Il regno di Dio secondo papa Francesco

di: Andrea Lebra

Francesco e il regno di Dio

«Tema centrale nel Vangelo di Gesù è il regno di Dio. Gesù è il regno di Dio in persona, è l’Emmanuele, Dio-con-noi. Ed è nel cuore dell’uomo che il regno, la signoria di Dio, si stabilisce e cresce. Il regno è, allo stesso tempo, dono e promessa. Ci è già stato dato in Gesù, ma deve ancora compiersi in pienezza. Perciò ogni giorno preghiamo il Padre: Venga il tuo regno». Lo scriveva papa Francesco nel messaggio per la 29ª Giornata mondiale della gioventù, dedicato alla riflessione sulla prima Beatitudine: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli» (Mt 5,3).

Mi sembra che l’attuale vescovo di Roma e pastore della Chiesa universale stia prendendo molto sul serio l’invito a mettere al centro della vita della Chiesa e dei cristiani l’annuncio e la testimonianza del regno di Dio. Coerentemente con quanto afferma il concilio Vaticano II: il popolo di Dio, cioè la Chiesa, che ha per capo Cristo, per condizione la dignità e la libertà dei figli e delle figlie di Dio e per legge il nuovo precetto dell’amore, «ha per fine il regno di Dio già incominciato in terra e che deve essere ulteriormente dilatato».

Il magistero di Francesco sul regno di Dio risulta essere non solo particolarmente insistente, ma soprattutto determinante per contribuire a delineare le caratteristiche di una testimonianza cristiana adeguata alle sfide della post-modernità. Il presente elaborato, che ne richiama alcuni contenuti, ha l’obiettivo di chiarire e di esplicitare il significato del sensus regni che, unitamente al sensus fidei e al sensus ecclesiae, caratterizzano una fede cristiana responsabilmente vissuta.

Il sensus regni potrebbe essere definito come la capacità dei cristiani e delle loro Chiese di mettere il Vangelo del regno a disposizione di tutta l’umanità e di tutta la terra come risorsa di salvezza per gli uomini e le donne del nostro tempo.

«Non si può capire Cristo senza il regno che egli è venuto a portare»

«Non si può capire Cristo senza il regno che Egli è venuto a portare», scrive Francesco nell’esortazione apostolica Evangelii gaudium. Ne consegue che la missione sulla terra di ogni cristiano «è inseparabile dalla costruzione del regno». Identificarsi con Cristo e i suoi desideri implica, per i cristiani, «l’impegno a costruire, con lui, questo regno di amore, di giustizia e di pace per tutti». «Ci si santificherà solo consegnandoci corpo e anima per dare il meglio di noi in tale impegno».

A camminare sulla via della santità, che ha il nome e il volto di Gesù Cristo, siamo chiamati tutti. E la strada da percorrere è quella delle Beatitudini (cf. Mt 5,1-12). Il regno dei cieli, infatti, è per coloro che non pongono la loro sicurezza nelle cose, ma nell’amore di Dio; per coloro che hanno un cuore semplice e umile e non presumono di essere giusti e non giudicano gli altri; per coloro che sanno soffrire con chi soffre e gioire con chi gioisce; per coloro che non sono violenti ma misericordiosi e cercano di essere artefici di riconciliazione e di concordia. Le Beatitudini «sono lo specchio in cui guardarci, quello che ci permette di sapere se stiamo camminando nel sentiero giusto: uno specchio che non mente».

Il Regno di Dio in papa Francesco

In una catechesi dedicata al tema della «speranza, forza dei martiri» ricorda che i cristiani sono uomini e donne «controcorrente»: non per spirito polemico, ma per fedeltà alla logica del regno di Dio, che è una logica di speranza, e si traduce nelle stile di vita basato sulle indicazioni di Gesù.

Il regno di Dio, in quanto dono, regalo e grazia, è offerto a tutti. Non è però messo a disposizione su un piatto d’argento. Richiede dinamismo, disponibilità al cammino e volontà di ricerca. «Bisogna che il cuore bruci dal desiderio di raggiungere il bene prezioso, cioè il regno di Dio che si fa presente nella persona di Gesù. È lui il tesoro nascosto, è lui la perla di grande valore. Egli è la scoperta fondamentale, che può dare una svolta decisiva alla nostra vita, riempiendola di significato».

«A chi lo accoglie, il regno di Dio conferisce libertà e pienezza di vita»

Regno di Dio e, nell’equivalente semitico, regno dei cieli sono sinonimi. Essi non rimandano soltanto al cielo, inteso come aldilà, ma hanno a che fare con la vita sulla terra, con il già qui e ora.

