Papa Francesco, parliamo della tratta

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Lunedì mattina, 12 febbraio, papa Francesco ha ricevuto in udienza nella Sala Clementina, in Vaticano, i partecipanti alla giornata di riflessione contro la tratta di persone che si è celebrata a Roma la scorsa settimana. L’incontro si è svolto sotto forma di dialogo tra Francesco e alcuni partecipanti. Riportiamo integralmente il contenuto del dialogo.

1. Monday Joy [in inglese]

– Santo padre, prima di tutto, desideriamo ringraziarla per la sua incessante e benevola attenzione e preoccupazione per tutti i migranti e le vittime della tratta. Noi abbiamo sperimentato tante difficoltà e sofferenze prima di arrivare in Italia. Arrivati in Italia, facciamo fatica ad integrarci e trovare un lavoro dignitoso è quasi impossibile. Vorrei farle una domanda: Lei pensa che il sorprendente silenzio sulle vicende di tratta sia dovuto all’ignoranza del fenomeno?

Sicuramente sul tema della tratta c’è molta ignoranza. Ma, a volte, pare ci sia anche poca volontà di comprendere la portata del problema. Perché? Perché tocca da vicino le nostre coscienze, perché è scabroso, perché ci fa vergognare. C’è poi chi, pur conoscendolo, non ne vuole parlare perché si trova alla fine della “filiera del consumo”, quale utilizzatore dei “servizi” che vengono offerti sulla strada o su internet. C’è, infine, chi non vuole che se ne parli, in quanto coinvolto direttamente nelle organizzazioni criminali che dalla tratta traggono lauti profitti. Sì, ci vuole coraggio ed onestà, «quando, nella quotidianità, incontriamo o abbiamo a che fare con persone che potrebbero essere vittime del traffico di esseri umani, o quando dobbiamo scegliere se acquistare prodotti che potrebbero essere stati realizzati attraverso lo sfruttamento di altre persone».[1]

Il lavoro di sensibilizzazione deve cominciare da casa, da noi stessi, perché solo così saremo capaci poi di coscientizzare le nostre comunità, stimolandole ad impegnarsi affinché nessun essere umano sia più vittima della tratta.

Per i giovani questo pare un compito più facile, dato che sono meno strutturati nel pensiero, meno offuscati dai pregiudizi, più liberi di ragionare con la propria testa. La voce dei giovani, più entusiasta e spontanea, può rompere il silenzio per denunciare le nefandezze della tratta e proporre soluzioni concrete. Adulti che siano pronti ad ascoltare possono essere di grande aiuto.

Da parte mia, come avrete notato, non ho mai perso occasione per denunciare apertamente la tratta come un crimine contro l’umanità. È «una vera forma di schiavitù, purtroppo sempre più diffusa, che riguarda ogni Paese, anche i più sviluppati, e che tocca le persone più vulnerabili della società: le donne e le ragazze, i bambini e le bambine, i disabili, i più poveri, chi proviene da situazioni di disgregazione familiare e sociale».[2]

Ho anche detto che «occorre una presa di responsabilità comune e una più decisa volontà politica per riuscire a vincere su questo fronte. Responsabilità verso quanti sono caduti vittime della tratta, per tutelarne i diritti, per assicurare l’incolumità loro e dei familiari, per impedire che i corrotti e i criminali si sottraggono alla giustizia e abbiano l’ultima parola sulle persone».[3]

 2. Migliorini Silvia [Liceo di Via Dalmazia, Roma]

– Santo padre, tanti di noi giovani vogliamo comprendere meglio la tratta, le migrazioni e le loro cause. Sì, vogliamo impegnarci per rendere questo mondo più giusto. Ci piacerebbe affrontare temi come questo con i giovani della nostra società, anche utilizzando i social network, vista la loro notevole potenzialità di comunicazione. Caro papa Francesco, nei gruppi parrocchiali, nei movimenti giovanili, nelle istituzioni educative cattoliche talvolta non ci sono spazi adeguati e sufficienti per affrontare questi temi. Inoltre, sarebbe bello che si organizzassero attività per promuovere l’integrazione sociale e culturale con coloro che sono vittime della tratta, affinché sia per loro più semplice superare il loro dramma e ricostruirsi una vita. Che cosa possiamo fare noi giovani? Che cosa può fare la Chiesa?

