Secondin: La “lectio” sotto il Cupolone / 1

di: Lorenzo Prezzi

Abbiamo chiesto a padre Bruno Secondin di parlarci della “lectio divina” (forme e mutazioni) e dell’esperienza che egli conduce a Roma da più di vent’anni.

Lectio divina

Padre Secondin, da molti anni lei organizza nella chiesa di via Traspontina a Roma una lectio divina. Potrebbe raccontare alcuni momenti di questa esperienza? Com’è nata, a chi si rivolge, quali cambiamenti ha vissuto, quali sono le specificità.

Sì, abbiamo cominciato nel 1996 in autunno, quasi per caso. Su richiesta del parroco di Santa Maria in Traspontina (la comunità dove abito), il quale non sapeva come avviare questa lectio divina che veniva raccomandata tanto. Io già ero abituato a farla, sia personalmente sia nella guida degli esercizi spirituali. In pratica, dal 1976, quando ho cominciato a guidare gli esercizi spirituali, io impostavo secondo questa classica esperienza le mie meditazioni. Così mi sono reso disponibile a tentare un’esperienza “parrocchiale”, in una città come Roma, e in una posizione speciale, come è qui, davanti a San Pietro.

In che senso?

Proprio la posizione tutta particolare ha offerto alcuni vantaggi e anche qualche problema. Vantaggio era la posizione: tanta gente che passa qui, che entra un attimo per una preghiera, che facilmente viene a sapere di questa iniziativa. E poi anche la facilità dei trasporti per arrivare qui: tutti i mezzi che portano a San Pietro valgono anche per noi.

Qualche problema, dicevo, nel senso che, data la prossimità al Vaticano, tutto quello che facciamo, e come lo facciamo, non sfugge a chi lavora là. Ne sono sempre informati, anche nei particolari. Ma il fatto che io avevo la cattedra di ordinario di spiritualità in Gregoriana mi metteva al sicuro: ero io stesso di garanzia per quello che succedeva. La cattedra mi garantiva ortodossia e anche voce persuasiva per invitare alcuni maestri. E non di rado abbiamo visto partecipare agli incontri anche vari personaggi che lavorano in Vaticano…

– Perché avete invitato altri maestri?

Lo abbiamo fatto dopo alcuni anni di rodaggio del metodo. Io conoscevo la diversità degli stili di animazione degli altri maestri di lectio divina – infatti in Gregoriana più volte ho guidato dei seminari proprio su questa varietà in giro per il mondo – e perciò volevo che potessero mostrare ai nostri partecipanti la varietà dei linguaggi e degli stili. Perché non esiste un’unica modalità. E così ognuno poteva innamorarsi della Parola, secondo sensibilità diverse, tutte valide.

Di fatto, non abbiamo mai avuto problemi a ricevere collaborazione: e non ci siamo fatti scrupolo di invitare anche maestri dotati di libertà e parresìa. Anzi questa presenza qualificata – da Martini a Ratzinger, da Ravasi a Enzo Bianchi, da Carlos Mesters a Paolo Ricca, da Bruno Forte a Carmine Di Sante, da Bruna Costacurta a Lidia Maggi, da Marko Rupnik a Stella Morra, da Raniero La Valle a Ermes Ronchi… – ha fatto conoscere più in largo la nostra esperienza e il nostro metodo, che è un po’ particolare, fin dall’inizio.

Lo scopo non è stato di farci belli con i nomi famosi, ma di mostrare la varietà degli stili, dei linguaggi, delle letture, per rendere possibile a tutti di trovare la modalità più adatta a ciascuno. E non fissarsi su un solo modello, anche se valido e interessante. Però anche con gli ospiti, tutti, dai cattolici ai protestanti agli ebrei, noi abbiamo chiesto sempre di adeguarsi ad una certa nostra metodologia, con flessibilità, ma anche con senso di rispetto.

In cosa consiste questa peculiarità?

Fin dall’inizio noi abbiamo fatto alcune scelte precise. Intanto, non abbiamo voluto che fosse un piccolo gruppo parrocchiale, ma aperto a tutti coloro che cercano ispirazione nella Parola. E, di fatto, siamo riusciti a diventare un appuntamento per molti in Roma.

