
Leggendo la sintesi per la terza assemblea sinodale in Italia del 25 ottobre sono rimasto perplesso e deluso dal documento preparatorio.
Un’enfasi sproporzionata alla fase di ascolto: un eccesso di autocontemplazione per l’ascolto, quasi che la cronistoria dei 51 appuntamenti del cammino sinodale, pubblicata in appendice e allegata al documento (24.11.2013 – 25.10.2025), sia un merito eccezionale. Una specie di Concilio allargato, al cui cospetto il Concili ecumenici impallidiscono.
Ripercorrendo la sintesi
Sono anche esaltati «i segni di speranza» citati nell’Introduzione come manifestazioni speciali, quando sono ovvie in clima di Chiesa: generosità pastorale, prossimità tra presbiteri, diaconi e fedeli, la capillarità del reticolo parrocchiale, l’impegno educativo e sociale (n. 3).
Con lucidità sono state indicate «le situazioni di fatica», in altre parole «i punti di crisi» della religiosità in Italia: calo della partecipazione, non trasmissione della fede tra generazioni, non responsabilità nella comunicazione della fede da parte dei genitori, nostalgie clericali, ritrosia nei confronti delle donne per l’accesso a incarichi ecclesiali, individualismi e campanilismi, diminuzione della rilevanza religiosa della voce ecclesiale (n. 4).
Nessun accenno alle cause dei problemi «seri» per una società che considera la fede come fatto individuale e «opzionale». Senza guida e autorevolezza esterna. Una crisi profonda che segna la vita della Chiesa.
Nell’opinione pubblica, e nella conseguente informazione, le uniche notizie di religione riguardano il Romano Pontefice, le cui parole sono accolte o respinte con letture culturalmente preconcette. La vita del «popolo di Dio» culturale, sociale, morale è semplicemente ignorata, salvo emergere negli «scandali», economici e sessuali, del clero e dei credenti.
L’approccio al tema della sinodalità è tutto interno alla Chiesa, ricordando il Concilio Vaticano II che chiama la Chiesa ad essere «segno profetico della comunione quale fine ultimo della storia, del sogno di Dio per l’umanità» (n. 12). In questa dimensione di «conversione, a livello comunitario, personale e strutturale» è possibile entrare «in uno stato permanente di conversione pastorale e missionaria» (n. 13).
Da queste premesse la sintesi elabora le scelte da compiere per l’annuncio, per la pluralità dei soggetti corresponsabili, per i luoghi particolari, con la capacità di dialogo (n. 15).
Nel proseguo dell’Introduzione si specificano i temi trattati: la missione che è proclamazione del “Regno”; la corresponsabilità differenziata nella Chiesa, i luoghi delle presenze, in clima ecumenico (nn. 15-19).
Purtroppo, la sintesi non fa cenno ad una vera e propria riforma della Chiesa. Si sforza di alleggerire le contraddizioni esistenti all’interno e fuori della Chiesa, ma non affronta temi fondamentali, dottrinali e giuridici, dell’agire della Chiesa stessa.
A chi è rivolto il messaggio?
Una prima ed evidente contraddizione è lo sguardo rivolto sempre e comunque all’interno ecclesiale. Il mondo è assente. I problemi di relazione si fermano alle condotte di chi, pur essendo legalmente cristiano, è considerato destinatario di una innovazione dell’agire ecclesiastico. Da qui l’equivoco di non sapere chi sono i destinatari del messaggio stesso.
Nell’agire ecclesiale ogni pastore deve affrontare la «consistenza della fede». Spesso è una fede frantumata, esplicita, ma vissuta in termini personali, senza capirne origine, sviluppi e partecipazione. Gli esempi sono molti: dalla celebrazione del battesimo, all’assenza del sacramento della penitenza, fino alla partecipazione massiccia della pietà popolare e della celebrazione dei funerali, con l’accoglimento dell’eucaristia. Una zona ambigua che non si riesce a definire se nella misericordia o nella rigidità.
L’indicazione alla formazione è un’ipotesi vana. Un problema che tutti vivono, ma che nessun approfondimento teologico o autorevole ha avuto l’ardire di affrontare.
Un esempio minore è la scelta dei padrini per il battesimo e la cresima. A volte non si riesce a trovare due adulti “in regola”. Qualcuno ha stilato un programmino con risposte “cattoliche”, salvo dover discutere con i genitori che hanno altri richiami di parenti e amici. Non si tratta di schermaglie marginali, ma di vita vera nelle comunità parrocchiali.
Clero e laicato
Il secondo problema non affrontato è la distinzione tra laicato e clero. In diritto, la distinzione è netta, almeno teoricamente, tra i poteri di santificare, di insegnare, di governare.