I giovani ricoprono una posizione privilegiata per incontrare i sopravvissuti alla tratta di esseri umani. Andate nelle vostre parrocchie, in un’associazione vicino casa, incontrate le persone, ascoltatele. Da lì, cresceranno una risposta e un impegno concreti da parte vostra. Vedo infatti il rischio che questo diventi un problema astratto, ma non è astratto. Ci sono segni che potete imparare a “leggere”, che vi dicono: qui potrebbe esserci una vittima di tratta, uno schiavo. Abbiamo bisogno di promuovere la cultura dell’incontro che porta sempre in sé una ricchezza inaspettata e grandi sorprese. San Paolo ci dà un esempio: in Cristo, lo schiavo Onesimo non è più uno schiavo ma molto di più, è un fratello carissimo (cf. Fil 1,16).

La speranza, voi giovani, la potete trovare in Cristo, e lui lo potete incontrare anche nelle persone migranti, che sono fuggite da casa e rimangono intrappolate nelle reti. Non abbiate paura di incontrarle. Aprite il vostro cuore, fatele entrare, siate pronti a cambiare. L’incontro con l’altro porta naturalmente a un cambiamento, ma non bisogna aver paura di questo cambiamento. Sarà sempre per il meglio. Ricordate le parole del profeta Isaia: “Allarga la tua tenda” (cf. 54,2).

La Chiesa deve promuovere e creare spazi di incontro, per questo motivo ho chiesto di aprire le parrocchie all’accoglienza. Bisogna riconoscere il grande impegno in risposta al mio appello, grazie! Chiedo a voi qui presenti oggi di operare a favore dell’apertura all’altro, soprattutto quando è ferito nella propria dignità. Fatevi promotori di iniziative che le vostre parrocchie possano ospitare. Aiutate la Chiesa a creare spazi di condivisione di esperienze e integrazione di fede e di vita.

Anche i social network rappresentano, soprattutto per i ragazzi, un’opportunità di incontro che può apparire sconfinata: internet può offrire maggiori possibilità di incontro e di solidarietà tra tutti, e questa è una cosa buona, è un dono di Dio. Tuttavia, per ogni strumento che ci viene offerto, è fondamentale la scelta che l’uomo decide di farne. L’ambiente comunicativo può aiutarci a crescere o, al contrario, a disorientarci.

Non bisogna sottovalutare i rischi insiti in alcuni di questi spazi virtuali; attraverso la rete tanti giovani vengono adescati e trascinati in una schiavitù dalla quale poi diventa oltre le proprie capacità liberarsi. In questo ambito gli adulti, genitori ed educatori – anche i fratelli e cugini un po’ più grandi – sono chiamati al compito di sorvegliare e proteggere i ragazzi. Voi dovete fare lo stesso con i vostri parenti e compagni, percepire e segnalare vulnerabilità particolari, casi sospetti sui quali si debba far luce.

Usate dunque la rete per condividere un racconto positivo delle vostre esperienze di incontro con i nostri fratelli nel mondo, raccontate e condividete le buone pratiche e innescate un circolo virtuoso.

 3. Outuru Faith [in inglese]

– Santo padre, sono una delle tante giovani provenienti da un Paese lontano, con cultura diversa, con condizioni di vita e esperienza di Chiesa diverse. Adesso sono qui e desidero costruire qui il mio futuro. Ma penso al mio paese, a tanti giovani che vengono illusi con false promesse, ingannati, schiavizzati, prostituiti. Come potremmo aiutare questi giovani a non cadere nella trappola delle illusioni e nelle mani dei trafficanti?

