Dire oggi la salvezza cristiana

di: Andrea Lebra

Dire oggi la salvezza cristiana significa dire «che la fede in Dio attraverso Gesù Cristo non ci toglie qualcosa ma, al contrario, ci dona la possibilità di essere autenticamente uomini e donne. Affinché questo annuncio sia credibile, però, abbiamo bisogno di sperimentare anzitutto noi credenti, per poi testimoniarlo a tutti, che la fede cristiana è decisiva per la vita: non solo per la vita eterna, ma già per questa vita, nel nostro mondo».

Dire oggi la salvezza cristianaÈ l’incipit di una densa, documentata e stimolante relazione svolta da Duilio Albarello, presbitero della diocesi di Mondovì e docente di teologia fondamentale all’Istituto superiore di scienze religiose di Fossano (CN), alla Facoltà teologica di Milano e alla sezione staccata della medesima di Torino, per illustrare «come la teologia ha detto e come può oggi dire la salvezza cristiana», nell’ambito di una serie di incontri organizzati dall’associazione La Tenda dell’Incontro Giovanni Gorgis per riflettere sul tema «dire oggi la salvezza cristiana».

Tema assolutamente centrale nel cristianesimo per almeno tre motivi.

Perché nella cultura contemporanea è stata rimossa la consapevolezza del bisogno di salvezza, dal momento che l’influsso della scienza e della tecnica ha indotto la percezione che ogni limite potrà essere superato con il progresso della conoscenza e della tecnologia.

Perché il cristianesimo si struttura attorno a Gesù («Dio salva») che è «il Salvatore del mondo» (Gv 4,42) e il cui evangelo «è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede» (Rom 1,16) e perché la fede cristiana professa l’intervento salvifico di Dio nel corso della storia umana per mezzo di Gesù Cristo, il quale «per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo».

Dire oggi la salvezza cristiana

Perché quello della salvezza è un tema decisamente problematico a motivo della diffusa concezione secondo la quale la salvezza cristiana riguarderebbe essenzialmente la vita dell’aldilà. Se ad un cristiano di tipo medio si chiedesse che cos’è la salvezza, difficilmente si potrebbe ottenere una risposta che sia qualcosa di più di una generica dichiarazione di speranza nella vita oltre la morte. E difficilmente, per rispondere alla domanda, un cristiano medio utilizzerebbe quei due splendidi paragrafi della Gaudium et spes nei quali, da un lato, si afferma che l’evangelo di Cristo che la Chiesa serve, annuncia e testimonia è in armonia con le aspirazioni più segrete del cuore umano (cf. GS 21) e, dall’altro, si proclama che chiunque segue Cristo, l’uomo perfetto, diventa anch’egli più uomo (cf. GS 41).

Critica del concetto di salvezza come espiazione vicaria

Gli equivoci relativi alla salvezza cristiana sono innumerevoli, ma in gran parte ricollegabili – secondo il relatore – alla concezione di salvezza come «espiazione vicaria»: concezione rielaborata in termini sistematici da Anselmo d’Aosta (XI sec.) con la sua teoria sulla «soddisfazione» espressa nella famosa opera Cur Deus homo.

Si tratta di una concezione teologica datata, ma non ancora del tutto superata, nella quale la «salvezza» è basata su un’idea di rapporto Dio-essere umano di tipo giuridico. In essa tutto si traduce in uno «scambio», in cui ovviamente l’uomo è in perenne, insolvibile debito; e la misericordia di Dio è veicolata verso una risarcimento-sacrificio di suo Figlio che ristabilisca la «giustizia».

Per il prof Albarello questa concezione è del tutto inadeguata a descrivere il rapporto di alleanza esistente tra Dio e gli esseri umani, come emerge chiaramente dalle Scritture sacre. Essa utilizza categorie interpretative tipiche di una relazione intesa in senso mercantile, come scambio tra richiesta e risarcimento, tra offerta e pagamento del debito. «Ad essere compromessa – afferma il docente di teologia fondamentale – non è solo l’idea di redenzione biblica, ma la stessa immagine di Dio».

Le critiche a questa concezione di salvezza – per lungo tempo tranquillamente accettata – si fanno stringenti, a partire soprattutto dall’Illuminismo. Oggi è semplicemente improponibile.