Poi abbiamo fatto la scelta di commentare una delle letture (una sola) della messa della domenica in arrivo (per quanto possibile): e questo collega la nostra lettura orante con la liturgia delle comunità dove ciascuno va a messa la domenica. Questo è un vero vantaggio e si è mostrato fecondo: perché non siamo un gruppetto di fanatici della Bibbia.

In terzo luogo, abbiamo adottato una metodologia particolare: grosso modo in quattro parti, principalmente. Il testo in se stesso e le sue caratteristiche (è la lectio); l’approfondimento meditativo dei punti principali (la meditatio/scrutatio); l’applicazione alla vita (è l’actio, che noi mescoliamo con il discernimento); infine, la risposta orante al Signore che ci ha parlato (è l’oratio). La contemplatio non è frutto del nostro ingegno, ma è un dono trasversale, che dà pace e sicurezza al cuore, e luce nel discernimento.

Il ritornello crea un’intensità di vibrazione comune, dopo averlo cantato più volte. Il suo tono meditativo e di pregnanza biblica è molto efficace.

Il tutto deve stare entro 60/75 minuti. E di solito ce la facciamo. E usiamo anche accompagnare l’esperienza con delle belle icone, scelte con varietà di stili, con gesti corporei (specie alla fine del ciclo)…

– Ma voi avete abitudine di usare canti e ritornelli?

Sì, anche questa è una nostra peculiarità. Fin dall’inizio, anche se eravamo pochi, abbiamo introdotto dei canti, scelti appositamente in sintonia con il testo, e anche composto, con ripresa diretta delle parole del testo, dei ritornelli meditativi. Questi si sono rivelati molto preziosi, per animare un’assemblea numerosa (siamo arrivati a volte anche a 400 persone): ripetuti nei passaggi chiave, aiutano a creare il clima di unità e di interiorizzazione.

Ormai ne abbiamo composti circa 300, con molta aderenza al linguaggio biblico (cosa che manca in altre esperienze). Ci siamo fatti aiutare anche da fuori (Luiz Turra del Brasile, Giuseppe Liberto della Cappella Sistina, e altri).

I canti non sono un riempitivo, per prendere fiato, ma un modo complementare di interpretare la Scrittura. E tutti ammirano l’aderenza al testo biblico e l’originalità della musica. Prima di cominciare, facciamo una breve prova dei canti che usiamo. Ma gli animatori si riuniscono apposta per scegliere e provare.

Ci son stati cambiamenti con gli anni?

Certamente. Alcuni li ho già accennati: l’invito per esempio di altri maestri, il luogo dell’incontro (ora nella grande chiesa), l’orario (al posto della messa), lo stile di animazione (sussidi, microfoni, registrazioni…). Ma anche dall’interno abbiamo progressivamente maturato una stabilità nel metodo e nel linguaggio.

All’inizio abbiamo cercato ispirazione da varie parti: da Gargano, da Bianchi, da Martini, dalla Giudici, soprattutto da Carlos Mesters, con la sua “lettura popolare” in Brasile e in America Latina.

Poi abbiamo preso il coraggio di maggiore autonomia: abbiamo creato dei sussidi appositi per guidare le varie fasi; abbiamo dato forma ad un poster grande (poi usato anche in pannello: 280×200 cm); abbiamo cominciato a preparare un sussidio (pieghevole) in varie lingue con le varie fasi dell’esperienza (per noi sono 10, e non solo 4).

Abbiamo, infine, dato divulgazione al nostro metodo pubblicando una specifica collana – Rotem. Lettura orante della Parola (ed. Messaggero) –, che ormai ha raggiunto una ventina di volumi. E in parte sono anche stati tradotti (es. in Brasile, Polonia). Abbiamo realizzato un sito web dedicato (www.lectiodivina.it), che ci mette in contatto con tanti interessati a questa esperienza.

Altro elemento tipico nostro è lo schema (molto ampio) del commento, che distribuiamo alla fine dell’incontro e poi mettiamo sul sito, per maggiore divulgazione. Questo esige che il commento sia pensato e ben costruito. Mentre, per facilitare la partecipazione di tutti, prepariamo per l’incontro una fotocopia molto curata (con belle icone scelte) sia del testo biblico che dei canti, compresa la musica del ritornello. Vediamo che è molto apprezzato questo stile.

