Profughi: il loro racconto

di:

profughi

Ieri abbiamo incontrato “Tulipano Nero”. Una bimba di 17 anni che alcuni giorni fa avevo fermato lungo la strada dal campo profughi alla distribuzione degli abiti. Era freddo.

Il vento soffiava fortissimo e tagliente. Lei avvolta in un giubbino di cotone, con le gambe nude e rattrappite dal freddo. La fermo e non esita a fermarsi. Occhi neri come l’ebano. Una bimba. 17 anni e nel campo da quasi un anno completamente da sola. Senza famiglia, senza amici, senza protezione.

Le ragazze che hanno la sua storia anche nei campi continuano ad essere emarginate. Umiliate. Sembra un fiore. Un fiore nero. Un raro fiore nero, bellissimo da vedere. Appena sbocciato e già sfiorito. Si chiama J.ne ma ho pensato di chiamarla “Tulipano nero”.

È stata abituata a vedere uomini fin da bambina e il nero profondo dei suoi occhi esprime qualcosa di simile al terrore e in quello sguardo è racchiuso ogni momento vissuto, gli innumerevoli in cui uomini si sono presentati a lei per farle del male.

È una bimba. Capisce che non siamo interessati se non al suo dolore e in una rapida concessione di fiducia comincia a piangere e a dire «Sono sola. Aiutatemi ad uscire di qua. Voglio vivere. Non ho niente. Non ho nessuno. Qui si muore. Portatemi via».

Tulipano Nero ha 17 anni ma all’arrivo a Lesbo nel giugno scorso viene registrata come se avesse già la maggior età. Ma Tulipano Nero è una bambina. Adulta nello sguardo, ma di cristallo dentro. Una bambina che grida e s’aggrappa a noi, lei che la mamma non ce l’ha e nemmeno sa dove è.

Tulipano Nero è partita a otto anni, da sola, dal Congo.

Non si parte da soli a otto anni. È facile che sia stata venduta. È chiaro che la famiglia non ce l’ha. O nelle migliori delle ipotesi sia stata rapita. Allora è per questo che la famiglia non sa dove è o che alla famiglia non voglia dire – come tanti fanno – dove si trova, che inferno gli ha riservato la vita.

Dal Congo anni di cammino e passaggi da tribù a tribù, da bande a bande, da uomini a uomini. Deserti, strade impolverate, baracche, garage. Anni ad essere usata. Eppure il suo è ancora il corpo di una bambina.

Come si fa. Il diavolo esiste e cammina sulle gambe degli uomini. Anni ceduta, violata, abusata. Anni a provare il terrore e la morte dentro l’anima, ogni qual volta – e più volte al giorno – che bestie del genere umano le arrivavano davanti per farne ciò che volevano di lei.

Anni chiusa nei garage e sotterranei di palazzi a cucire pantaloni. 15-18 ore di lavoro senza dormire, senza giocare, senza carezze e rarissime volte poter guardare la luce del sole.

La strada è lunga e prima o poi si approda in Turchia. Arrivano continuamente ragazzine da sud del mondo come dai Paesi più poveri del Nord. Esiste un ricambio continuo perché la bestia umana è vorace di carne fresca. Mesi se non anni rimbalzate tra i bordelli di Istanbul e di tanti villaggi e città, tra tutte Smirne, punto nevralgico della tratta dei minori, della prostituzione e degli organi.

C’è un mare che divide ed è atroce pensare che questo scempio si ripeta indisturbato come se l’abominio commesso avesse qualcosa che rasenti la legalità. Non si finirebbe mai di parlare…

Tulipano Nero ad un certo punto non serve più e caricata su un barcone dalla Turchia si ritrova qua. «Finalmente l’Europa». Le onde si spezzano tra i sassi e l’aurora è vicina. È tardi quando capisce che ancora lunga invece sarà la notte.

Presa e registrata come se da tempo avesse passato la maggior età. Presa e interrogata come se fosse la responsabile degli abomini e delle indicibili atrocità. Presa e lasciata con quei quattro stracci che ha. Presa e messa nel campo a farle scontare altro e altro ancora. Presa proprio come Lui: «Ero come un agnello mansueto che viene portato al macello, non sapevo che essi tramavano contro di me, dicendo: Abbattiamo l’albero nel suo rigoglio, strappiamolo dalla terra dei viventi; il suo nome non sia più ricordato» (Ger 11,19).

