Miriam, la madre

di:

 

Raffaello

Essere madre del Meshìah: bel vanto, ma non per lei. Dai tempi dell’Eden, ignara, l’intera umanità anelava la sua giovinezza mattinale. Ed ella venne – folata d’aria fresca sul destino del mondo.

Il tratto lieve di Miriam desta echi di un altrove: la sua grazia femminile e materna, il suo dire meditare tacere – luce incontaminata che raggia da una donna dimentica della sua dignità. Nata senza peccato – quel velo di insostenibile malizia che appesantisce tutto. Lieve, come chi si fida dell’Eterno.

Impossibile per uno come Yosef non innamorarsi di lei, se persino JHWH ha subìto l’incanto di uno sguardo così: dolce e doloroso insieme, come quello di una zingara; più innocente, perché incapace di guardare a se stesso. E se per un istante i suoi occhi nerissimi potessimo sentirceli addosso, ci strapperebbero d’un colpo dal nostro piccolo io. Chi sarebbe infatti capace di reggere ad un suo sorriso, che più sale «per le scale de l’etterno palazzo più s’accende» – se già Dante, in cielo, temé di non poter reggere al riso di Beatrice? Non che Miriam per questo non abbia conosciuto l’allegrezza e l’esultanza, la danza e il canto, come in quel giorno del Magnificat; ma forse la sua grandezza è altrove…

Raffaello

Tutto era pronto

L’amato del suo cuore, che da intere stagioni la carezzava nei sogni, era suo dichiarato marito. Fra non molto sarebbero andati a vivere insieme.

Ci sono istanti di felicità in una vita in cui le cose intorno sembrano sottrarsi del tutto alla loro gravità. In quei frangenti indecifrabili, senti di non sapere donde venga tutto ciò, né dove vada. L’amore di Miriam per Yosef fu così. E aggiunse alla sua sì grande purezza un tale sovrappiù, che a quell’eccesso di bellezza JHWH in persona non poté sottrarsi. Un’anima tanto affine ai gusti di Dio, – inviolata dal male, come anche dal bene capace di fare –, non poté che ispirare come mai la celeste pietà.

Una pausa interstellare, l’annuncio di Gabriele: «Salve, piena di grazia… Non temere, concepirai un figlio a Dio, Yehoshua»; un candido sussulto il suo turbamento: «com’è possibile, non conosco uomo?». E il segno celeste: «Nulla è impossibile a Dio! Anche il grembo sterile di tua cugina Elisabetta  è abitato per virtù di JHWH!».

Adombrata da quell’alito, che già soffiò la creazione, ella allora rispose: «fiat!» e lì Yehoshua venne al mondo. E l’angelo vaporò.

Mamma o serva?

«Se non sei pronta alla solitudine, non sposarti!» – le disse anni addietro una vecchia grinzosa all’uscita dalla sinagoga. Ed ora – in uno di quei guizzi analogici, che ogni mente ben sa – le riecheggiò in petto quella garrula voce. Fanciulla fin troppo giovane, lei, e già ritenuta all’altezza della sua maternità.

Inizia così la grande avventura della Santa Famiglia fra incomprensioni e pettegolezzi popolari, tra rifiuti e persecuzioni, segni celesti e nenie di pastori, creature alate e monarchi d’Oltregiordano. Un inizio così chiaro eppur così poco leggibile, un tessuto che sì sta crescendo, ma nella guisa di un tappeto al rovescio.

Miriam, linda patrona di pensieri in bilico e avvocata di sentimenti misti: non sa se gioire o invocare, se credere ai profumi d’incenso e alla mirra di Persia o all’acre afrore di quella stalla, se fermarsi ad ascoltare il brusio degli angeli o lasciarsi vincere dal belare degli ovini. L’unica certezza, il suo bambino. O forse, no.

Chi stringe fra le braccia questa donna? Nemmeno lei in fondo lo sa. «Sei forse, uomo? Eppure sei germinato da altrove. Sei Dio? Ma sei nato da me. Che farò dunque: potrò coccolarti come ogni madre o dovrò onorarti come una serva?». Meditava Miriam: ordiva fra loro pezzi sparsi e frastagliati di una forse maggiore verità.

Vite intrecciate

Epperò l’impresa più grande della benedetta fra tutte le madri non fu né la fuga in Egitto in groppa all’asinello, né il parto di fortuna in una stalla, quanto l’assistere al lento emergere dell’uomo Yehoshua, di cui – strano e dolce sentimento – lei stessa imparava a scoprirsi figlia.

All’ombra di sicomori vicino al pozzo, quante confidenze fra le donne di paese le facevano presagire l’inedito di quel figlio; e quante volte ella stessa stupiva di certi pensieri con cui Yehoshua la sfiorava. E le salivano in animo le passate parole del vecchio Simeone, che già le suonarono profezia –: «Ecco egli è qui per la rovina e la risurrezione … segno di contraddizione … e a te, Miriam, una spada trafiggerà l’anima».