Come tu hai detto, bisogna fare in modo che i giovani non cadano “nelle mani dei trafficanti”. E com’è orribile rendersi conto che molte delle giovani vittime sono state prima abbandonate dalle loro famiglie, considerate come scarto dalla loro società! Molti poi sono stati indotti alla tratta dai loro stessi parenti e dai cosiddetti amici. È accaduto anche nella Bibbia: ricordate che i fratelli maggiori vendettero il giovane Giuseppe come schiavo, e così fu portato schiavo in Egitto!

Anche in condizioni di estremo disagio, l’educazione si rivela importante. Essa è strumento di protezione contro la tratta, infatti aiuta a identificare i pericoli e a schivare le illusioni. Un sano ambiente scolastico, come un sano ambiente parrocchiale, consente ai giovani di denunciare i trafficanti senza vergogna e di diventare portatori dei giusti messaggi per altri giovani, affinché non finiscano nella stessa trappola.

Tutti coloro che sono stati vittime di tratta sono fonte inesauribile di supporto per le nuove vittime e importantissime risorse informative per salvare molti altri giovani. Sono spesso false notizie, pervenute tramite passaparola o filtrate dai social media, che intrappolano gli innocenti. I giovani che hanno incontrato la criminalità organizzata possono giocare un ruolo chiave nel descriverne i pericoli. I trafficanti sono spesso persone senza scrupoli, senza morale né etica che vivono sulle disgrazie altrui, approfittando delle emozioni umane e della disperazione della gente per soggiogarla al loro volere, rendendola schiava e succube. Basti pensare quante donne africane giovanissime arrivano sulle nostre coste sperando di iniziare una vita migliore, pensando di guadagnarsi da vivere onestamente, e vengono invece rese schiave, obbligate a prostituirsi.

Per i giovani è fondamentale costruire passo dopo passo la propria identità e avere un punto di riferimento, un faro-guida. La Chiesa da sempre vuole essere al fianco delle persone che soffrono, in particolare dei bambini e dei giovani, proteggendoli e promuovendo il loro sviluppo umano integrale. I minori sono spesso “invisibili”, soggetti a pericoli e minacce, soli e manipolabili; vogliamo, anche nelle realtà più precarie, essere il vostro faro di speranza e supporto, perché Dio è sempre con voi.

«Il coraggio e la speranza sono doti di tutti ma in particolare si addicono ai giovani: coraggio e speranza. Il futuro certamente è nelle mani di Dio, le mani di un Padre provvidente. Questo non significa negare le difficoltà e i problemi, ma vederli, questi sì, come provvisori e superabili. Le difficoltà, le crisi, con l’aiuto di Dio e la buona volontà di tutti possono essere superate, vinte, trasformate».

4. Rossi Antonio Maria [Liceo di Via Dalmazia, Roma]

– Santo padre, noi giovani italiani ci confrontiamo con un contesto segnato ogni giorno di più dalla pluralità di culture e religioni. Si tratta di una sfida aperta. Spesso la mancanza di rispetto per il diverso, la cultura dello scarto e la corruzione, dalle quali scaturisce la tratta, sembrano normali. Papa Francesco, per favore, continui ad incoraggiare i nostri governanti affinché contrastino la corruzione, la vendita di armi e la cultura dello scarto; incoraggi anche tutti i leader religiosi a garantire spazi dove le diverse culture e religioni possano conoscersi e valorizzarsi reciprocamente, così che tutti condividano la medesima spiritualità di accoglienza. Vorrei chiederle, santo padre: cosa possiamo fare noi qui, affinché sparisca definitivamente la piaga della tratta?

