24 dicembre: Nascita di un Salvatore

di: Nico Guerini

Quando si sparse la voce che era nato «un Salvatore per tutto il popolo», ci fu in città una grande agitazione. La notizia, battuta dalle agenzie, fece rapidamente il giro delle redazioni dei giornali, delle radio e delle televisioni, suscitando una comprensibile eccitazione e però anche non poche perplessità. I tabloid furono i primi a dare l’annuncio con titoli vistosi in prima pagina; le testate più serie si accontentarono di una collocazione più prudente, sicuri che in breve tutto sarebbe finito in niente.

In fondo, la notizia in sé pareva piuttosto inconsistente: non era né un attentato né un disastro naturale, non era un fattaccio di cronaca nera né una di quelle vittorie nello sport che suscitano una legittima commozione e che meritano titoli a caratteri di scatola.

Questi almeno erano “fatti”, l’annuncio di un “salvatore” era al più una bella idea, da discutere al massimo negli editoriali, quelli collocati all’interno però, che leggono solo alcuni intellettuali perditempo.

Il fatto, per la verità, c’era, visto che si trattava di una nascita, ma il bambino non era un figlio di casa reale, e neanche di una qualche star del cinema o della canzone. Perché dunque fare tanto rumore?

La voce però non si placava. Fu così che si pensò di organizzare un bel dibattito televisivo chiamando i migliori professori delle facoltà teologiche ad affrontare il problema dal punto di vista delle varie specializzazioni.

Per la verità, non fu facile ottenere il consenso dei responsabili dei programmi, che ritenevano l’argomento non sufficientemente interessante, con prevedibile flop segnalato implacabilmente dall’auditel. E non avevano neanche tutti i torti, perché lo share rimase costantemente basso, e l’audience precipitò quando, dopo il teologo, l’antropologo, il biblista e il canonista, fu il momento del filosofo, il quale cominciò a dire che, se si voleva essere rigorosi, bisognava fare un discorso a monte, e prima ancora di parlare di un “salvatore” occorreva precisare, a modo di prolegomeni, quali fossero il fondamento metafisico e lo statuto epistemologico del concetto stesso di “salvezza”.

Fu così che, sotto i colpi implacabili dei professori, la notizia, non trovando una sistemazione legittima nel cielo chiaro e distinto delle idee solidamente fondate, evaporò.

Sparita la salvezza, anche la figura del Salvatore finì per dissolversi nell’etere dell’inconsistenza.

La vicenda tuttavia non si chiuse. Rimaneva pur sempre quel gruppo di annunciatori che asserivano in continuazione di aver ricevuto la notizia. I dettagli erano, quelli almeno, precisi.

Il bambino era nato nella «città di Davide», che loro avevano inteso essere Betlemme, e tutti potevano vederlo di persona nella stalla dove l’evento si era verificato. In realtà, erano proprio queste due circostanze a creare problemi.

Anzitutto, era poi così sicuro che si trattasse di Betlemme? Sì, Davide era originario di là, ma la città cui era legata la sua fama di grande re e condottiero del popolo era Gerusalemme e, se Davide attendeva un successore, questo doveva certo nascere nella capitale e nel palazzo, non nella stalla di un villaggio.

Ed era soprattutto questo fatto della stalla che faceva a pugni con ogni più logica aspettativa. Come poteva tutto quel popolo a cui era annunciata la salvezza credere che il proprio salvatore venisse da una mangiatoia di animali?

Avevano potuto crederlo i pastori, solo loro, abituati a vivere tra le bestie e il letame. Solo a partire da questo loro orizzonte terribilmente angusto si poteva capire la loro eccitazione che doveva averli fatti uscire di testa: asserivano, infatti, di aver avuto la notizia da un esercito di angeli sfolgoranti nel cielo buio della notte.

Ecco, i pastori, il problema erano i pastori: ora tutto diventava chiaro per gli esperti.

Fu così che, dall’attenzione alla notizia, si passò a mettere a fuoco la consistenza degli annunciatori. Fu organizzato un altro dibattito televisivo, che era più promettente del primo. Perché, a discutere sulla veridicità di ciò che dicevano i pastori, non furono chiamati, come pareva ovvio si dovesse fare, i pastori medesimi, ma un’eletta schiera di psicologi e psichiatri. Era infatti chiaro che, trattandosi di una categoria marginale e dalla psiche probabilmente disturbata e disordinata in ragione delle loro condizioni di vita, il problema ricadeva sotto il dominio della psicologia, e soprattutto della psichiatria.