Se, a proposito del potere di ordine è invalicabile il limite dell’amministrazione dell’eucaristia e della penitenza, perché riservata unicamente a chi ha ricevuto il sacramento dell’ordine, le forme pratiche di culto sono affidate a rigidità e a “concessioni”, di volta in volta aggiornate. In questo contesto va definita la questione del diaconato delle donne. Tale diaconato fa parte del sacramento dell’ordine, ma che valore ha la suddivisione dei gradi del sacerdozio? È legge divina o legge ecclesiastica?
Così per l’insegnamento. Si parla di autorità dottrinale, ma anche del sensus fidei popolare. Si ondeggia tra il ricorso alla parola di Dio e al magistero ordinario. Il catechista nel suo compito è insegnante o la suora alla quale è affidato il compito di guidare una comunità che non ha possibilità di un presbitero, esercita il potere di insegnamento?
Infine, il potere di governare è diventato una riserva di caccia (anche onerosa) del clero, con la partecipazione quasi sempre opzionale dei battezzati. Eppure, si tratta sicuramente di leggi ecclesiastiche che resistono ad ogni conversione. Nel campo del governo si intrecciano autorità territoriali, locali, nazionali, rapporti primaziali.
L’ultima riforma delle strutture ecclesiali è ferma al Concilio di Trento. Aggiornata, ma rimasta tale nelle strutture. Nessun cenno ai confini ottocenteschi delle diocesi e delle parrocchie; nel frattempo, le organizzazioni scolastiche e i centri di spesa hanno stravolto i movimenti delle persone.
La conclusione popolare, con qualche fondamento, vive la Chiesa come un’organizzazione clericale, composta da uomini celibatari, non privi di vizi.
Per i ragazzi, cresciuti nel benessere e nella tutela, non si può offrire formazione senza il sogno della fede evangelica.
La speranza, con la preghiera allo Spirito dall’Assemblea sinodale, è che esca la proposta di una «Chiesa domestica». Ne abbiamo memoria dagli Atti e dalle Lettere di san Paolo. In un brano è scritto: «Tu, uomo di Dio, tendi alla giustizia, alla pietà, alla fede, alla carità, alla pazienza, alla mitezza» (1Tim 6,11).
Il ritorno alle parole dell’Apostolo consolano perché offrono uno sguardo non solo religioso, ma anche umano del cristianesimo. Non è riferito solo al clero, ma ad ogni cristiano. È quanto ci aspettiamo che gli altri facciano con noi.
È un progetto difficile, ma non può essere dimenticato per le piccolezze di relazioni molto umane e anche insignificanti della nostra organizzazione ecclesiastica. Uscire dalla mediocrità è la speranza della fede viva. Ricordiamo – come ha scritto Leone XIV nell’esortazione Dilexi te – le riforme benedettine, cluniacensi, cistercensi, francescane, fino a Madre Teresa di Calcutta. Una speranza e un impegno.






Vabbè ma stiamo parlando di uno strumento che esprime percentuali di tipo Nord Coreano, non siamo in Italia. Zuppi come Kim Jong un.
Mozione votata dalla Seconda Assemblea sinodale: 854 votanti, con 835 favorevoli; 12 contrari; 7 astenuti.
Il Card. Zuppi ha il controllo completo e totalitario del Cattolicesimo italiano. Le assemblee sinodali si rivelano quindi delle sceneggiature.
Ho letto l’articolo in questione, i commenti si alternano tra punti di vista e prese di posizione. Per quanto riguarda la sinodalità, i cristiani credenti come anche coloro praticanti e non credenti, non pone risposte sul come dove e quando fare per cambiare la Chiesa. Più che altro pone tematiche, rispondendo ai quesiti, ma non risolvendo, perché sta all uomo di fede leggere, meditare e riflettere sulle risposte del Sinodo alla luce del cammino di fede. Tutti abbiamo problemi nelle Parrocchie, come tutti non sappiamo come affrontare il discorso della testimonianza e dell evangelizzazione, ma tutti possono avere la capacità e la volontà della scoperta. Scoprire significa riconoscersi cristiani peccatori, desiderosi di approfondire la Parola per renderla appetibile a chi ci ascolta. Una Parola educante, insegnante, eticante, socializzante porta comunque ad una risposta per la fede è affidarsi e attendere con pazienza e umiltà per come affrontare le difficoltà del tempo. Non ci aspettiamo dalla Sinodalità la svolta, se della nostra vita non ci sia una svolta comportamentale.