Tulipano Nero non ha nessuno e si ritrova chiusa in questa immensa scatola di fiammiferi che è il nuovo campo di Kera Tepe (Collina Nera). Ci scambiamo i numeri e tante volte ci chiama «potete fare qualcosa per me».

Nonostante tutto la voce è senza rabbia e rancore; se parla straripa soltanto il suo dignitoso dolore, piuttosto l’attesa dei bimbi che si fidano e immaginano di poter essere traditi, la melodia dei canti africani, le tinte forte dei tramonti lontani, il fuoco sempre acceso circondato da donne e bambini.

Tulipano Nero ha ricevuto già un rifiuto alla sua richiesta di asilo politico e di protezione. Ma come si fa? Cosa avrebbe dovuto vivere di più questa bambina perché le fosse riconosciuto? Capiamo l’abominio, l’atrocità, l’ingiustizia che si concepisce qua?

Tulipano nero è una storia ma qualcosa di lei parla per tutti, che da varie parti o per diversi motivi sono finiti qua senza la certezza di essere salvaguardati nei loro diritti e dignità. «Com’è la vita qua?». Senza pensarci: «È un inferno. Si sta male. Non c’è l’acqua per lavarsi. Non c’è la luce. Non c’è niente da fare. Non si può lavorare così la gente non ha soldi e chi come me non ha niente non sa come fare. È freddo. La notte sul mare è fredda e non ci si riesce ad addormentare. Poi di notte passano nelle tende a rubare e a fare del male».

Piange e sorride e vuole continuare: «Nessuno vuole stare qua. Si sta molto male. Aiutatemi ad uscire». Ieri l’abbiamo incontrata fuori dal campo. Un po’ di spesa, abiti caldi ed una coperta di lana. Abbiamo deciso che questo fiore non può essere abbandonato, così per quanto possibile assieme agli avvocati vorremo aiutarla a partire.

Se Dio ci aiuta e lo farà, Tulipano Nero nell’anno nuovo arriverà assieme ad altri minori in Italia e finalmente una casa, una famiglia e qualcuno che le vorrà bene, troverà. Non si possono fare promesse. Qua ciò che è vero oggi domani potrebbe non esserlo più. Ma sarebbe bellissimo poter portare Tulipano Nero a casa da noi. E con lei chissà quanti chissà!

Il vento soffia leggero stamattina tra i canneti della riva e la mente si sbilancia sull’immagine eccellente con cui il vangelo ci parla di Giovanni, il profeta Giovanni, di tutti i più piccoli che di lui sono più grandi e come lui profeti di Dio. È tra loro il posto riservato a questo meraviglioso Tulipano Nero.

«Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna sbattuta dal vento? Allora, che cosa siete andati a vedere? Un uomo vestito con abiti di lusso? Ecco, quelli che portano vesti sontuose e vivono nel lusso stanno nei palazzi dei re. Ebbene, che cosa siete andati a vedere? Un profeta? Sì, io vi dico, anzi, più che un profeta. Egli è colui del quale sta scritto: Ecco, dinanzi a te mando il mio messaggero, davanti a te egli preparerà la tua via. Io vi dico: fra i nati da donna non vi è alcuno più grande di Giovanni, ma il più piccolo nel regno di Dio è più grande di lui» (Lc 7,24-28).

Le chiediamo se possiamo fare altro. Ha un sorriso stupendo ed il pensiero non è rivolto a sé come solo i veri poveri sanno fare. «Ci sono altre persone dentro che avrebbero bisogno di tutto, senza niente, proprio come me». Speriamo di poterne incontrarne altre di anime belle ma ferite che nonostante tutto hanno ancora il desiderio immenso di un riscatto e di una vita. Prende le borse della spesa e con un sorriso più radioso del sole non smette di ripetere in melodia «Merci, merci, merci!» e, prima di sparire dietro la rete del campo e i blocchi della polizia, si volta di nuovo e gridando dice «Io sono giovane. Io voglio vivere».

Print Friendly, PDF & Email
Facebooktwitterredditpinterestlinkedintumblrmail
Tags:

Un commento

  1. Claudio Bottazzi 23 novembre 2020

Lascia un commento

UA-73375918-1

Navigando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie. Clicca per avere maggiori informazioni.

Questo sito utilizza i cookie di servizio ed analisi per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Cliccando su "Accetto", acconsenti al loro utilizzo.

Chiudi