Quando i Paesi sono in preda a povertà estrema, violenza e corruzione, l’economia, il quadro normativo e le infrastrutture di base sono inefficienti e non riescono a garantire sicurezza, beni e diritti essenziali. In tali contesti, gli autori di questi crimini agiscono impunemente. La criminalità organizzata e il traffico illegale di droghe e di esseri umani scelgono le prede tra le persone che oggi hanno scarsi mezzi di sussistenza e ancor meno speranze per il domani.

La risposta è quindi creare opportunità per uno sviluppo umano integrale, iniziando con un’istruzione di qualità fin dalla prima infanzia, creando successivamente opportunità di crescita attraverso l’occupazione. Queste due modalità di crescita, nelle diverse fasi della vita, rappresentano gli antidoti alla vulnerabilità e alla tratta.

Quella che ho più volte indicato come “la cultura dello scarto” è alla base di comportamenti che, nel mercato e nel mondo globalizzato, portano allo sfruttamento degli esseri umani, a tutti i livelli. «La povertà, i bisogni, i drammi di tante persone finiscono per entrare nella normalità».[4]

Alcuni Stati promuovono, all’interno della comunità internazionale, una politica particolarmente aspra nel voler sconfiggere il traffico di esseri umani; tale atteggiamento è di per sé fuorviante perché, a causa di interessi economici retrostanti, non si vogliono affrontare le cause profonde. Inoltre, non sempre la posizione a livello internazionale è coerente con le politiche interne. Spero davvero che possiate inviare un messaggio ai leader ad ogni livello di governo, del mondo degli affari e della società, chiedendo l’accesso ad un’istruzione di qualità e quindi ad un’occupazione giusta e sostenibile.

Una strategia che comprenda una maggiore conoscenza del tema della tratta, a partire da una terminologia chiara e da testimonianze concrete dei protagonisti, può essere certamente di aiuto. La consapevolezza reale sul tema investe tuttavia l’attenzione alla “domanda di tratta” che sta dietro l’offerta (filiera del consumo); siamo tutti chiamati a uscire dall’ipocrisia e affrontare l’idea di essere parte del problema piuttosto che girarci dall’altra parte proclamando la nostra innocenza.

Lasciatemelo dire, se ci sono tante ragazze vittime della tratta che finiscono sulle strade delle nostre città, è perché molti uomini qui – giovani, uomini di mezza età, anziani – richiedono questi servizi e sono disposti a pagare per il loro piacere. Mi chiedo allora, sono davvero i trafficanti la causa principale della tratta? Io credo che la causa principale sia l’egoismo senza scrupoli di tante persone ipocrite del nostro mondo. Certo, arrestare i trafficanti è un dovere di giustizia. Ma la vera soluzione è la conversione dei cuori, il taglio della domanda per prosciugare il mercato.

5. Savini Maria Magdalene

– Papa Francesco, in un suo messaggio rivolto ai sindaci di grandi città riuniti in Vaticano, lei ha detto che «per essere davvero efficace, l’impegno comune per la costruzione di una coscienza ecologica e per il contrasto alle schiavitù moderne – traffico di esseri umani e di organi, prostituzione, lavoro nero – deve partire dalle periferie».[5] Anche noi giovani ci troviamo spesso nella periferia e soffriamo l’esclusione, l’insicurezza per non aver lavoro e accesso all’educazione di qualità, per vivere in situazioni di guerra, di violenza, per essere obbligati a lasciare le nostre terre, per appartenere a minoranze etniche e religiose. Soprattutto noi donne siamo penalizzate e principali vittime. Quale spazio sarà dato nel Sinodo dei giovani alle giovani e ai giovani che provengono dalle periferie dell’emarginazione provocata da un modello di sviluppo ormai superato, che continua a produrre degrado umano? Come fare in modo che siano queste ragazze e ragazzi i protagonisti di cambiamento nella società e nella Chiesa?

