Un bimbo solo sul barcone

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natale

Che sapore ha la storia accaduta in questi giorni sulle nostre coste? Prima riassumiamola, poi avvertiamone il sapore o i sapori, nelle nostre gole.

È successo che, nel tentativo di identificare i membri di un gruppo di profughi approdati sulle nostre coste, gli operatori dello Stato italiano abbiano scoperto un bambino – ritenuto di un anno di vita o forse qualcosa meno – che viaggiava da ‘solo’. Nel linguaggio della burocrazia è un “minore non accompagnato”. Molto minore. Come ha potuto giungere all’imbarco? Impossibile, a quell’età! Figuriamoci sui moli libici e di notte!

Molti dei racconti tra i profughi che stavano con lui sul barcone, dicono che i genitori, impossibilitati dagli agenti libici a salire a bordo, hanno compiuto lo sforzo estremo: mettere in salvo il bimbo lasciandolo solo sul barcone, prima di arrendersi. La ricostruzione non è univoca, ma grosso modo si tratta di questo.

Si può immaginare un’azione furtiva di chi non ha potuto pagare gli uomini della tratta. Oppure di un gesto di speranza contro ogni speranza, quello di mettere in salvo affidando un bimbo neonato ad una imbarcazione votata al naufragio, tra gente sconosciuta: il gesto di chi ama un figlio tanto da non trattenerlo per sé in un inferno peggiore della morte; il gesto estremo che sfida la morte per un’ultima possibilità di vivere da esseri umani.

Il figlio consegnato

Ora possiamo occuparci del sapore dell’accaduto. Il primo che assale il palato prima del pensiero, è ‘biblico’. Ricordiamo tutti il racconto di Mosè salvato dalle acque del Nilo nel tempo della schiavitù del popolo ebraico. Quando faraone ordina di uccidere i bambini, Mosè viene messo nella cesta di vimini e lasciato galleggiare alla deriva sul grande fiume. La figlia di faraone lo raccoglie e lo accoglie come un figlio. Quale il sapore nella gola della madre che lo ha affidato?

Può seguire un altro sapore, di gusto evangelico. Ricordiamo Erode che cerca tutti i bambini maschi per ucciderli, Giuseppe e Maria che fuggono portando il piccolo Gesù, avvolto e nascosto. Presto riascolteremo il racconto di questo salvataggio e di questa salvezza. Quale il sapore nella gola di Maria e Giuseppe mentre fuggono?

Quindi, quale è il sapore nelle nostre gole nel conoscere questa storia del tutto contemporanea e del tutto ‘vera’?

Nella mia gola è ben presente anche un altro sapore, destato dalla figura di Enea, fuggito da Troia in fiamme, mentre porta sulle spalle il vecchio padre, Anchise e il figlio Ascanio. Da quella fuga sarebbe venuto il futuro: il racconto vuole che sia stata fondata una nuova città, una nuova civiltà.

La storia – dal gusto amaro – dell’oggi, a mio avviso, contiene chiaramente il segno del possibile naufragio o fallimento della nostra civiltà, quello stesso a cui sono stati esposti, per amore del futuro dell’umanità, Enea, Mosè e ovviamente Gesù. Oppure il segno della salvezza.

Il figlio salvato

Dobbiamo interrogarci ora a fondo sul salvataggio di questo ignoto bambino! Chi lo ha salvato? Le nostre autorità? Chi ha salvato chi? Altri bimbi ‘affidati’ potrebbero essere nel frattempo morti in naufragi rimasti senza nomi e identità, senza tentativi di soccorso, lasciati annaspare nel Grande Mare.

Questo bambino non ha un nome, non lo conosciamo. Probabilmente non sa ancora parlare, data l’età. Alcuni racconti giornalistici sulla sua storia – non molti per la verità – ci sono stati, ma più o meno del tenore: “povero piccolo… da solo ha attraversato il Grande Mare!”. D’accordo. Ma perché non parlare dei suoi genitori? Sapevano degli enormi pericoli del viaggio. Sapevano di averlo messo, con molte probabilità, sull’orlo dell’abisso della morte.

Ma sapevano anche cosa sarebbe stata la sua vita se non lo avessero fatto, almeno provato. Riusciamo a immaginare? Sentiamo il sapore? L’hanno affidato a persone sconosciute che certamente avrebbero fatto il possibile per portarlo aldilà del mare. L’hanno affidato ad una ‘bontà’ umana. Per loro – genitori – aldilà del mare c’era poi e c’è ancora – qui – la vita, qualcosa o qualcuno in cui riporre una speranza: una buona civiltà, una buona umanità.  Hanno avuto ‘ragione’? Il loro bambino è arrivato sano e salvo. Qui può crescere, può vivere. Dobbiamo essere all’altezza della speranza che questi genitori hanno riposto in noi e nella nostra civiltà! Lo saremo?

C’è un altro messaggio di ‘salvezza’ che quel bimbo ci ha portato. Sappiamo – se vogliamo sapere – da dove è arrivato e a cosa è sfuggito. Possiamo ancora ignorare e tollerare di stare in un mondo in cui – dalle porte di ‘casa nostra’ – i genitori che sperano contro ogni speranza caricano i propri neonati sui barconi perché abbiano ancora una possibilità di vita?

Il bimbo e il faraone

Ora avverto un sapore in me prevalente, reso più dolce dal mio desiderio: quello di nuova Eneide e di un nuovo annuncio del bambino Gesù, insieme. Se faraone e Erode interpretano il paradigma infallibile di interpretazione della realtà che ci circonda – pensiamo a quel che accade sulla rotta balcanica, in Bosnia, tra Bielorussia e Polonia, nelle periferie siriane, nell’irachena Mosul, dalla Libia al Libano – il bambino rappresenta la venuta inattesa che nuovamente sollecita la costruzione di un’Europa che non si chiude su sé stessa, bensì si apre e accoglie, ‘salva’, così salvandosi; un’Europa che si salva solo se salva le vite dei bambini e solo se salva la vita umana.

È ciò che ha detto pochi giorni prima di questa incredibile vicenda, papa Francesco, a Lesbo. Mi pare purtroppo che pochi lo abbiano ben ascoltato e ben capito. Neppure sotto Natale. Eppure continuo a desiderare.

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