È Dio onnipotente?

di: Paolo Gamberini

Dio onnipotenza

Il Credo che recitiamo ogni domenica afferma che Dio è “onnipotente”. Questo attributo di Dio – onnipotente – può significare tante cose. La prima che ci viene in mente è che Dio può far tutto quello che vuole. Non ci sono limiti all’onnipotenza di Dio. Tutto dipende da ciò che Dio vuole. Dio è talmente onnipotente che può far sì che 2 + 2 faccia 5; che il voler uccidere l’innocente sia un bene anziché un male; che un uomo possa camminare sulle acque; che un morto possa ritornare a vivere. Dio può far tutto quello che vuole. Dio è Dio… onnipotente.

Proprio perché è onnipotente, Dio risponde alle nostre preghiere e guarisce dalla malattia chi glielo chiede. Ma è un’onnipotenza discriminante: a questi risponde, a quell’altro no; questi guarisce, quell’altro no. Dio è Dio… onnipotente. Dinanzi a questo Dio onnipotente, dobbiamo solo tacere come ha fatto Giobbe.

Tutto ciò che è creato è “relativo”

Ma c’è un altro modo di intendere l’onnipotenza di Dio. Il termine “onnipotenza” significa: la potenza, la capacità di far tutto. Dio è onnipotente poiché ha la capacità di far sì che tutte le cose siano (Teilhard de Chardin). L’onnipotenza di Dio – così recita il Credo – è connessa direttamente alla capacità creativa di Dio. «Credo in un solo Dio, Padre onnipotente, creatore del cielo e della terra».  Dio è onnipotente, perché creatore di tutto.

Dio è onnipotente creatore. In questa onnipotenza creativa di Dio è implicito che Dio non possa creare un altro Dio. Se Dio è l’assoluto non può che essere creatore del finito ovvero del relativo. Dunque, Dio non può creare un altro infinito. Dio è onnipotente in quanto creatore del finito.

Tutto ciò che Dio crea è finito. Se Dio è il Bene, la Libertà, la Beatitudine, cioè positività assoluta, ne segue che ciò che crea è relativo bene; relativa libertà; relativa integrità fisica e morale; relativa beatitudine. Il termine “relativo” dice sia il carattere “non assoluto” del bene (appunto relativo) che il carattere “relazionale” della realtà creata. Dio dipende totalmente da Dio. Dio fa che il creato sia. «La particolarità esclusiva dell’Assoluto è che dà alla sua Immagine, con l’essenza di se stesso, l’indipendenza» (F.W.J. Schelling).

La “relazione a Dio” costituisce l’essere delle cose. Questa è la “potenza” di Dio, ed è “omni-potens” poiché fa riferimento non solo a tutte le cose che Dio crea ma anche al far passare (se così possiamo dire) le cose dal non essere all’essere. L’onnipotenza di Dio non va intesa come la capacità di Dio di fare quello che vuole ma di far sì che tutte le cose siano. Dio è onnipotente, poiché crea il finito così come è, ovvero imperfetto e limitato.

La compresenza di “bene (+1) e non bene (-1)” costituisce l’essere del creato e la sua relatività (il carattere di non assoluto). Se il creato è relativo, non si può affermare che Dio avrebbe potuto creare il mondo senza il male (non bene relativo). Affermarlo, sarebbe contradditorio, poiché significherebbe che Dio avrebbe potuto creare un altro Dio, mentre Dio – se crea – pone necessariamente il finito come relativo bene, e se è relativo il bene questo convive con il non bene (= male). A sua volta la finitezza del creato implica necessariamente che il finito sia relativo anche nel senso di essere relazionato-a-Dio. Se non lo fosse, il creato non sarebbe: (+1) + (-1) = 0. Poiché il creato c’è ed è finito, questo è essenzialmente “relazionato-a-Dio”.

Se non ci fosse il male (non bene), il creato non ci sarebbe: infatti, ci sarebbe solo Dio. Se la “relazione-a-Dio” non ci fosse, il creato non ci sarebbe. Solo se Dio è creatore onnipotente (e non semplicemente potente come la creatura), il male (come anche il bene) è “relativo” e non assoluto.

Dio è impotente davanti al male? 

Ma come possiamo affermare che Dio non rimanga impotente dinanzi al dolore e al male del e nel creato? Dio è onnipotente, poiché fa sì (creando) che il mondo si faccia. Il mondo è imperfetto e diviene sempre più perfetto (da un bene minore ad un bene sempre maggiore, da un male maggiore ad uno sempre minore) quanto più il mondo realizza la sua creatività relativa di cui è dotato, in virtù della sua finitezza diveniente. Dio non è impotente, quando non interviene a salvarci dal male, in quanto Dio manifesta la sua onnipotenza non tanto agendo “al posto nostro”, ma facendoci agire al “nostro” posto. «Ogni potenza finita rende dipendenti; soltanto l’onnipotenza può rendere indipendenti, può produrre dal nulla ciò che ha in sé consistenza» (Søren Kierkegaard). Scrive sant’Ignazio di Loyola: «Agisci come se tutto dipendesse da te, sapendo poi che in realtà tutto dipende da Dio».

Di questa trasformazione verso la pienezza di Dio ci parla l’apostolo Paolo nella lettera ai Romani (8,19-22), dicendo che tutto il creato attende con impazienza e sofferenza di entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio. Karl Rahner riprende questa visione paolina affermando che Dio può e vuole essere, proprio come Dio, il compimento “immanente” e il principio “immanente” di ogni essere.

In tal senso sia il Catechismo della Chiesa cattolica al n. 310 che l’enciclica Laudato si’ alla nota 49 del n. 80 parlano di un mondo «in stato di via» verso la sua perfezione ultima. Al n. 83 della sua enciclica, papa Francesco cita Teilhard de Chardin, identificando la perfezione ultima del cosmo con la pienezza di Dio, già raggiunta da Cristo risorto.

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2 Commenti

  1. Francesca Cocchini 9 febbraio 2020
  2. Luciano Mazzoni Benoni 6 febbraio 2020

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