Ma il cambiamento più rilevante è avvenuto nei collaboratori più stabili, una decina. La passione per la Parola è diventata matura, a costo anche di sacrifici. E si vede bene che il nostro servizio non è frutto di improvvisazione, ma esprime un’interiorità convinta. In tanti ce lo testimoniano. Ma anche noi, nell’intimo, sentiamo di essere cresciuti spiritualmente. Anch’io in questi anni ho ricevuto tanta grazia da questa esperienza, e dalla generosità e passione dei collaboratori. E con la malattia recente (sono stato operato di tumore) ho visto nei collaboratori una grande carità, che mi sorpreso e commosso. La Parola è diventata davvero servizio e amore.

L’approccio orante della Scrittura si è allargato soprattutto grazie al Vaticano II e a figure come il card. Martini. Quali sono, a suo avviso, le forme prevalentemente usate? E per quale ragione?

Veramente il Vaticano II aveva sentito, da qualche padre conciliare, parlare di lectio divina, ma poi non ha usato questo termine tecnico (se non forse una volta a proposito dei sacerdoti e delle loro omelie). Eppure, il recupero della teologia patristica e monastica aveva già evidenziato questa dinamica classica della lettura della Parola: le pubblicazioni di Sources chrétiennes e poi i saggi di J. Leclercq e H. De Lubac avevano dato un apporto fondamentale in questo recupero.

Ma la sostanza, comunque, c’è tutta nel Concilio: sia nei testi per i religiosi che in quelli per i presbiteri, come anche, in generale, per la pastorale biblica. In questo, fondamentale è il c. VI della Dei Verbum (nn. 21-26).

Dopo il Concilio, io ricorderei prima di tutto – parlo per l’Italia soprattutto – Mariano Magrassi, monaco benedettino, poi arcivescovo di Bari. Il suo libro: Bibbia e preghiera (1968) io lo considero come vero inizio di un interesse serio, documentato e motivato in Italia (ho visto che l’editrice Àncora lo ha ripubblicato da poco). Dopo di lui sono venuti altri, in particolare si è distinto certamente l’apporto prolungato della comunità di Bose (con Enzo Bianchi in testa) e di altri monasteri.

E poi sono venuti tanti altri, specie biblisti aperti alla pastorale, uomini e donne. Mi impressiona molto la dedizione delle donne a questa esperienza. Sono molto originali nell’intuire significati e scoprire dinamiche e simbologie.

Certamente il card. C.M. Martini ha dato un impulso notevole a questa esperienza spirituale, al suo fondamento biblico e alle proiezioni pastorali, con il suo lungo episcopato a Milano. Nello stesso periodo, in Italia fiorivano varie esperienze e maturavano varie figure di maestri, uomini e donne, per lo più religiosi, preti biblisti e anche laici appassionati. Ma, fino ad oggi, non ci sono delle forme/metodologie che possiamo considerare prevalenti. Ognuno si è un po’ fatto da sé uno stile, un linguaggio, un ritmo. E questo può essere letto come ricchezza e varietà preziosa; ma può anche costituire una fonte di confusione. Infatti, molti si innamorano della lectio divina, ma poi la esperimentano in maniera un po’ improvvisata, se non confusa.

I classici quattro gradi di Guigo II il certosino (lectio, meditatio, oratio, contemplatio) sono certamente fondamentali: ma oggi si dovrebbe aggiungere (e papa Benedetto lo ha fatto nella Verbum Domini) anche l’actio. Noi – nella nostra esperienza – abbiamo imparato che i quattro gradi di Guigo II non corrispondono del tutto alla dinamica reale di questa esperienza. Bisogna dare più rilievo all’invocazione dello Spirito (non solo iniziale, ma pervasiva), alla ricca tradizione interpretativa (in mille modi, non solo esegetica o meditativa) della Chiesa.

Non siamo i primi a fare una riflessione orante su questi testi, e non sono solo gli scrittori, ma anche gli artisti, i musicisti, i mistici, i letterati. E poi si dovrebbe dare spazio anche alla condivisione dei frutti della Parola ascoltata. Perché non si ascolta la Parola in un solipsismo spiritualista, ma come popolo che vi trova la propria identità.