Appunto, condivido. Mi impegno ad accettare il risultato finale e a metterlo in pratico, ma queste discussioni mi deprimo non terribilmente e mettendo sempre tutto in discussione spingono al ripiegamento più che all’apertura creativa.
Suggerimenti non ne ho, vivo la crisi post pandemia della nostra parrocchia con una certa malinconia. Cerchiamo di non abbandonarla del tutto mantenendo un legame con la nostra comunità locale, sinodo per me è soprattutto questo, riscoprire il cammino comune in un periodo in cui tutto spinge verso l’individualismo..
E’ prevista una fine del cammino sinodale e una esortazione riassuntiva in tempi ragionevoli?
Mmh, sono più d’accordo con Pietro che con padre Vinicio Albanesi e don Domenico Marrone. E’ vero, come ho scritto nel mio articolo, che c’è più di un elemento che non aiuta la Chiesa ad essere pienamente e vivamente “ad extra” e, di conseguenza, ad essere capace di gestire i conflitti. Ma che il testo colpisca e affondi, in modo anche profetico, è confermato anche solo dalle reazioni scomposte della Costanza Miriano e della Nuova Bussola Quotidiana sul paragrafo relativo alle questioni LGBTQ+
Mamma mia che fatica e che noia cercare di capirvi… Gesù guarda giù ti prego
Il Documento di sintesi del Cammino sinodale delle Chiese in Italia avrebbe potuto rappresentare una svolta; si rivela, invece, una resa elegante. Intitolato Lievito di pace e di speranza, esso propone un fermento che non lievita e una pace che sa di irenismo: una calma apparente che placa più che guarire.
Pagina dopo pagina, si percepisce la mano di chi non vuole turbare alcuno. Le questioni decisive — corresponsabilità, ruolo delle donne, povertà, crisi della fede, sessualità, esercizio del potere — vengono evocate con garbo e subito accantonate, come se approfondirle fosse sconveniente. Il linguaggio, sorvegliato e diplomatico, non offende perché non difende nulla: un’eleganza che finisce per disinnescare la forza del Vangelo.
Il testo intende farsi eco del popolo di Dio, ma raramente si fa voce dello Spirito. Si parla molto di “ascolto”, ma poco si ascolta la Parola nella sua radicalità. Ne emerge una Chiesa più preoccupata di non scontentare che di convertire, più incline a mediare che a testimoniare. Quando la verità affiora, viene subito neutralizzata da un “però”: è una Chiesa che non brucia perché teme di ardere.
L’intero documento è attraversato da una teologia della quiete: confonde comunione con conformità, misericordia con neutralità, dialogo con rinuncia. Il “camminare insieme” diventa un fine in sé: non importa dove si vada, purché non si creino tensioni. È una pace costruita sull’elusione delle domande scomode, una fraternità che teme il conflitto più del peccato. L’irenismo si trasforma così in un meccanismo di autoconservazione che disattiva la profezia e riduce la missione a manutenzione dell’esistente.
Alla crisi, il documento risponde con strutture: tavoli, osservatori, équipe, percorsi. È come se si volesse pianificare la Pentecoste, regolando l’ardore apostolico mediante verbali e procedure. Una burocratizzazione dello Spirito. Ne risulta un modello ecclesiale che amministra processi invece di generare vita, più attento alla coerenza dei metodi che al rischio del Regno.
Il documento non divide, ma nemmeno accende; è un lievito che non fermenta, una pace che non inquieta, una speranza che non converte. Il popolo di Dio non desidera una Chiesa pacificata, ma una Chiesa vera: capace di conflitto perché capace d’amore. La pace evangelica non nasce dal compromesso, ma dalla Croce. Finché “sinodale” significherà “diplomatico”, la profezia resterà prigioniera del linguaggio delle relazioni pubbliche.
Lievito di pace e di speranza ci consegna, così, un monito severo: la pace senza verità non è comunione, ma paralisi. Il testo riflette il cammino compiuto e offre elementi utili di discernimento, ma merita ancora di essere discusso con quella lucidità che distingue il consenso dall’assenso. Il consenso implica una partecipazione convinta e corresponsabile; l’assenso, invece, può ridursi a un’approvazione tacita, espressione di delega o di passività.
Il documento resta prigioniero del linguaggio dell’equilibrio: ha scelto la mediazione al posto della profezia, la gestione al posto della passione. Tuttavia, proprio perché incompiuto, può divenire occasione di discernimento, purché il dibattito ecclesiale sappia accoglierlo con libertà e franchezza evangelica.
