sulla vita della popolazione, ma in India questo significherà un aumento della mortalità per centinaia di persone». «Dobbiamo agire ora, da Paesi ricchi – concludeva la professoressa del MIT –; se attendiamo ancora, sarà una catastrofe. Anche perché i cittadini dei Paesi ricchi saranno sempre meno propensi a fare qualcosa per quelli poveri».

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Esther Duflo

Nel 2050 potrebbero essere almeno 250 milioni le persone migranti nel mondo a causa del cambiamento climatico e i migranti climatici costituiranno un fenomeno di enorme portata sulla superficie del pianeta.

Da sempre il clima ha avuto un ruolo determinante nei grandi cambiamenti economici e nelle grandi evoluzioni di pensiero dell’umanità. Pensiamo a come ne è stata influenzata l’agricoltura, intervallata da periodi di abbondanza e di carestie, riflettiamo sulla nascita e sul disfacimento dei Grandi Imperi, e anche sulle migrazioni sociali in ogni epoca.

Il cambiamento climatico in atto ci mette di fronte all’urgenza di ridiscutere le nostre conoscenze, così da non ripetere gli errori del passato, e recuperare quella memoria storica per reagire alla crisi. Ne ha parlato al Festival Amedeo Feniello, docente di storia medievale a L’Aquila, che ha illustrato il punto di vista dello storico: «Il tema “ambiente” è rimasto spesso ai margini della ricerca storica, eppure Voltaire era convinto della sua grande importanza e oggi nessuno può negare che occorre un’analisi diversa: abbiamo a disposizione una serie di modelli che ci forniscono elementi nuovi, ma si tratta di segmenti della conoscenza che gli storici cominciano solo ora a valutare.

Gli storici, infatti, non possono eludere il dato della scienza lungo i secoli, dall’età classica, un’epoca ottimale dal punto di vista del clima, alle grandi variazioni dell’età medievale (con eventi climatici estremi), guarda caso epoca di pandemie come la peste nera (la cosiddetta “crisi del Trecento”). Abbiamo avuto circa 6 mila anni di sostanziale equilibrio del clima del pianeta ma, da qualche anno, le cose sono assai cambiate. Noi possiamo constatare, per fare un esempio, l’enorme diffusione delle locuste in anni di riscaldamento dell’atmosfera, ma gli interrogativi aperti sono sempre più numerosi e saranno ancora una volta gli scienziati a fornirci le risposte».

Siamo di fronte al primo cambiamento climatico influenzato anche dall’uomo ed è a noi uomini del terzo millennio che compete la responsabilità di invertire la rotta, di mitigare il riscaldamento, di limitare il danno: su questo a Trento nessuno ha avuto dubbi.

Modificare stili di vita più che consolidati (scrivere una lettera, prendere appunti su un quaderno, leggere un libro, sfogliare un giornale…) non è facile, ma qui si gioca la capacità di adattamento del cervello umano, organo che ha indotto i nostri antenati a mettersi in marcia dall’Africa all’Asia e all’Europa alla ricerca di condizioni più favorevoli (e allargare l’ambiente di vita dell’Homo sapiens).

Ma qualcosa possiamo fare e anche presto.

In gergo tecnico si parla, per esempio, di “tokenizzazione”. La parola – è vero – incute un certo timore (il token è l’insieme di dati contenuti da una blockchain, altro termine pressoché sconosciuto ai più), in realtà si tratta di un passo avanti verso un futuro più sostenibile. Ci si riferisce al passaggio dalla scrittura cartacea a quella informatica degli atti burocratici prescritti dalla legge per ogni società che opera in Italia. Tonnellate e tonnellate di certificati, fascicoli, verbali, registri e note da “immagazzinare” elettronicamente e renderli immediatamente disponibili a tutti i soggetti interessati, senza utilizzare fiumi di carta e relativi alberi abbattuti.

La digitalizzazione degli atti della pubblica amministrazione, la possibilità di avere a disposizione online tutto quanto ci interessa, senza bisogno di archiviare su scaffali e cartelle pagine e pagine di carta, rappresenta uno degli strumenti più accessibili per salvare la biodiversità vegetale e agire quotidianamente in maniera sostenibile, senza alibi di sorta (i ricercatori FBK di Trento hanno trovato che quanti sono soliti sottolineare la scarsa presenza di computer e dispositivi per un utilizzo dei materiali online nelle famiglie, in realtà sono proprio coloro che mostrano ancora difficoltà personali nell’uso della tecnologia…).

E che valore può avere lo studio della storia in un mondo che procede a base di Tweet di pochi caratteri? Sembra che niente sia mai accaduto, che tutto inizi oggi – spiegava Feniello –, aggiungendo che la carenza totale di cosa è stata la nostra identità di uomini nel corso del tempo è evidente per via della sua enorme diffusività. Siamo precipitati in una “dittatura del presente” riassumeva il giornalista Simone Casalini.