Infine, vorrei fare un’osservazione generale: in tanti gruppi ed esperienze non si usa una sana metodologia adeguata. O si fa un sermone (o pistolotto) tra il devozionale e il fumoso; o si pretende di tirare subito delle applicazioni pratiche quasi facendo della Parola di Dio un pretesto per scorribande selvagge sulla prassi. Oppure si fa della lectio divina uno specchietto per le allodole: non sapendo come attirare la gente, si propone questa iniziativa, dal nome un po’ strano (anche a pronunciarsi), sperando che qualcuno di più venga alle nostre riunioni… Da qui deriva che ben presto tante iniziative generose si inaridiscano e smettano.

Il Sinodo sulla Parola di Dio (2008) non ha indicato una metodologia?

Certo, ci si sarebbe aspettato dal Sinodo sulla Parola del 2008 una migliore indicazione di metodo, per quanto riguarda l’esperienza di una pastorale comunitaria della lectio divina. Non c’è stata questa risposta, anche se si sono fatti grandi elogi (a parole) di questa “risurrezione” dell’antica prassi patristica e monastica.

Anche l’esortazione postsinodale, Verbum Domini, pur dedicando all’esperienza un vocabolario meno generico e anzi dedicandogli un’attenzione diffusa, applicata a varie forme di vita cristiana, rimane metodologicamente dentro lo schema classico, aggiungendovi solo l’actio (VD 86-87).

Manca una metodologia adeguata che risponda all’animazione dei gruppi (e non solo per la vita del singolo). Manca un’attenzione alla realtà del lettore di oggi: che legge di corsa, poco riflette, ha a disposizione immediata molti commenti, non assimila lentamente. Troppe volte si scivola in fretta verso la condivisione, logicamente superficiale e frutto di impressione e non di meditazione saporosa e paziente. Anzi alcune metodologie cominciano proprio dalla condivisione o prima reazione al testo, e poi si accontentano di una comprensione vaga del contenuto, perché preoccupati di mostrare in fretta che ci sono ricadute nella prassi. Ma lo scopo non è quello di scovare cose pratiche e applicazioni pungenti, ma di ascoltare Dio che parla, che chiama al dialogo e alla comunione con lui.

L’avvio alla lectio è solo apparentemente facile. Quali sono gli ostacoli maggiori, i difetti più comuni e le difficoltà più immediate o successive?

Dice bene, è solo apparentemente facile. Infatti, ci vuole una buona formazione alla teologia della Parola: per molti è solo (immediatamente) un libro da leggere e commentare, e non memoria di una presenza e di una sapienza di vita.

La Parola di Dio precede il libro ed eccede il testo biblico, che pure presenta la Parola viva di Dio. Per questo noi, che abbiamo elaborato alcuni sussidi biblici pratici, abbiamo sempre rimandato sia ad alcuni testi biblici chiave, sia al magistero orientativo recente, sia alla buona teologia della Parola.

Il poster stesso, edito dalla LDC, è accompagnato da un fascicolo che spiega questo ampiamente.

Gli ostacoli maggiori dipendono dai contesti: nelle parrocchie, per esempio, spesso si fa la lectio per sostituire qualche altra attività che non funziona più: catechesi, formazione cristiana, anche novene e adorazione… Nelle comunità religiose spesso si è solo cambiato nome all’orazione mentale personale di orario, come se fosse un problema di parole o di tempi dedicati.

La lectio divina non è studio biblico, non è catechesi, non è istruzione religiosa, tanto meno è una specie di nuova devozione. Senza Parola ascoltata, meditata, assimilata, obbedita, praticata è debole e incerta l’identità cristiana, la coscienza ecclesiale si riduce all’appartenenza burocratica o devozionale.

I difetti più comuni sono da ritrovare nell’illusione che si possa improvvisare, che basti la buona volontà, che tutti possiamo metterci lì a fare la lectio divina, basta aprire la Bibbia e commentarla. Peggio, poi, se la si apre a caso, con la presunzione che così Dio ci illumina! Ci vuole attenzione a molte cose, non attenzione burocratica, ma con cuore innamorato, con senso ecclesiale.

All’inizio è bene informarsi come fanno gli altri, specie quelli che hanno una lunga esperienza, vedendo/valutando possibilità di imitare e differenze da considerare. Anche un buon libro può aiutare a capire quale è la natura della lectio e cosa esige un’esperienza fatta insieme.

