Religiosi e laici: collaborare si può

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Gli anziani stanno crescendo nelle nostre società. Non solo: crescono anche nelle congregazioni religiose, con il rientro in patria dei missionari di una certa età o con il ritirarsi dalla vita attiva perché c’è bisogno di assistenza. E sempre più spesso quelle che erano strutture formative – sia per i laici che per i religiosi – gradualmente si trasformano in ambienti per accogliere, curare e offrire una vita dignitosa nell’età anziana e nella malattia, sia di personale religioso, sia di persone comuni.

Una delle difficoltà crescenti che si incontrano in quest’ambito, soprattutto con persone che hanno speso una vita nella consacrazione, sia uomini, che donne, vivendola nelle missioni, nei tanti servizi pastorali di impegno, è proprio il passaggio, che molti vivono con sofferenza perché spesso lo si considera un venir meno di sé, dei ruoli, quasi quasi della vita stessa.

Una sfida superabile solo in tandem

La mia stessa esperienza in questi ultimi anni s’è svolta in questa transizione impegnativa, eppure soddisfacente, che qui cerco di delineare a grandi linee, perché è stata sicuramente una sfida vinta e con benefici non immaginabili all’inizio del percorso, che corrisponde grosso modo allo scoppiare della crisi, all’incirca un decennio fa.

Tanto per tratteggiare le coordinate lontane, nel Trentino c’era un pullulare di iniziative formative dell’Azione cattolica, con relative strutture nei dintorni del capoluogo o in ambiti di montagna, rispettivamente per incontri di formazioni o per vacanza. Da un certo punto in avanti si pone il problema del loro mantenimento (e/o ristrutturazione), ma soprattutto di come gestirle e per quali finalità. È chiaro che bisogna inventare qualcosa di nuovo sia per far fronte a nuove esigenze, sia per “valorizzare” un patrimonio che è anche materiale e che non si può lasciar andare in rovina.

E allora si costituisce – emanazione dell’associazione Azione cattolica – un’entità collegata pensata e organizzata anche civilisticamente per gestire un patrimonio che si sceglie di orientare agli anziani. Nasce così S.T. Gestioni e, attorno, altre cooperative collegate: oggi è il Gruppo Spes, con sede a Trento e tutte le varie strutture di proprietà rifinalizzate e pienamente operative in ambito anziani, famiglie e socio-sanitario in senso lato (cf. www.gruppospes.it).

Nell’Alto Garda i padri dehoniani avevano costruito nel 1960 il loro nuovo Noviziato per accogliere tanti giovani che si affacciavano alla vita religiosa: nella stessa casa – più volte riadattata – allora vivevano una quarantina di giovani novizi… e oggi una quarantina di assistiti, metà composta da gente comune e metà da membri della congregazione religiosa o anche di altre.

Attorno agli anni 70 c’è uno svuotarsi progressivo di giovani vocazioni, una fase di parziali ri-finalizzazioni (scuole ecc.) fino a che, nel 1974, con il primo rientrare di missionari ammalati, si sceglie la qualificazione di casa per anziani, una sorta di Infermeria provinciale che si specializza e si struttura gradualmente fino ad avere le caratteristiche oggi di una Residenza sanitaria assistenziale, sia pure solo privata, anche se aperta alla possibilità di un qualche auspicabile convenzionamento pubblico.

Attorno al 2000 c’è una prima grande ristrutturazione con caratteristiche anche sanitarie, ma la casa è pensata come luogo di assistenza solo per religiosi della congregazione. Una decina d’anni fa balza in primo piano la non sostenibilità dell’insieme: per così dire, 30 assistenti che si occupano della cura di 15 padri, non è chi non veda che non può durare. Si apre la partita dell’iter per avere dall’Ente pubblico (nel caso nostro la Provincia autonoma di Trento) l’Autorizzazione all’esercizio di attività sanitaria, che si ottiene a fine 2010; segue un anno sperimentale e di apertura graduale a esterni laici (uomini e donne), che funziona bene.

Ma ci si pone la domanda: fino a quando noi religiosi saremo in grado di gestire una tale complessità? Non è preferibile allearsi con qualcuno che, in materia, ha le mani in pasta e noi restare come partners nell’impresa assistenziale con un ruolo di ispirazione e presenza tipica di religiosi? E così si hanno i primi contatti tra noi e il Gruppo Spes.

Entrambi i soggetti avevano la necessità di rifinalizzazione di un patrimonio ed entrambi nel tempo avevano puntato sugli anziani. Perché, dunque, non condividere un percorso con tutte le garanzie reciproche di un contratto, con rispettivi compiti e garanzie e interazione alla pari?

All’interno della Provincia religiosa dei Sacerdoti del S. Cuore che comprende tutta l’alta Italia, si avvia un processo di valutazione e di discernimento che coinvolge tutte le comunità, fino ad un’assemblea delle stesse, che concorda sulla necessità di fare qualche passo ulteriore, allo scopo di garantire assistenza ai propri religiosi anziani/ammalati, o anche di altre congregazioni, non tutte in grado di avere una struttura dedicata, di valorizzare tutti gli spazi della casa organizzati allo scopo.