«Ma che cos’è questo regno di Dio, questo regno dei cieli?», si chiede Francesco commentando l’invito di Giovanni Battista: Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino! (Mt 3,2). E prosegue: «quando diciamo regno di Dio o regno dei cieli noi pensiamo subito a qualcosa che riguarda l’aldilà: la vita eterna. Certo, questo è vero, il regno di Dio si estenderà senza fine oltre la vita terrena. Ma la bella notizia che Gesù ci porta – e che Giovanni anticipa – è che il regno di Dio non dobbiamo attenderlo nel futuro: si è avvicinato, in qualche modo è già presente e possiamo sperimentarne fin da ora la potenza spirituale. Il regno di Dio è in mezzo a voi!, dirà Gesù. Dio viene a stabilire la sua signoria nella nostra storia, nell’oggi di ogni giorno, nella nostra vita; e là dove essa viene accolta con fede e umiltà germogliano l’amore, la gioia e la pace. La condizione per entrare a far parte di questo regno è compiere un cambiamento nella nostra vita, cioè convertirci ogni giorno, un passo avanti ogni giorno».

Il regno di Dio, avendo come fondamento l’amore di Gesù Cristo, può radicarsi nei nostri cuori. A chi lo accoglie conferisce non solo «pace, libertà e pienezza di vita», ma anche l’energia necessaria per evangelizzare – con la testimonianza della carità a livello familiare, sociale e politico – le diverse istanze della società e del mondo, «per far crescere la pace, la convivenza, la giustizia, i diritti umani, la misericordia e così estendere il regno di Dio nel mondo».

«Evangelizzare è rendere presente nel mondo il regno di Dio»

Nel capitolo quarto della Evangelii gaudium dedicato alla dimensione sociale dell’evangelizzazione si afferma che «evangelizzare è rendere presente nel mondo il regno di Dio». Infatti, «leggendo le Scritture risulta chiaro che la proposta del Vangelo è il regno di Dio (Lc 4,43): si tratta di amare Dio che regna nel mondo. Nella misura in cui egli riuscirà a regnare tra di noi, la vita sociale sarà uno spazio di fraternità, di giustizia, di pace, di dignità per tutti».

Regno di Dio in papa FrancescoChi, associandosi all’opera di evangelizzazione, contribuisce a rendere presente nel mondo il regno di Dio, in Gesù «incontra Dio che mescola la sua vita con la vita del suo popolo e coinvolge altri perché non abbiano paura di fare di questa storia una storia di salvezza (cf. Mc 1,15.21ss)»: cioè, riaccendere nei cuori delusi la speranza e la voglia di sognare, superare con la fraternità ogni forma di degrado, vincere con la solidarietà l’ingiustizia, spegnere con le armi della pace la violenza, usare tenerezza e compassione, creare spazi perché i ciechi vedano, i paralitici camminino, i lebbrosi siano purificati e i sordi odano (cf. Lc 7,22).

La salvezza cristiana non è qualcosa di generico o di astratto. Dio, il Padre celeste, guarda alle persone concrete, alla concretezza dei loro volti e delle loro storie. E tutte le comunità cristiane devono essere riflesso di questo sguardo di Dio, di questa presenza che crea legami, genera famiglia e comunità. Questo «è un modo di rendere visibile il regno dei cieli».

La misericordia nei contesti familiari «come segno del regno di Dio già presente in mezzo a noi»

La misericordia di Dio, che è il cuore pulsante del Vangelo, deve essere annunciata dalla Chiesa anche in presenza delle più diverse situazioni che riguardano l’istituzione familiare. Per mezzo della Chiesa, il Vangelo della misericordia deve raggiungere il cuore e la mente di ogni persona. Così facendo, la Chiesa fa suo il comportamento del Figlio di Dio il quale a tutti va incontro senza escludere nessuno, presentandosi come il Pastore di tutte le cento pecore, non di novantanove. «A partire da questa consapevolezza, si renderà possibile che a tutti, credenti e lontani, possa giungere il balsamo della misericordia come segno del regno di Dio già presente in mezzo a noi».

Per vivere e trasmettere il vangelo della famiglia, la Chiesa deve ispirarsi al comportamento di Gesù che, nel prospettare le esigenze del regno di Dio, guarda con amore e tenerezza alle donne e agli uomini che incontra, accompagnando i loro passi con verità, pazienza e misericordia.