I pastori, privi com’erano dei debiti strumenti ermeneutici, non erano in grado di spiegare perché in quel bambino avessero riconosciuto un salvatore che – come diceva un salmo – li avrebbe «tolti dallo sterco per farli sedere tra i principi». Certo, i pastori non conoscevano i salmi, e la citazione esatta (Sal 113,7) gliel’avevano fornita i professori.

Però, come capita, tra le tante cose sentite nei loro radi passaggi in sinagoga, quella era una delle poche frasi che erano rimaste loro in testa, grazie al fatto di essere così “fisica” e di riguardarli direttamente. Ma gli era andata male, perché proprio quella citazione era per gli esperti la prova provata della loro incapacità di leggere un testo in chiave metaforica, e si sa che una delle prime tappe dell’evoluzione psicologica dell’individuo consiste nel saper cogliere il livello “simbolico” delle cose.

Date le premesse, il compito di psicologi e psichiatri era già chiaro fin dall’inizio: stabilire che i pastori si erano sbagliati, e di grosso.

E così fu che, per una seconda volta, il discorso fu abbandonato al suo destino.

Un paio d’anni dopo ci fu un’altra leggera agitazione dovuta al fatto che alcuni personaggi venuti da lontano (ma si sa che degli stranieri non ci si può mai fidare del tutto!) affermavano di aver ricevuto la stessa notizia di un Salvatore, e questo grazie a una stella!

La cosa si presentava ancora più folle, ed ebbe prevedibilmente lo stesso risultato: nessuno seguì quei “magi”, che però si ostinarono ad andare, anche loro, fino a Betlemme per vedere ciò che era accaduto. Lì giunsero a riconoscere nel bambino un “re”, anche se aveva per palazzo una stalla e per trono una mangiatoia. Come fa la gente a credere a queste cose?

E la prova che tutto era una montatura, o al più un delirio di creduloni e visionari, era proprio il fatto che la notizia era stata portata da personaggi del tutto inaffidabili: i pastori perché socialmente marginali, e dunque psicologicamente instabili e vittime di vari disturbi relazionali, i magi perché stranieri, e dunque appartenenti a una cultura inferiore e senza basi scientifiche serie.

Il Salvatore nato nella stalla fu, dunque, come era logico che fosse, lasciato cadere nel dimenticatoio. Non completamente però, perché, in barba a tutto e a tutti, teologi e psicologi, filosofi e psichiatri, i pastori non smisero di parlare del bambino con quanti incontravano, e a ripetere ostinatamente che in lui avevano trovato la loro «salvezza» e una «gioia grande», continuando a «lodare e glorificare Dio per tutto quello che avevano udito e visto» (cf. Lc 2,18-20).

Dicono le storie che uno di loro, il più giovane, un giorno, a causa di un incidente, perse la vista: si chiamava Bartimeo. Dovette lasciare il lavoro di pastore e, per campare, se ne stava a mendicare lungo la strada.

Quando sentì che passava un certo Gesù, si ricordò improvvisamente della grande luce che aveva visto nella notte in cui era nato uno strano bambino e cominciò a gridare per attirare la sua attenzione.

La storia si ripeteva. Non gli avevano creduto quando aveva dichiarato che il bambino di Betlemme era il Salvatore: adesso volevano impedirgli di avvicinarsi a Gesù, tanto, cosa poteva capire un “cieco”? Uno che non vede, per capire ha bisogno, ovviamente, delle “mediazioni” degli esperti!

Ma, ancora una volta, fu l’ostinazione a vincere, e Bartimeo, superando il muro di teologi e psichiatri, e perfino quello di tutta una folla che voleva tenerlo ai margini, «fece un balzo» e raggiunse direttamente Gesù. E riebbe la vista, e ritrovò la luce, e prese a seguire Gesù per la via (cf. Mc 10,46-52).

Quella via, ahimé, portava su una collina fuori Gerusalemme, dove venivano uccisi su una croce criminali e malfattori, e dove un giorno fu condotto anche Gesù. Per i più, simile conclusione era la prova più chiara che non di un “salvatore”, ma di un “impostore” (cf. Mt 27,63) si era trattato.

Bartimeo però, che ricordava bene come la storia era iniziata in una stalla, era in grado di “vedere” più di altri che anche la croce, alla fine, era solo lo strano “passaggio” che Dio aveva scelto per farsi vicino a noi senza che avessimo più paura di lui. E di capire perfettamente che, già in questo suo compassionevole esserci vicino, in questo suo entrare nel nostro dolore e nella nostra morte, prima ancora di accoglierci definitivamente e gioiosamente nella sua casa piena di luce, Gesù era ed è per noi il “Salvatore”.

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