Il Direttivo provinciale arriva dunque alla scelta di rafforzare l’iter percorso, di aprirsi anche al territorio, oltre che ai religiosi, ma soprattutto di ratificare una partnership nella gestione. Ed è così che, a metà del 2012 – dopo un anno e mezzo di apertura a utenti esterni, ma pur sempre gestita da noi religiosi –, si passa la gestione ai laici e chi prima gestiva, da fornitore di servizi ne diventa utente, dentro un contratto di effettiva collaborazione dove i laici “fanno il loro mestiere” e i religiosi sono presenti lavorando alla pari per il bene dei propri assistiti e dei laici provenienti dal territorio che, per così dire, “entrano a far parte della famiglia”, in una comunità religiosa allargata.

Un possibile modello?

Ormai si contano sei anni di cammino insieme e si può dire a pieno diritto che la cosa funziona. Anche perché alla caratteristica di una normale Casa di riposo si aggiunge l’unicum dei servizi religiosi quotidiani: ora fanno vita comune circa 20 religiosi e circa 20 laici; si mangia tutti insieme e chi vuole può partecipare al Rosario, alla S. Messa, anche nei giorni feriali, e ad altri momenti. La maggior parte delle stanze sono singole e quindi è garantita anche la riservatezza. I compleanni si festeggiano insieme una volta al mese e si vive un clima di famiglia e di pregevole condivisione.

Dal punto di vista pratico, dare la gestione ai laici ha comportato il passaggio di tutto il personale al Gruppo Spes, oltre che una ottimizzazione di forniture e manutenzioni, senza dire del pieno utilizzo di tutti gli ambienti e degli spazi esterni. C’è un contratto di affidamento di gestione globale, l’affidamento in comodato degli ambienti RSA dedicati con alcuni spazi comuni.

Oltre a ciò, vi è stato il passaggio di utenze e di contratti per cui oggi i religiosi pagano mensilmente tre fatture: la prima connessa con la gestione globale, direzione compresa; la seconda che varia a seconda del numero di religiosi assistiti; l’ultima che riguarda i servizi alberghieri per il piccolo nucleo di padri al servizio della Residenza S. Cuore e che sono impegnati anche all’esterno (pastorale, scuola ecc.).

Nei contratti è previsto un comitato paritetico tra la proprietà (Sacerdoti del S. Cuore) e il Gruppo Spes cui è affidata in gestione la Residenza S. Cuore. È l’analogo del comitato dei familiari che è presente in genere nelle RSA: lì si valutano situazioni, si cercano insieme delle soluzioni e c’è un organismo di indirizzo e controllo che opera nella fiducia reciproca.

Andando oltre i dettagli pratici, le cose più positive sono: la comunità religiosa è sgravata da incombenze gestionali che non sono il suo forte; la cosa positiva è che – sempre e solo a mezzo di passa-parola – arrivano le persone a colloqui per trovare soprattutto uno spazio/tempo di sollievo, di riabilitazione post-ospedaliera, spesse volte in attesa di trovare una sistemazione stabile in RSA convenzionate; c’è un ricambio molto forte di persone e, nello stesso tempo, si viene incontro ad una delle grandi emergenze nella fase intermedia tra la piena salute, un crollo e la non possibilità a breve di rientrare nel proprio ambiente familiare: si offre quindi una risposta snella alle emergenze.

Qualche testimonianza significativa di ospiti: «Mi hanno proposto di andare all’Hospice, ma so che lì si va a morire. Scelgo di venire da voi perché so che lì si vive fino alla fine». Ed ecco pure quell’accompagnamento che è insieme sanitario, umano e anche religioso. O ancora: «Me ne hanno parlato bene persone che conosco e sono state da voi. Visto che assistiamo noi in famiglia, abbiamo però bisogno anche noi di tirare il fiato per un certo periodo». O infine: «Oltre al posto e alle persone che ci assistono, ci hanno parlato bene del clima familiare che si respira e si vive da voi».

Non sono che alcuni flash a dire che quanto abbiamo costruito in questi anni serve bene a noi religiosi, ai laici che gestiscono l’insieme dell’andamento, ma anche alle famiglie e alle persone che arrivano da noi, spesso escono “risanate” o comunque rimesse in condizioni di poter rientrare in famiglia: sono loro i primi sponsors nei nostri confronti. Cosa che, se ci fossimo chiusi nel nostro piccolo ambito, non avremo nemmeno potuto immaginare. Un’esperienza collaudata, positiva per noi religiosi e per tante persone che abbiamo incontrato in questi anni e forse un prototipo – pur con tutti i suoi limiti – per altre situazioni similari che potrebbero percorrere la scommessa di fidarsi dei laici che “hanno le mani in pasta”, passare in secondo piano, ma esaltando la propria specificità.

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