Desidero, per coloro che sono i testimoni reali dei rischi della tratta nei propri Paesi di origine, che possano trovare nel Sinodo un luogo per esprimere sé stessi, dalla quale richiamare la Chiesa all’azione. Perciò, è mio grande desiderio che giovani rappresentanti delle “periferie” siano protagonisti di questo Sinodo. Auspico che possano vedere il Sinodo come un luogo per lanciare un messaggio ai governanti dei paesi di provenienza e di arrivo per richiedere protezione e sostegno. Mi auguro che questi giovani lancino un messaggio globale per una mobilitazione giovanile mondiale, per costruire insieme una casa comune inclusiva e accogliente. Mi auguro che si facciano esempio di speranza per chi attraversa il dramma esistenziale dello sconforto.

La Chiesa cattolica intende intervenire in ogni fase della tratta degli esseri umani: vuole proteggerli dall’inganno e dall’adescamento; vuole trovarli e liberarli quando vengano trasportati e ridotti in schiavitù; vuole assisterli una volta liberati. Spesso le persone che sono state intrappolate e maltrattate perdono la capacità di fidarsi degli altri, e la Chiesa risulta essere spesso l’ultima ancora di salvezza.

È assolutamente importante rispondere in modo concreto alle vulnerabilità di coloro che sono a rischio, per poi accompagnare il processo di liberazione cominciando a mettere in salvo le loro vite. I gruppi ecclesiali possono aprire spazi di sicurezza laddove necessario, nei luoghi di reclutamento, sulle rotte del traffico e nei Paesi di arrivo. La mia speranza è che il Sinodo sia anche un’opportunità per le Chiese locali di imparare a lavorare insieme e diventare “una rete di salvezza”.

Vorrei, infine, concludere citando santa Giuseppina Bakhita. Questa grande sudanese «è anche oggi testimone esemplare di speranza per le numerose vittime della schiavitù e può sostenere gli sforzi di tutti coloro che si dedicano alla lotta contro questa “piaga nel corpo dell’umanità contemporanea, una piaga nella carne di Cristo”».[6] Possa ispirarci a realizzare gesti di fratellanza con coloro che si trovano in uno stato di sottomissione. A lasciarci interpellare, a lasciarci invitare all’incontro.

Preghiamo:

«Santa Giuseppina Bakhita, da bambina sei stata venduta come schiava
e hai dovuto affrontare difficoltà e sofferenze indicibili.
Una volta liberata dalla tua schiavitù fisica,
hai trovato la vera redenzione nell’incontro con Cristo e la sua Chiesa.
Santa Giuseppina Bakhita, aiuta tutti quelli
che sono intrappolati nella schiavitù.
A nome loro, intercedi presso il Dio della Misericordia,
in modo che le catene della loro prigionia possano essere spezzate.
Possa Dio stesso liberare tutti coloro che sono stati minacciati,
feriti o maltrattati dalla tratta e dal traffico di esseri umani.
Porta sollievo a coloro che sopravvivono a questa schiavitù
e insegna loro a vedere Gesù come modello di fede e speranza,
così che possano guarire le proprie ferite.
Ti supplichiamo di pregare e intercedere per tutti noi:
affinché non cadiamo nell’indifferenza,
affinché apriamo gli occhi e possiamo guardare
le miserie e le ferite di tanti fratelli e sorelle
privati della loro dignità e della loro libertà
e ascoltare il loro grido di aiuto. Amen».


[1]Messaggio per la XLVIII Giornata Mondiale della Pace 2015, “Non più schiavi, ma fratelli”, n. 6.

[2] Discorso ad un gruppo di nuovi ambasciatori in occasione della presentazione delle lettere credenziali, 12 dicembre 2013.

[3] Ibid.

[4] Catechesi, Udienza generale del 5 giugno 2013.

[5] Discorso ai partecipanti al Workshop “Modern slavery and climate change: the commitment of the cities”, promosso dalle Pontificie Accademie delle scienze e delle scienze sociali, 21 luglio 2015.

[6] Messaggio per la XLVIII Giornata Mondiale della Pace 2015, “Non più schiavi, ma fratelli”, n. 6.

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