Novena di Natale. 22 dicembre: “O Re delle genti”

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A contatto con altri popoli e altre fedi, gli israeliti scoprono che il “loro” Dio è un Dio per tutti i popoli. Lezione da non dimenticare mai.

Si è detto che pregare significa rivolgersi a Dio anzitutto per contemplare il suo volto, a partire dal quale rivolgergli poi la nostra supplica.

Le immagini che stiamo esplorando in questi giorni ci offrono vari aspetti di questo volto, che ritroviamo poi sul volto di Gesù, il Figlio di Dio che, proprio per questo, si è fatto “carne”, per diventare visibile, udibile e toccabile.

La preghiera che fa popolo

Ma la preghiera è anche altro. Le antifone che stiamo commentando vengono – come si è detto – da molto lontano, e sono tuttora recitate e pregate in tutte le comunità cristiane del mondo. Anche se non ce ne rendiamo conto, quando ci mettiamo a pregare, noi usciamo dalla nostra solitudine per entrare in un popolo e in una storia. Questo pensiero deve venirci naturale: quando preghiamo non siamo mai soli, Dio è con noi, la Chiesa ci avvolge, nella sua storia di secoli e nei suoi membri di tutte le razze e di tutte le lingue.

La fede è anche questa “compagnia”, questo “corpo” nel quale siamo stati innestati mediante il battesimo, un corpo di cui Cristo è la testa.

Quale volto ci presenta oggi il Signore? Eccone i tratti descritti dall’antifona:

«O Re delle genti e loro desiderio,

pietra angolare che fai di due uno:

vieni e salva l’uomo

che hai formato dal fango».

Sono quattro gli aspetti che caratterizzano il volto di Dio, dietro il quale si intravede quello di Gesù.

Un titolo regale

Il primo rimanda un’immagine di gloria e di potenza: Dio è chiamato Re delle genti. Curioso, ma questo titolo regale, che a noi potrebbe apparire scontato, si trova una sola volta nella Bibbia, in Geremia 10,7. Nella Scrittura, Dio è di solito il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, il Dio d’Israele.

Le “genti” sono i popoli pagani, i non-ebrei, spesso qualificati con aggettivi spregiativi, “cani” per esempio, che Gesù ingentilisce in “cagnolini” (Mt 15,26).

Il titolo di “Re delle genti” equivale dunque a “Re dei pagani”, ed è una scoperta che i profeti di Israele fanno negli anni dell’esilio a Babilonia, quando gli ebrei non avevano più il tempio, il sacerdozio, e le grandi liturgie che nutrivano la memoria della loro fede. Ma non hanno perso Dio, vivo e presente nei loro cuori, anche senza le “strutture” (quante volte questo capiterà nella storia della Chiesa!).

Non solo. A contatto con altri popoli e altre fedi scoprono che il “loro” Dio è un Dio per tutti i popoli. Lezione da non dimenticare mai. Nessuno può dire che il “suo” Dio è proprietà personale al punto da mettersi al suo posto per giudicare, condannare, uccidere!

Dio, qualunque volto egli assuma nelle varie religioni, è sempre più grande di noi: a noi tocca scoprirlo, venerarlo, ubbidirgli.

Il Dio desiderato

La cosa si chiarisce nel secondo aspetto, dove Dio è detto desiderio delle genti.

Dio non è né una persona, né una cosa che possediamo. Un Dio così è chiamato “idolo”, e l’idolo per la Bibbia è vuoto, futilità, niente! Dio è invece visto qui come il punto d’arrivo, la risposta vera e piena a ciò che chiamiamo “desiderio”. Noi siamo creature di desiderio perché veniamo al mondo limitati nelle nostre possibilità, feriti e mancanti, ma insieme ci scopriamo creature capaci di infinito.