Non si può dimenticare che quest’ultima non è solo l’agire di Dio Padre, ma diventa il criterio per capire chi sono i suoi veri figli. Tutti siamo chiamati a vivere di misericordia, perché a noi per primi è stata usata misericordia. Lungi dall’essere una proposta romantica o una risposta debole davanti all’amore di Dio, che sempre vuole promuovere le persone, la misericordia è l’architrave che sorregge la vita della Chiesa: nulla dell’annuncio e della testimonianza cristiana verso il mondo ne può essere privo. La grazia va facilitata, non controllata. E la Chiesa non è una dogana, quanto piuttosto la casa paterna dove c’è posto per ciascuno con la sua vita faticosa.

«Cercare il regno vuol dire rifuggire la logica della mediocrità»

Nel regno di Dio non ci sono disoccupati: tutti sono chiamati a fare la loro parte. Ma nessuno può presumere di definire il regno di Dio in modo esauriente, «perché esso è più grande dei nostri schemi e dei nostri ragionamenti».

Chi cerca il regno non si adagia su ciò che ha conquistato, non si siede sui successi conseguiti, ma coltiva la santa inquietudine di chi desidera prima di tutto servire il Signore nei fratelli e nelle sorelle. Cercare il regno vuol dire rifuggire la logica della mediocrità e del “minimo indispensabile”, ma aprirsi a scoprire i grandi sogni di Dio per l’umanità. Cercare il regno vuol dire cercare la giustizia di Dio e adoperarsi perché le nostre relazioni, le comunità, le nostre città siano trasformate dall’amore misericordioso e giusto di Dio che ascolta il grido dei poveri (cf. Sal 34,7).

I cristiani, in quanto strumenti di Gesù Cristo per portare il suo messaggio, la sua luce e soprattutto il suo amore agli altri (cf. Gv 15,16), hanno il compito straordinario di aiutare Gesù Cristo a costruire il suo regno in questo mondo.

«Il compito di portare avanti il regno ponendo i poveri al centro è affidato a chi segue Gesù»

Le Beatitudini, con le quali Gesù inaugura la predicazione del regno di Dio, si aprono con questa espressione: Beati voi, poveri (Lc 6,20).

Regno di Dio in papa Francesco«Il senso di questo annuncio paradossale è che proprio ai poveri appartiene il regno di Dio, perché sono nella condizione di riceverlo. Quanti poveri incontriamo ogni giorno! Sembra a volte che il passare del tempo e le conquiste di civiltà aumentino il loro numero piuttosto che diminuirlo.

Passano i secoli, e quella beatitudine evangelica appare sempre più paradossale; i poveri sono sempre più poveri, e oggi lo sono ancora di più. Eppure Gesù, che ha inaugurato il suo regno ponendo i poveri al centro, vuole dirci proprio questo: Lui ha inaugurato, ma ha affidato a noi, suoi discepoli, il compito di portarlo avanti, con la responsabilità di dare speranza ai poveri. È necessario, soprattutto in un periodo come il nostro, rianimare la speranza e restituire fiducia. È un programma che la comunità cristiana non può sottovalutare. Ne va della credibilità del nostro annuncio e della testimonianza dei cristiani».

«Oggi e sempre, i poveri sono i destinatari privilegiati del Vangelo, e l’evangelizzazione rivolta gratuitamente ad essi è segno del regno che Gesù è venuto a portare. Occorre affermare senza giri di parole che esiste un vincolo inseparabile tra la nostra fede e i poveri».

«La Chiesa, germe e inizio in terra del regno di Dio»

Richiamando il paragrafo n. 5 della Lumen gentium nel contesto di una catechesi su La Chiesa, pellegrina verso il regno, Francesco ricorda che del regno dei cieli la Chiesa in terra è germe e inizio. «Essa non è una realtà statica, ferma, fine a se stessa, ma è continuamente in cammino nella storia, verso la meta ultima e meravigliosa che è il regno dei cieli».

«La missione della Chiesa è animata da una spiritualità di continuo esodo. Si tratta di uscire dalla propria comodità e avere il coraggio di raggiungere tutte le periferie che hanno bisogno della luce del Vangelo. La missione della Chiesa stimola un atteggiamento di continuo pellegrinaggio attraverso i vari deserti della vita, attraverso le varie esperienze di fame e sete di verità e di giustizia. La missione della Chiesa ispira un’esperienza di continuo esilio, per fare sentire all’uomo assetato di infinito la sua condizione di esule in cammino verso la patria finale, proteso tra il già e il non ancora del regno dei Cieli. La missione dice alla Chiesa che essa non è fine a sé stessa, ma è umile strumento e mediazione del regno».