«La sostenibilità sociale – incalzava Federico Rampini, giornalista e saggista da anni residente negli USA – è importante tanto quanto quella ambientale. La decrescita felice piace a un mondo radical chic di persone che stanno bene, vivono in città e vanno in giro in bici solo per fare sport. Poi però c’è un mondo molto più povero, che sa benissimo cosa vuol dire la parola decrescita: significa non arrivare alla fine del mese, non sapere cosa mettere nel piatto. A queste persone bisogna parlare di sostenibilità sociale, ancora più necessaria nel mondo moderno.

Ed è a questa sostenibilità cui tutti siamo responsabili». Quanto i discorsi degli esperti economisti, spesso premi Nobel, siano in straordinario parallelo con le affermazioni dell’enciclica sociale di papa Francesco, la Laudato si’, è oggetto di riflessione da mesi. Mai come in questo Festival si è sentita l’assenza di teologi morali in grado di riportare in equilibrio la bilancia dei concetti (un compito in più per le scuole di teologia…).

I limiti delle politiche dei singoli Paesi, e dell’Italia in particolare, nei mesi della crisi, sono stati l’oggetto dell’intervento di Lucrezia Reichlin, docente di economia alla London Business School: «Nella prima fase della crisi abbiamo assistito a limiti importanti nell’azione dei governi. Ad esempio in Italia, le misure adottate non sono arrivate a tutti i cittadini e imprese.

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Il problema della digitalizzazione nell’amministrazione pubblica è molto marcato, ma non risolto. Nella seconda fase, avremo un problema in Europa, ovvero la capacità di mettere insieme un pacchetto di misure per sostenere la domanda pubblica a fronte di prese di posizione diverse da parte delle singole nazioni europee».

Innocenzo Cipolletta, già presidente, fra molto altro, dell’Università di Trento, ha collegato il pensiero politico a quello economico: «Ci sono momenti in cui i politici determinano una serie di idee che hanno poi un forte impatto sull’economia. È successo dopo la Seconda Guerra Mondiale, quando vincitori e vinti si sono messi assieme per creare una collaborazione commerciale tra Stati. Questo ha prodotto una crescita forte, ma limitata solo ai paesi più sviluppati.

La crisi del petrolio ha determinato un nuovo rimescolamento, avviando il sistema alla globalizzazione che, a sua volta, ha fatto nuovi vincitori e vinti. E ora siamo noi, paesi più sviluppati, che ci ribelliamo di fronte alla crescita di paesi presunti poveri o in via di sviluppo (come la Cina) a discapito nostro che, invece, nella globalizzazione non siamo cresciuti. Ed ecco di nuovo entrare in scena i politici con nuove idee: Trump che manda all’aria il multilateralismo ci sta portando oggi ad una situazione economica ancora diversa. C’è da augurarsi – concludeva Cipolletta – che si tratti solo di una parentesi, ma a volte bisogna saper resistere a certe idee».

Si può invertire la rotta?

Ma c’è una domanda che affiorava spesso tra le righe: è possibile invertire la rotta? In altre parole: è possibile rallentare il cambiamento climatico?

È toccato a Per Krusell, macroeconomista dell’Università di Stoccolma, il tentativo di un’analisi delle proposte: il consenso sulla limitazione delle emissioni è unanime, ma occorre intendersi sul come. «Noi economisti abbiamo un’opportunità fantastica. Come possiamo ridurre le emissioni? Dal punto di vista dell’economia classica, il problema del cambiamento climatico è semplice. Nel momento in cui intraprendiamo un’attività generiamo riscaldamento. Ecco allora che esattamente 100 anni fa, nel 1920, un economista, Pigou, introduceva una tassa per far pagare questa esternalizzazione: chi inquina paga.

Se io uso una moto a Pechino piuttosto che a Trento, l’inquinamento è identico, e la tassa dovrebbe essere identica ovunque. Non abbiamo ottenuto però alcun risultato. Molti paesi hanno introdotto una tassa, ma le emissioni sono limitate solo in una parte minima del pianeta. Perché non si ascoltano gli economisti? Alcuni ritengono che una tassa non sia la soluzione giusta. Probabilmente non riusciamo a farci capire. Ma è anche vero che non siamo abituati a confrontarci con altri ed è opportuno chiedersi: la tassa di Pigou è marginalmente migliore o la migliore in assoluto?

I politici spesso propongono una differenziazione: nei paesi in via di sviluppo è corretta la Carbon tax? O è meglio finanziare investimenti verdi? Un errore comune è quello di fissare una tassa alta nella consapevolezza che un aumento di CO2 è decisamente negativo, ma questo non risolve il problema.