Se tra ogni madre e il suo bambino c’è un legame ineffabile di discordante consonanza, fra Miriam e Yehoshua c’è molto di più. Ciò che riguarda Yehoshua, riguarda pure lei; ciò che segnerà il destino del Figlio, colpirà la sorte della madre.

Miriam ha seguito passo passo il lungo itinerario del Cristo, ma non come una chioccia che non voglia lasciare il suo piccolo, né con quel segreto possesso di mamme che vogliano dirigere la vita altrui.

Figlia del suo figlio, è stata la prima a credergli, a fidarsi di quel suo correre al di là di ogni interesse familiare. La sua è l’umile robustezza di una fiducia che sa reggere ai tanti “no” di Dio – altro dal tutto comprendere.

Come quel «non sapevate?» di lui dodicenne, dopo tanto trafelare dei suoi genitori alla sua ricerca; o come quando – anni dopo – invitati entrambi a nozze, ella sussurrò sospirando il prodigio: «non hanno più vino..», e Lui: «Donna, che ho da fare con te?».

O ancora in quel meriggio di ressa intorno al suo Figlio, mentre questi dentro predicava, ed ella chiese ad uno, che entrò e disse: «Rabbì, tua madre e i tuoi sono fuori che vogliono parlarti». E lui: «Chi è mia madre..?». E allargando le braccia verso i discepoli: «Ecco mia madre ed ecco i miei fratelli: coloro che fanno la volontà del Padre mio che è nei cieli».

Lei così – pur segretamente lodata – anche allora restò fuori, e quella lama fredda e sottile, sempre più profondamente, scendeva a fenderle l’anima. Da Nazareth in Egitto, da Betlemme a Cana fin sotto la croce Miriam è gestante silenziosa pietà.

Il silenzio del Calvario

Era a Gerusalemme nei giorni della passione; ha udito la folla osannante e spergiura; ha visto tutto, lei. Dio le chiese di privarsi ancora, per l’ultima volta, di colui che era tutta la sua vita, di immolare quel figlio da lui stesso affidatole – come un tempo Abramo, Isacco. E, ora come non mai, intatto rimase il suo fiat.

Nessuno ha osato porgerci – se mai ci fossero state – parole di Miriam sul Golgota. Nessuno ha osato violare le sue labbra di puro dolore. E Cristo dall’alto del legno, volgendosi a lei e a Giovanni, ruppe il silenzio: «Donna, ecco il tuo figlio! Figlio, ecco tua madre».

Quali estreme confidenze si sarebbe mai aspettata Miriam dal suo figlio morente? Forse solo un’ultima volta sentirsi chiamare madre? Ma anche lì impara la madre chi sia il suo Figlio, quale Dio dolente in realtà si celi dentro le sue piaghe innocenti.

Yehoshua l’ha affidata a Giovanni e ai discepoli dispersi, e a lei ha dato in custodia, fino ad oggi, ognuno di noi. Perché proprio a lei? Perché Miriam è stata spes contra spem. Donna di una speranza che vive, da ultimo, anche negli occhi che si posano sul corpo martoriato del figlio; di una speranza che dà tepore anche a braccia che stringono al petto il figlio esanime sciolto dalla croce.

Dietro  il Figlio

All’alba della Risurrezione il Vangelo non ci dice se Cristo sia apparso a Miriam. Ma se già il sentire materno si scopre incline a sapere del figlio anche se questi è distante, quanto più veggente e intuitivo sarà stato il cuore di lei.

Vegliava forse rannicchiata in basso, esplorando di continuo la finestra, orante il suo antico Gabriele. O vinta dal duolo si lasciò cadere nel sonno, invocando Yosef e i sogni di lui. Forse si alzò disadorna quel mattino, per prender l’acqua al pozzo, in un ora di certa solitudine o indugiava sola nell’andito del portone, non sapendo se e dove andare.

All’improvviso un gemito alzarsi in boccio dal creato, un volo sul filo della realtà: gigli sicomori ciotoli volatili onde rovi insetti fichi ulivi tutti giubilanti. E fu come un istante, le sfiorò il petto, trasalì la madre: è vivo! Lo vide.

Ora poté cogliere da ultimo il rovescio del tappeto, il disegno nella trama della sua vita. E fu presa da una gioia così grande, da renderla quasi alata ora. E si capisce com’è che sia stata assunta in cielo lei, viandante dietro il Figlio, valicando con lui per l’ultima volta il crinale fra il tempo e l’Eterno.

Gianluca De CandiaGianluca De Candia è Privat Dozent presso il Dipartimento di questioni filosofiche fondamentali della teologia dell’Università di Münster e collaboratore del direttore del Dipartimento prof. Klaus Müller. Ha già pubblicato su Settimana News Il “catechismo” di Donald Trump (2 giugno 2017), Individualisticamente democratico (7 giugno 2017), I sogni di Yosef (16 dicembre 2017).

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