La Chiesa è continuamente convertita dal regno che annuncia e di cui è anticipo e promessa. Tutti, pertanto, siamo chiamati a non ridurre il regno di Dio nei confini ristretti di una «chiesuola», «ma a dilatare la Chiesa alle dimensione del regno di Dio».

«Il regno di Dio viene senza fare rumore»

Il contatto con la Parola di Gesù ci avvicina al regno di Dio, il quale viene senza fare rumore e senza attirare l’attenzione (cf. Lc 17,21), ed è possibile coglierne i germi solo quando, come il profeta Elia, sappiamo entrare nelle profondità del nostro spirito, lasciando che esso si apra all’impercettibile soffio della brezza divina.

«A volte ci domandiamo: come mai questo regno si realizza così lentamente? Gesù ama parlare della sua vittoria con il linguaggio delle parabole. Ad esempio, dice che il regno di Dio è simile a un campo dove crescono insieme il buon grano e la zizzania: il peggior errore sarebbe di voler intervenire subito estirpando dal mondo quelle che ci sembrano erbe infestanti. Dio non è come noi, Dio ha pazienza. Non è con la violenza che si instaura il regno nel mondo: il suo stile di propagazione è la mitezza (cf. Mt 13,24-30). Il regno di Dio è certamente una grande forza, la più grande che ci sia, ma non secondo i criteri del mondo; per questo sembra non avere mai la maggioranza assoluta».

«Crediamo al Vangelo che dice che il regno di Dio è già presente nel mondo, e si sta sviluppando qui e là, in diversi modi: come il piccolo seme che può arrivare a trasformarsi in una grande pianta (cf. Mt 13,31-32), come una manciata di lievito, che fermenta una grande massa (cf. Mt 13,33) e come il buon seme che cresce in mezzo alla zizzania (cf. Mt 13,24-30), e ci può sempre sorprendere in modo gradito. È presente, viene di nuovo, combatte per fiorire nuovamente. La risurrezione di Cristo produce in ogni luogo germi di questo mondo nuovo; e anche se vengono tagliati, ritornano a spuntare, perché la risurrezione del Signore ha già penetrato la trama nascosta di questa storia, perché Gesù non è risuscitato invano. Non rimaniamo al margine di questo cammino della speranza viva!».

«Risvegliare nelle nostre comunità la passione per il regno di Dio»

L’Evangelo del regno va annunciato con gioia e deve produrre gioia. Lo ricorda papa Francesco nella sua lettera del giugno 2019 indirizzata al popolo di Dio che è in cammino in Germania.

Evangelizzare, che costituisce la missione essenziale della Chiesa, significa camminare alla sequela di Colui che ci ha amato per primo (cf. 1Gv 4,10), rendendo possibile «una fede vissuta, sperimentata, celebrata e testimoniata con gioia».

La preoccupazione principale delle comunità cristiane, allora, deve incentrarsi su come condividere questa gioia aprendoci e andando incontro ai nostri fratelli e alle nostre sorelle, «soprattutto a coloro che sono abbandonati sulla soglia delle nostre chiese, in strada, in carceri e ospedali, piazze e città. Il Signore è stato chiaro: Cercate prima il regno e la giustizia di Dio, e tutte queste cose vi saranno date in più (Mt 6, 33)». Si tratta di «ungere con lo spirito di Cristo tutte le realtà terrene, nei loro molteplici crocevia, soprattutto lì dove si formano i nuovi racconti e paradigmi, raggiungere con la Parola di Gesù i nuclei più profondi dell’anima delle città» e di «contribuire a far sì che la passione di Cristo tocchi in modo reale e concreto le molteplici passioni e situazioni in cui il suo Volto continua a soffrire a causa del peccato e dell’iniquità. Passione che possa smascherare le vecchie e nuove schiavitù che feriscono l’uomo e la donna, specialmente oggi che vediamo rinascere discorsi xenofobi, e promuovono una cultura basata sull’indifferenza e la chiusura, come pure sull’individualismo e l’espulsione. E, a sua volta, sia la passione del Signore a risvegliare nelle nostre comunità e, soprattutto nei più giovani, la passione per il suo regno».

«Discernere nella storia i segni del regno di Dio e i segni dell’anti-regno»

Solo nella persona di Gesù il regno di Dio si è realizzato in maniera piena. Nel tempo della Chiesa, qui e ora, il regno di Dio, già presente come un seme, non può non scontrarsi con il regno del peccato, cioè con l’anti-regno. Nell’evidenziare i segni del regno di Dio già presenti nella storia, come pure i segni dell’anti-regno, un ruolo prezioso può essere svolto dalla teologia e dalla capacità che le comunità cristiane hanno di discernere i segni dei tempi.