Poi bisogna pensare bene il luogo e il tempo, il ritmo e i sussidi, il linguaggio e lo scopo: se non c’è amore alla Parola (almeno embrionale, ma sincero), non si va molto avanti. Se non c’è senso “ecclesiale” davanti alla Parola, non si va molto avanti. Se non c’è convinzione interiore che è il “Signore che parla”, e quindi che si deve stare in attesa della sua Parola sapiente, sotto la guida dello Spirito, si precipiterà verso la chiacchiera vana, la manipolazione, la curiosità. Oppure verso lo sfoggio di erudizione e le applicazioni gnostiche. Quante stranezze in giro!

E le difficoltà immediate e successive?

Rispondo in base alla mia esperienza. La prima difficoltà nasce dal non sapere quale metodo avere, quale ritmo, quali testi scegliere. Bisogna avere pazienza, tentare per un certo tempo (anche imitare altri, con saggezza e umiltà), finché si capisce cosa veramente aiuta il “mio” gruppo, in questo contesto, in queste circostanze.

Poi bisogna avere tanta pazienza e resistenza davanti alle prime defezioni: perseverare con umiltà, con intelligenza, con creatività. Se non si ama la Parola in maniera profonda non si persevera. E anche perseverando vengono giorni e tempi in cui non si sopporta più la fatica del prepararsi, dell’ascolto insieme, della fedeltà tenace. Basta guardarsi attorno… Bisogna sapere che vengono questi momenti e continuare ad amare la Parola e a coltivare un rapporto innamorato con essa.

Condividere con qualche maestro il cammino può aiutare a superare momenti meno caldi, a imparare ad usare alcune risorse particolari, a ricorrere a commenti che ispirano, accendono il cuore. Ma la lectio, non è leggere un libro, anche se valido.

Per noi, alla lunga, si è mostrato molto fecondo il legame con la liturgia: perché così si evita di apparire come un gruppetto di “fanatici” chiusi nel loro mondo biblico; e soprattutto si rende meno sbadato l’ascolto domenicale (e il commento) della comunità. Questa relazione dà vigore a molti, perché ritrovano nella predica domenicale nuove luci (e anche qualche inutile chiacchiera), e maturano nella fede condivisa.

Anche noi – ormai abbiamo 21 anni completi di esperienza – abbiamo avuto momenti molto difficili: sia a livello di singole persone animatrici (lutti, malattie, divisioni in famiglia, trasferimenti…), sia a livello di contesto parrocchiale (parroci gelosi che si sentivano in ombra o prevenuti contro queste cose da “professori”), sia per il sovrapporsi di altre attività pastorali ritenute indispensabili (al posto della messa o no? Trascurare il rosario o la via crucis? Far partecipare i catechisti o no?…).

Ci sono stati periodi in cui non sapevamo se avremmo potuto continuare, altri in cui ci sembrava che tutto andasse fin troppo bene. Alti e bassi sono diventati normali, ma sempre la Parola ha vinto su tutto e tutti. Non siamo stati noi a vincere, ma la Parola, che opera «con la potenza dello Spirito» (1Ts 1,5).

[segue]

lectio divinaBruno Secondin (1940), carmelitano, dal 2010 docente emerito alla Pontificia Università Gregoriana, sin dal 1975 vi ha insegnato storia della spiritualità moderna e principi di teologia spirituale. Ha studiato a Roma, in Germania e a Gerusalemme, interessandosi specialmente della tradizione spirituale carmelitana, di nuovi modelli di lectio divina e delle nuove esperienze spirituali emergenti nel contesto della crisi della modernità. Presso le EDB ha pubblicato: Profeti di fraternità. Per una visione rinnovata della spiritualità carmelitana (1985); Alla luce del suo volto. I. Lo splendore (1989); Il profumo di Betania. La vita consacrata come mistica, profezia, terapia (1997); ha diretto la collana Cammini dello Spirito e – dopo la morte di E. Ancilli – la collana di Storia della Spiritualità in 15 volumi. Molti dei suoi libri sono tradotti in altre lingue.

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Un commento

  1. Carletti Gianfranco 6 luglio 2018

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