Esistono dei modelli costituiti da equazioni scientifiche ed economiche che ci permettono di avere un’idea dei vantaggi per l’umanità. Il modello è abbastanza complesso, ma ciò che si evince è che la tassazione solo nella UE non ci aiuta: se si utilizza una tassa mondiale, la curva delle emissioni si abbassa e la temperatura scende di 3°C. Le curve ci mostrano anche che non basta smettere l’uso del petrolio, occorre ridurre anche il carbone. La tassazione svedese è molto elevata ma, a livello mondiale. è molto diverso.

Le previsioni danno una situazione nel 2200 molto pericolosa: la Carbon tax appare una misura precauzionale molto utile. Ma una tassa non uniforme non è una buona idea. Proviamo allora a introdurre tecnologie verdi: il miglioramento è visibile, nel giro di 2-10 anni, ma il riscaldamento non diminuisce se non introduciamo altre misure, tipo l’eliminazione del carbone. La tecnologia verde non ci libera dal carbone che resta il vero problema. Pigou propone quindi di tassare l’uso del carbone. Negli Stati Uniti ci sono Stati che hanno eliminato il carbone, ma non è una scelta condivisa.

La responsabilità è a carico di noi economisti: occorre farsi capire e trovare il modo di promuovere con ogni mezzo la Carbon tax. Si tratta di problemi a caratura mondiale e le comunità locali in questo senso possono fare ben poco. La Cina dovrebbe bloccare l’uso del carbone e così pure gli Stati Uniti. Dalla Svezia siamo riusciti a far cambiare idea alle autorità europee: dobbiamo educare i politici per agire in maniera sostenibile anche introducendo la Carbon tax.

È necessaria una cooperazione internazionale, ma non occorre uniformità. Se la Cina impone una tassa, il gettito può afferire al governo cinese o si possono sottoscrivere degli accordi, per esempio dei dazi per chi non impone una tassa o degli indennizzi per chi paga la tassa».

«Neanche ai cinesi piace molto l’uso del carbone a casa loro, ma pensiamo che esistono delle ottime tecnologie che riducono le emissioni» – concludeva Krusell –, aggiungendo che la maggioranza delle persone non si rende conto che le alternative alla riduzione delle emissioni di carbonio sono pessime. Ma a certe persone sembra che il problema non interessi e preferiscono nascondere la polvere sotto il tappeto. Se negli USA si tratta di una presa di posizione trumpiana (più che solo conservatrice), tale comportamento è inspiegabile per i cittadini dell’Unione Europea.

La “lezione” di Trento

Dalla 15ª edizione del Festival sono venute alcune conclusioni, ma soprattutto una “lezione”. Non c’è più da chiedersi se esista un cambiamento climatico, perché i cambiamenti climatici sono un dato di fatto condiviso a livello mondiale, così come la responsabilità antropica degli stessi. Il problema da risolvere cui lavorano centinaia di migliaia di persone nel mondo è il “come” fare per limitare il danno che abbiamo contribuito a diffondere con effetti sull’intero pianeta.

La situazione ambientale è parte della possibilità di crescita (o decrescita) economica di un Paese o del mondo, come ci ha dimostrato anche la pandemia in corso da mesi. Esiste una sola sfida cui è chiamata a rispondere l’intera umanità oggi: cosa fare per andare avanti con la storia? Le soluzioni proposte dagli esperti sono tante, ma, a ben guardare, non così distanti tra loro, come qualcuno, ideologicamente schierato, vorrebbe farci credere.

La riduzione delle emissioni di CO2 è l’unica strada percorribile, anche se con modalità diverse; del resto, è questa l’indicazione vincolante sottoscritta dagli accordi di Parigi di COP21 nel 2015. Anche in questo caso ogni Paese è chiamato a individuare diverse modalità, ma tutte vincolanti e finalizzate alla riduzione dei gas-serra in vista del contenimento dell’aumento della temperatura. Un contenimento che permetta il procedere della crescita economica nel mondo.

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Ciò che è emerso con forza dal Festival è un invito pressante a promuovere sensibilità tra le persone perché il cambiamento climatico riguarda tutti e ciascuno può contribuire con una parte di soluzioni (la decarbonizzazione è una di queste ed è forse la più percorribile per un impegno feriale).

Sembra che nessuno al Festival abbia ricordato il Mese del creato (che si concluderà domenica 4 ottobre, memoria liturgica di san Francesco d’Assisi): il compito di risvegliare le coscienze, addormentate, sta a noi cristiani e cattolici, preti e laici: le cose che possiamo fare sono tante. Meglio incominciare, il più presto possibile.

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