Forse, la vera conversione sinodale consisterà nel superare l’autoreferenzialità per ritrovare la capacità di ascoltare Dio nel mondo, non solo nei propri documenti. Solo una Chiesa che rinuncia a contemplarsi e torna a lasciarsi guardare da Cristo potrà dirsi realmente sinodale: in cammino con l’umanità, e non semplicemente in cammino su se stessa.
Mah sono basito nel leggere certi commenti. Non credenti che parlano della Chiesa, gente che dice che la Chiesa e’ rimasta quella di Trento. Io rispondo che un non credente non può apprezzare la vera Chiesa in caso contrario la Chiesa sta sbagliando . Magari la Chiesa fosse quella di Trento e il vaticano secondo fosse stato solo un incubo, purtroppo non e così. Io credo che questo papa dovrebbe essere più coraggioso nel ricostriuire una chiesa distrutta da Bergoglio. Quelli che non sono d’accordo studino bene le scritture e non seguano teorie filo protestanti e modernista tipo quelle di Karl Ranher
Bravissimo! Occorre tornare alla vera fede ed alla vera liturgia. E poi allo studio della dottrina e di san Tommaso d’Aquino che negli ultimi decenni è stato espulso da seminari e facoltà teologiche. Si leggono di più Rahner ed Hegel che non Agostino e Tommaso. Il modernismo e la massoneria hanno devastato la vigna del Signore. Ma la Madonna vincerà
Ma voi che tanto cianciate di San Tommaso d’Aquino avete mai provato a leggere qualcosa di quello che ha scritto?
Io mi meraviglio invece di tanto commenti , giudizi e o critiche , comprensibili ,a altrettanto niente , semplicemente perché espressi da persone profondamente “ignoranti” di conoscenza biblica , delle più elementari norme cristiane che regolano la congregazione cristiana , che deve essere ESENTE di clero e di gerarchie ecclesiastiche politiche e di potete , energizzate essenzialmente dal dio denaro …. e dall’immoralità sessuale. Ma un corso biblico vi farebbe di un bene pazzesco. E per farlo , non serve denaro…ma solo onesta , lucidità , umiltà e modestia. Ve lo dice un docente biblico.
Che tristezza di commento indefinibile…
Guardi, io invece spero che la nostra Chiesa venga apprezzata dai non credenti, in modo che perlomeno partecipino in qualche modo alla vita delle nostre comunità anche se non si convertano, affinché partecipino dei benefici che si irradiano da Cristo Signore
Credo si riferisse al “non credente” che scrive regolarmente qua e non mi sembra particolarmente entusiasta della vita delle nostre comunità. (sempre che questa pagina possa essere considerata “comunità”) .
Si prega poco lo SPIRITO SANTO che illumini i nostri eccelsi cristiani, nel capire e volere la volontà di Dio. Dio che è Padre ascolterebbe di più I Suoi figli…
“Un’enfasi sproporzionata alla fase di ascolto: un eccesso di autocontemplazione per l’ascolto, quasi che la cronistoria dei 51 appuntamenti del cammino sinodale… sia un merito eccezionale. Una specie di Concilio allargato, al cui cospetto il Concili ecumenici impallidiscono”: certamente è proprio così in quanto per secoli la Chiesa è stata prettamente clericale e se voleva partire con il piede giusto verso il sinodo, bisognava, con onestà intellettuale e umiltà, fare mea culpa invece è come nulla fosse successo in 17 secoli di Chiesa Costantiniana. Sembrerebbe che i presbiteri, men che meno i cosiddetti laici, non abbiano la conoscenza della storia del cristianesimo visto l’affetto della maggioranza dei cattolici al ” si è sempre fatto così”, come fosse stata una volontà divina fin dall’inizio, l’ignoranza miete vittime anche in questo campo.
Quindi secondo lei la Chiesa ha sbagliato per 1700 anni, ed essendo per dogma la Chiesa (almeno la parte divina) indefettibile, significa che Dio ha sbagliato per 1700 anni (o ha preso in giro l’uomo, non so cosa sia peggio). Poi per fortuna si è arrivati all’Illuminismo e al modernismo, e ora sì che non si sbaglia più…al massimo c’è solo qualche nostalgico (o indietrista, per dirla alla Francesco) che comunque impedisce alla Chiesa finalmente di dire la cose come stanno su donne, sessualità ecc. Penso di aver riassunto bene …
Benissimo Ambrogio! Mi ha rubato le parole dalla tastiera. Condivido pienamente, sembra che per alcuni la Chiesa sia nata negli anni sessanta del secolo scorso e che quelli che ritengono ancora vero quello che c’e scritto nel catechismo di Trento o in quello di Pio X o in quello del 1992 siano fuori dalla neo Chiesa e che tutta la dottrina sia ormai da rivedere in ossequio al mondo moderno. Altro che sinodo, qui si deve ripartire dalla fede e dai fondamenti cattolici. Più preghiere meno gay pride!! Più offerte ai veri missionari e meno 8×1000. W Cristo Re
Dio il cui nome appare oltre 7000 volte negli antichi manoscritti , non sbaglia MAI.
