Vivere il tempo presente

di: Maria Teresa Pontara Pederiva

Se il passato non esiste più – ed è inutile rincorrerlo – se, per quanto facciamo, non siamo in grado di anticipare neanche una piccola frazione del futuro, non ci resta altro allora che vivere il tempo presente, l’unico istante che ci appartiene, con intensità. Convinti che il nostro tempo migliore è qui, nell’istante che non anticipa, ma già prepara il futuro. «Oggi per questa casa è venuta la salvezza» (Lc 19,9).

È un percorso originale quello tracciato da José Tolentino Mendonça, prete portoghese, classe 1965, teologo e poeta, vicerettore dell’Università cattolica di Lisbona e consultore del Pontificio consiglio della cultura, in un testo che si colloca a metà strada tra spiritualità e poesia.

La spiritualità, o se vogliamo la mistica, come recita il titolo, è quella che si addice all’uomo di oggi: non la mistica antica che da sant’Agostino ai secoli successivi privilegiava l’allontanamento dalla quotidianità per avvicinarsi a Dio, quanto piuttosto la sensibilità inaugurata da Thomas Merton, il monaco trappista che nel pieno del cuore commerciale di Louisville, nel Kentucky, avvertiva nel 1958 la sua seconda conversione. La folla che brulicava tra le vie del centro rappresentava per lui tutta la famiglia umana di cui il Figlio di Dio aveva voluto far parte con l’incarnazione. Non occorreva più separarsi per incontrare il Padre: è l’esperienza quotidiana, solidale e inclusiva, che ci conduce a lui. Un po’ come avviene per la preghiera: sono tutte le nostre preoccupazioni ed esperienze che vengono offerte a Dio, è solo da lì che possiamo ripartire.

Con questa mistica rinnovata, la sola comprensibile all’uomo contemporaneo, Mendonça, cita Karl Rahner («Il cristiano del futuro o sarà un mistico o non sarà») e Fernando Pessoa («Benedetti siano gli istanti, i millimetri e le ombre delle piccole cose») in una riflessione dove il corpo, e soprattutto i suoi sensi, sono in primo piano. Se nulla nella Bibbia giustifica la divisione tra anima e corpo – anzi la concezione dell’uomo biblico prende di fatto le distanze da un eccesso di spiritualismo – è proprio il corpo, immagine e somiglianza di Dio, la sua “lingua materna”.

Ecco allora che per «cogliere il profumo dell’istante», per «ascoltare la melodia del presente» occorre rivolgersi a quell’invocazione liturgica «Accende lumen sensibus» nella proposta di una spiritualità che intende i sensi come un cammino che conduce all’incontro con Dio. «La sfida è gettarsi fra le braccia della vita e ascoltarvi battere il cuore di Dio. Senza fughe. Senza idealizzazioni. Le braccia della vita così com’è». Allontanato un anacronistico spiritualismo incomprensibile, e privo di ogni giustificazione evangelica, il testo è un invito a sperimentare la realtà di persone e cose, con tutti i sensi, nessuno escluso.

Un fatto non scontato soprattutto oggi quando la moderna comunicazione (computer, TV, smartphone e social network) ci abitua all’uso di soli vista e udito. O quando, nonostante l’espansione dell’industria dei profumi e delle essenze, l’uomo moderno non è più in grado di percepire la fragranza di un fiore, né di camminare scalzo, chinarsi nel sottobosco o in prato per raccogliere il canto della vita che pulsa, ormai in incognito.

Una mistica con tutti i sensi affinati ci farà intuire invece il “sacramento dell’istante”, anche se talvolta solo attraverso una porta socchiusa.


José Tolentino Mendonça, La mistica dell’istante. Tempo e promessa, Vita e Pensiero Milano 2015, pp. 176, € 15,00.

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Un commento

  1. Andrea 13 giugno 2016

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