Una fede decisiva per la vita

Sostieni SettimanaNews.itPer dire oggi la salvezza cristiana è necessario essere in grado di mostrare «che la fede in Gesù e nel suo Vangelo è effettivamente capace di cambiare la qualità della vita umana su questa terra, in questo mondo. Ciò però non vuol dire che il credente cristiano sia un super-uomo dotato di una potenza speciale o che sia esonerato dalle fatiche, dai problemi, dalla sofferenza. Qui ci vuole, senza dubbio, una certa misura di disincanto: la vita non è per nessuno un problema già risolto da altri, neppure da Dio. Piuttosto, il credente cristiano testimonia che in ogni circostanza, in ogni esperienza – positiva o negativa – non solo lui ma chiunque può contare su di una Presenza più grande, su di una sorgente inesauribile di dedizione e di speranza, che Gesù insegna a chiamare Padre nei cieli e Spirito Santo. È l’indicazione di questa Presenza che viene a caratterizzare il modo con cui il cristiano si trova ad abitare la condizione umana, cioè a vivere le dimensioni di fondo dell’essere uomini e donne: nascere, stringere amicizia, amare, generare, lavorare, gioire, soffrire e anche morire».

A parere di Duilio Albarello, «capire che la fede in Dio e nella sua salvezza c’entra con tutto questo, quindi mostrare come la fede cristiana regga alla prova dell’esistenza concreta, è la sfida più grande che sta di fronte al cristianesimo, in ogni epoca, ma in particolare nell’epoca attuale».

Il divino si comprende solo alla maniera umana

Per esplicitare come oggi la teologia può dire in termini credibili la salvezza cristiana, Albarello prende a riferimento l’opera del teologo tedesco Jürgen Werbick, successore di Johan Baptist Metz alla Facoltà di teologia cattolica dell’Università di Münster, laico felicemente sposato, padre di tre figlie, autore, tra l’altro, di un corposo volume intitolato Un Dio coinvolgente.[1]

Non si tratta di tentare soprattutto di esprimere un’idea di Dio in quanto tale, ma di cercarlo nella storia e, in particolare, nella vicenda di Gesù: nella sua vita e nella sua morte e risurrezione. Questo evento è centrale e nulla nella storia può accadere di più grande. È guardando alla vicenda di Gesù che possiamo cogliere qualcosa del modo di operare di Dio. In lui possiamo trovare la trascrizione in termini umani dell’inconoscibile Dio.

La teologia cristiana si basa su un intreccio profondo tra la comprensione di Dio e l’autocomprensione dell’essere umano. «Di conseguenza, il lavoro della teologia in primo luogo si impegna a comprendere i testi delle tradizioni bibliche e della storia ecclesiale della fede come testimonianze di quella azione salvifica di Dio in Gesù Cristo grazie alla quale gli uomini si ritrovano capaci di attuare le potenzialità più alte dell’esistenza umana e, al contempo, sono abilitati ad affrontare e ad opporsi al male, in tutte le sue forme».

La salvezza come dono di libertà per la libertà

L’intreccio tra la comprensione di Dio e la comprensione dell’uomo è in grado di rendere “ascoltabile”, quindi comprensibile, il parlare di Dio e della sua salvezza, agli orecchi disincantati degli uomini e delle donne di oggi.

La volontà di Dio non sovrasta la volontà dell’uomo, ma la rende libera. Questa è la prospettiva di salvezza che la Bibbia ebraica insegna con il racconto dell’esodo e che il Nuovo Testamento cristiano, mediante l’esodo di Cristo dal regno del peccato verso il regno di Dio, dischiude a tutti gli essere umani. Come si legge nella lettera ai Galati, «Cristo ci ha liberati per essere liberi» (Gal 5,1). Libertà intesa come atto grazie al quale ciascuno prende in mano la propria vita e decide quale forma complessiva dare alla propria esistenza. Essere liberi significa scegliere in ogni momento secondo quella forma che corrisponde al nostro desiderio di vivere in pienezza.