A differenza del “bisogno”, che condividiamo con gli animali, il quale una volta saziato per un po’ si quieta, il “desiderio” non muore mai, e Dio solo, in quanto sommo bene, può colmarlo. Perché ogni desiderio è desiderio di bene. La “ferita originale” che portiamo in noi, però, ci porta a sbagliarci nello scegliere l’obiettivo, o a non avere la forza sufficiente per raggiungerlo. Per questo il desiderio va protetto dalle deviazioni, e insieme stimolato verso ideali belli e buoni. Perché, quando ci muore dentro il desiderio, siamo noi come persone che moriamo. Vivere è desiderare.

Il terzo passo corregge radicalmente l’idea di re come figura di potere nel senso corrente. Perché il Re delle genti è descritto come pietra angolare, quella che sorregge l’intero edificio, ma noi sappiamo che Gesù è diventato pietra d’angolo perché è stata trattato da «pietra scartata» (Sal 118,22; 1Pt 2,6-7). E del resto, non cantiamo noi che «Dio ha regnato sulla croce»?

L’ombra lunga della Pasqua

È il mistero della Pasqua che già si proietta sul Natale, due eventi che da sempre sono stati intrecciati, come si vede in tanti scritti dei primi secoli, e nelle ninnenanne medievali, che interpretavano alla luce della croce le lacrime del bambino Gesù, il sangue sparso nella circoncisione, e la spada che avrebbe trafitto il cuore di sua madre (Lc 2,35).

Quello di Gesù non è un trionfo futile e vacuo, ma una gloria conquistata nella sofferenza. Per questo lo sentiamo vicino, e vediamo in lui il nostro re e il compimento dei nostri desideri. Infatti, «proprio per essere stato messo alla prova e avere sofferto personalmente, egli è in grado di venire in aiuto a quelli che subiscono la prova» (Eb 2,18).

Gesù è una pietra “scartata” che fa da fondamento a un edificio senza muri di separazione! «Egli infatti è la nostra pace, colui che di due ha fatto una cosa sola, abbattendo il muro di separazione che li divideva, cioè l’inimicizia, per mezzo della sua carne» (Ef 2,14).

L’odio e l’inimicizia sono fondamentalmente basati sul fatto che qualcuno si sente superiore a un altro. Se ci fondiamo su Gesù, riconoscendoci tutti, come lui, “pietre scartate”, siamo in grado di abbattere ogni muro, anzi, diventiamo capaci, come lui, di superare e guarire ogni sensazione di “scarto”, e diventare noi pure pietra che edifica e si lascia edificare.

La richiesta riprende tutti questi aspetti del volto di Dio: «vieni e salva l’uomo che hai formato dal fango».

Il primo uomo, in cui ci ritroviamo tutti, si chiama Adamo, che vuol dire “terra”. La Bibbia dice che lui, e noi, siamo stati creati con la «polvere del suolo» (Gen 2,7), plasmata da un Dio vasaio che ci “forma”.

Prendere forma

La storia dell’umanità era sintetizzata da autori come san Bernardo e Aelredo di Rievaulx così: noi veniamo da una massa informe, che Dio forma, che il peccato deforma, e che siamo chiamati a riformare con l’aiuto della grazia del Signore. Parole che indicano un cammino, ricordando che il termine “forma” significa insieme “disegno” e “bellezza”. «Come argilla nelle mani del vasaio che la modella a suo piacimento, così gli uomini nelle mani di colui che li ha creati» (Sir 33,13). Ma è scritto pure che «I vasi del ceramista li mette a prova la fornace» (Sir 27,5).

Sant’Agostino ricorda che, se è vero che la vita è “una tentazione”, Dio se ne serve, mettendoci alla prova, per “formarci”. Lo fa sia modellandoci come un vaso di terracotta, sia solidificandoci con il fuoco. Ci modella con la sua Parola, ci rafforza nel forno delle tribolazioni.

Niente dunque va perduto, di tutto si può fare un’occasione di crescita. Ciò che conta è farci docili e malleabili come la creta, e dare consistenza alle nostre virtù mettendole alla prova attraverso il fuoco delle tribolazioni. Importante è credere che il vasaio è Dio: delle sue mani possiamo fidarci!

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