La teologia, con un movimento dal basso verso l’alto, dialoga, con senso di ascolto e di discernimento, con ogni istanza umana e storica, tenendo conto di tutto lo spessore dell’umano. Con un movimento dall’alto – che è quello di Gesù innalzato sulla croce – verso il basso, essa discerne i segni del regno di Dio nella storia e comprende «in maniera profetica i segni dell’anti-regno che sfigurano l’anima e la storia umana. È un metodo che permette – in una dinamica costante – di confrontarsi con ogni istanza umana e di cogliere quale luce cristiana illumini le pieghe della realtà e quali energie lo Spirito del Crocifisso risorto sta suscitando, di volta in volta, qui ed ora. Il modo di procedere dialogico è la via per giungere là dove si formano i paradigmi, i modi di sentire, i simboli, le rappresentazioni delle persone e dei popoli. Giungere là – come “etnografi spirituali” dell’anima dei popoli, diciamo – per poter dialogare in profondità e, se possibile, contribuire al loro sviluppo con l’annuncio del Vangelo del regno di Dio, il cui frutto è la maturazione di una fraternità sempre più dilatata e inclusiva».

Vedere e valorizzare i segni del regno e individuare, per contrastarli, i segni dell’anti-regno, significa anche avere una sempre vigile capacità di studiare i segni dei tempi. Il discernimento dei segni dei tempi non compete esclusivamente al vescovo di Roma. È compito di tutte le comunità cristiane. «Si tratta di una responsabilità grave, giacché alcune realtà del presente, se non trovano buone soluzioni, possono innescare processi di disumanizzazione da cui è poi difficile tornare indietro. È opportuno chiarire ciò che può essere un frutto del regno e anche ciò che nuoce al progetto di Dio. Questo implica non solo riconoscere e interpretare le mozioni dello spirito buono e dello spirito cattivo, ma – e qui sta la cosa decisiva – scegliere quelle dello spirito buono e respingere quelle dello spirito cattivo».

«Padre nostro, che sei nei cieli, venga il tuo regno»

Quando i cristiani pregano il Padre nostro, la seconda invocazione con cui si rivolgono a Dio è «venga il tuo regno» (Mt 6,10). Essi sono consapevoli che il regno di Dio è già in mezzo a loro in quanto Gesù è venuto e lo ha inaugurato. Sono però altrettanto consapevoli che «il mondo è ancora segnato dal peccato, popolato da tanta gente che soffre, da persone che non si riconciliano e non perdonano, da guerre e da tante forme di sfruttamento: pensiamo alla tratta dei bambini, per esempio. Tutti questi fatti sono la prova che la vittoria di Cristo non si è ancora completamente attuata: tanti uomini e donne vivono ancora con il cuore chiuso. È soprattutto in queste situazioni che sulle labbra del cristiano affiora la seconda invocazione del Padre nostro: «Venga il tuo regno!». Che è come dire: «Padre, abbiamo bisogno di te! Gesù, abbiamo bisogno di te, abbiamo bisogno che ovunque e per sempre tu sia Signore in mezzo a noi!». «Venga il tuo regno, sii tu in mezzo a noi».

Regno di Dio in papa Francesco

Il 31 maggio 2019, in occasione del viaggio in Romania e incontrando nella nuova cattedrale ortodossa di Bucarest il patriarca Daniel, papa Francesco ha fatto procedere la comune recita del Padre nostro con una bella parafrasi della preghiera insegnataci da Gesù. Ed ha esplicitato nei termini che seguono l’invocazione relativa al «venga il tuo regno»: «Siamo nell’attesa che venga il tuo regno: lo domandiamo e desideriamo perché vediamo che le dinamiche del mondo non lo assecondano. Dinamiche orientate dalle logiche del denaro, degli interessi, del potere. Mentre ci troviamo immersi in un consumismo sempre più sfrenato, che ammalia con bagliori luccicanti ma evanescenti, aiutaci, Padre, a credere in quello che preghiamo: a rinunciare alle comode sicurezze del potere, alle ingannevoli seduzioni della mondanità, alla vuota presunzione di crederci autosufficienti, all’ipocrisia di curare le apparenze. Così non perderemo di vista quel regno al quale tu ci chiami».

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Un commento

  1. Giampaolo Centofanti 13 settembre 2019

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