Il Dio onnipotente nell’amore

In questo tempo in cui dobbiamo, in un certo senso, rifondare la nostra fede in modo più comprensibile, rispetto ad un ambito culturale profondamente cambiato, è fondamentale cercare nelle vicende narrate della Bibbia, letta con attenzione e serietà, ciò che ci può aiutare a diventare più autenticamente umani e, come tali, più in relazione con quel Dio che non solo ci ama, ma ci vuole suoi «con-realizzatori» e «con-amanti».

«Il Dio di Gesù Cristo non smette mai di considerare l’uomo come un partner, chiamato a partecipare della sua volontà buona affinché la salvezza possa trovare realizzazione nel mondo».

La salvezza incomincia sulla terra, dà un carattere particolare ad ogni impegno terreno per la giustizia e per la tutela della dignità umana, così come l’impegno socio-politico dà un carattere particolare all’evangelizzazione: non ne può prescindere e non vi si può ridurre. Nessun impegno per la giustizia, la solidarietà, la dignità esaurisce in sé l’opera della salvezza, ma là dove la giustizia è calpestata e la dignità violata anche la salvezza di Dio è offesa. Non ammettere questo significherebbe ipotizzare un Dio lontano e indifferente alla sorte dell’essere umano creato a sua immagine e somiglianza.

Parlare della salvezza al limite del tacere

Condivisibile ed estremamente impegnativa la parte finale del prof. Albarello, che merita di essere citata integralmente.

«Mi pare di poter dire che la principale difficoltà, con cui si debbono misurare l’annuncio e la testimonianza ecclesiale della salvezza, sia quella causata dal grande ritardo della Chiesa nel comprendere la radicalità di questa sfida sull’identità umana, lanciata dal mondo moderno. Infatti, in buona sostanza, il cattolicesimo ha raccolto davvero tale sfida in tutta la sua ampiezza soltanto a partire dal concilio Vaticano II.

Il giudizio critico della cultura secolare circa la visione cristiana dell’uomo è motivato appunto per buona parte da questo ritardo storico. Per troppo tempo la Chiesa ha continuato a proporre e – fino a quando è stato possibile anche ad imporre – una maniera di intendere la realtà umana legata a categorie provenienti da contesti culturali superati e perciò diventate irricevibili dall’uomo e dalla donna di oggi. Dunque un primo passo, indispensabile, è quello di tacere, per mettersi davvero in ascolto delle esperienze concrete degli uomini e delle donne, con le loro attese e le loro disillusioni, con le loro risposte e i loro dubbi. Solo passando attraverso questo silenzio dell’ascolto, sarà possibile per la testimonianza ecclesiale incontrare le persone in carne ed ossa, in modo da offrire loro quel “giusto senso” dell’esistenza, che ha la sua origine in Dio e che Gesù Cristo intende donare a tutti.

Mi piace citare a questo proposito un proverbio giapponese: “Se hai fretta, fai il giro lungo”. C’è molta saggezza in questo consiglio, a prima vista paradossale. La Chiesa, osservando attorno a sé il disfacimento sempre più accelerato del contesto di “cristianità”, può lasciarsi prendere dalla fretta: per restaurare la cristianità diroccata, magari tramite il ripristino di un’alleanza “lobbystica” tra il potere ecclesiastico e il potere politico; o, al contrario, per ripiegare nella logica della setta, che si cura dei suoi adepti raccolti all’ombra del campanile, lasciando che il mondo se ne vada per la sua strada. Sono scorciatoie seducenti, ma che conducono ad un vicolo cieco.

Invece, per dire oggi la salvezza cristiana c’è bisogno di intraprendere il “giro lungo” con coraggio e pazienza. Insomma, è la strada che passa attraverso il coinvolgimento della libertà responsabile degli uomini e delle donne del nostro tempo, suscitando il desiderio di avere una storia con il Signore Gesù, perché in lui si riconosce il “dono buono”, il dono di libertà per la libertà, rispetto al quale davvero non esiste nulla di più grande. Questo è precisamente ciò che diciamo o almeno dovremmo cercare di dire, quando, come cristiani, parliamo di salvezza».


[1] Jürgen Werbick, Un Dio coinvolgente. Dottrina teologica su Dio, Queriniana, Brescia 2010.

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