Vita consacrata: luci e ombre di una vocazione

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L’agile testo che proponiamo non ha certamente la pretesa di essere un trattato teologico sulla vocazione alla vita consacrata, né intende affrontare i pur esistenti interrogativi inerenti l’identità specifica della vita religiosa nell’alveo delle diverse chiamate dei battezzati alla sequela di Cristo. È piuttosto un effi­cace strumento per mettere sul tavolo alcune questioni scottanti che prendono sul serio il tempo di crisi (crisi al plurale, oltre che al singolare – cf. 9) che la vita consacrata sta attraversando assieme alla Chiesa tutta, considerato che «le crisi fanno parte della vita di ogni gruppo» (30).

Lo fa in un orizzonte ecclesiologico, per cui «l’appello e il sostegno dei pastori rischiano di diventare sempre più determinanti» (75). Lo fa con la concretezza di due donne (le autrici) che fanno tesoro di esperienza e di competenze diversificate: «la dottoressa Dominique Struyf è psichiatra infantile, specializzata in terapia sistemica» (8), sposa e madre; Noëlle Hausman è suora del Sacro Cuore di Maria, «docente ordinaria di teologia morale e fondamentale alla Facoltà di teologia dei gesuiti a Bruxelles» (8). Così ci vengono presentate dal direttore della rivista Nouvelle revue théologique, dalla quale sono estrapolati gli articoli che formano i 5 capitoli del libro.

In essi, «facendo appello al doppio contributo della psicologia sistemica e della spiritualità vissuta» (9), si affrontano crisi, patologie e progressi della vita consacrata proponendo un’attenzione che sappia considerare le dinamiche di gruppo delle comunità senza perdere di vista i bisogni e le esigenze delle sin­gole persone.

Nel primo capitolo, la dottoressa Struyf, applicando alla comunità religiosa acquisizioni della psicologia sistemica, mette in guardia dal rischio di focalizzare l’attenzione dei suoi membri solamente al lavoro e al servizio apostolico e missionario, dimenticando che il benessere del gruppo passa anche e in ma­niera considerevole dalla cura dei bisogni affettivi e psichici di chi ne fa parte. Questo significa porre un accento sulle dinamiche relazionali, mosse da desideri e aspettative spesso inespresse e tuttavia determinanti per la salute della comunità, giacché anche i gruppi umani «possono ammalarsi e guarire» (13).

Qui, come nel capitolo successivo, si pone particolare enfasi sul ruolo di chi esercita autorità, ponendo sul tavolo il tema della necessità di un «potere sano» (21) come elemento di particolare importanza per il bene del “sistema” gruppo. Le caratteristiche di ogni sistema vengono applicate al vissuto della comunità religiosa, con i suoi miti necessari, i confini da costruire e custodire senza irrigidimenti (cf. 38), l’identità più o meno forte. Può sembrare eccessivo, ma il testo ha invece il pregio di non occultare la triste evenienza di una comunità malata, nel caso di una cattiva gestione del contesto sistemico, nel quale «ognuno ha potere» (31) e deve decidere come esercitarlo.

La prospettiva, che tiene conto dell’ambito personale, ma lo inserisce in un più ampio orizzonte relazionale e istituzionale, diviene un adeguato pre­ambolo per affrontare nel terzo capitolo il delicato tema degli abusi nella vita religiosa. Comprendiamo quindi che l’intera opera risponde alla dolorosa si­tuazione che negli ultimi anni ha sconvolto l’intero corpo ecclesiale, anche nell’ambito culturale francofono da cui ci giunge questo contributo (cf. 5 e 9).

Si afferma con decisione la necessità di una formazione che sappia entrare in profondità dentro le tematiche inerenti la maturazione umana, affettiva e spiri­tuale, per cui sono chiamati in causa soprattutto superiori e responsabili della formazione di seminari e case religiose. Il richiamo a un lavoro personale su sé stessi proprio per coloro che accompagnano altri, con esemplificazioni concrete in «alcune situazioni pastorali» (51), è la naturale proposta (e tuttavia ancora troppo disattesa) affinché le relazioni – che sono l’unico vero ambiente formativo – educhino a una libertà e responsabilità che prevengano alla radice possibili condizioni abusanti. Infatti, «l’autorità dei formatori, quando è molto affermata o, al contrario, troppo poco presente, può diventare un dominio sulle libertà da formare o, inversamente, un permesso tacito di attraversare confini sempre più sfuggenti» (44).

Esistono vari tipi di abusi, e quello sessuale è purtroppo solo la punta dell’iceberg. Pensando alla drammatica e sottile manipolazione delle coscienze che si può esercitare nell’accompagnamento spirituale e nella confessione, e identificando le religiose tra i soggetti più deboli e più a rischio, soprattutto in contesti culturali maschilisti, suor Noëlle indica con forza nel quarto capitolo i confini da rispettare per un presbitero dentro il delicato spazio del sacramento della riconciliazione, chiedendosi in che modo e misura sia bene dare «un consiglio spirituale» (59). Evidentemente sono ancora troppe le situazioni in cui l’asimmetria di questo rapporto assieme al contesto di segretezza che lo caratterizza favoriscono abusi di potere, anche spirituali.

Infine, la stessa autrice, a partire dall’esperienza di accompagnamento di realtà situate nel continente africano oltre che europeo (cf. 65-66), mette in guardia dall’idealizzazione di nuovi processi vocazionali in contesti culturali nuovi e denuncia la difficoltà a una autentica inculturazione. Questo pone seri dubbi sulla crescita e sull’identità della vita consacrata, circa la quale l’articolo focalizza quattro ambiti molto concreti di verifica: la coscienza di una identità ecclesiale da parte dei consacrati, l’effettiva maturità umana dei giovani at­tratti da questa vocazione, il rapporto con la società civile, la capacità di vivere con libertà l’attaccamento alla famiglia di origine.

Noëlle Hausman − Dominique Struyf, La Vita consacrata. Luci e ombre di una vocazione, EDB, Bologna 2019, 80 pp., 12,00 euro. Recensione pubblicata su Teresianum 71(2020)2, 479-481.

 

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