L’ uomo che fa sempre si erge come un dio….si è preso la briga di torcere le scritture e di trasformare la congregazione cristiana in una “spelonca di ladroni” ..per usare le dirette parole di Gesù Cristo. Il tutto a partite dal 3 secolo DC.
Dal concilio di Nicea in poi in special modo.
Lo sapevi? Studia la Bibbia e lo scoprirai .
E scoprirai anche il destino di questa e delle altre chiese .
L’ Eucaristia non può essere oggetto di appropriazione indebita del clero nella forma totalizzante con cui viene detenuta oggi. Bisogna approfondire il senso delle epiclesi, parti fondamentali di ogni Preghiera Eucaristica.
Ma soprattutto bisogna modificare il canone 129 .1 e.2.
Al vescovo compete il munus pascendi (cfr. Benedetto XVI ai vescovi cinesi) gli altri tria munera non appartengono al clero sic et simpliciter ma ad ogni battezzato, sacerdote, re e profeta.
Mi sembrano critiche ingiuste queste. Non era mai successo che la chiesa partisse per un viaggio come questo. E’ evidente che se non si curano le ferite interne difficilmente si potrà essere credibili esternamente. La chiesa aveva bisogno di concentrarsi su se stessa per tornare credibile. Questa è stata la logica con cui ho partecipato ai gruppi sinodali locali.
Niente di nuovo sotto il sole e, di conseguenza, nessuna delusione: ormai si sa che la chiesa cattolica non ha il coraggio di cambiare, nonostante le esigenze del mondo attuale lo richiedano con urgenza, e preferisce restare ferma su posizioni arretrate e ingiuste. Non si stupisca né di dolga, poi, se tanti fedeli (fedeli, spesso, per scelta altrui perché battezzati da neonati) giustamente la salutano.
Complimenti! Non sei credente… ma sei l’unico che ha votato una frase biblica “non c’è nulla di nuovo sotto il sole”… Parole del saggio re Salomone, figlio di Davide, in Gerusalemme .
D’accordo con te su parecchie cose scritte 👍
Per tutti quelli che non riescono a capire chi sia e cosa voglia il nuovo Papa metto questo commento sul blog di Queriniana che mi sembra il più esplicativo. Premesso che le perplessità dei bergogliani stretti mi sconcertato dato che tratta letteralmente di un suo delfino. Forse conoscere le differenze tra Gesuiti e Agostiniani aiuta. Le diversità di carismi, di teologie, e di spiritualità delle varie esperienze religiose sono una ricchezza, poi ognuno è liberissimo di scegliersi quella che vuole, se proprio non sopporta l’attuale pontefice ripieghi su altra figura di riferimento. L’importante è lasciare che quello che non ci piace possa anche di pochissimo interrogarci, perché magari è un richiamo a rivedere qualche errore e mantenerci aperto all’Altro.
https://www.queriniana.it/blog/un-papa-che-sa-dove-andare-587
Davvero interessante. Leggere don Vinicio fa piacere. Condivido tutto, ogni punto. La sinodalità sta diventando un’occasione persa – ma chissà se lo è mai stata – di cambiare profondamente la Chiesa, che è anche in Italia (https://iltuttonelframmento.blogspot.com/2020/10/cattolicesimo-borghese3.html). Non comprendo bene cosa ne sarà del Sinodo con questo Papa anche perché lui nella sua prima intervista ha dichiarato che non si tratta di cambiare le strutture della Chiesa – le quali, pertanto, rimarranno le stesse di Trento, di 500 anni fa – ma di uno stile nuovo (quale? non è dato sapere per ora).
Per l’attuale Papa sinodo non significa dare ad una microscopica rappresentanza il diritto di rivoltare la Chiesa come un calzino, ma vivere i cambiamenti che questo tempo dolorosamente ci porta insieme. Anche molto molto concretamente. C’è guerra, povertà, rancore sociale, facciamo in modo di dare il nostro contributo di pace e solidarietà nella nostra vita. Non esiste bacchetta magica che ci renda tutti più buoni, a volte non capisco nemmeno cosa ci si aspetti dalla Chiesa. Prendi il discorso sulla Pace: cosa cambia che si cerchi di attuarla puntando sulla Profezia (condannando con una lunga lista della spesa X o Y) piuttosto che sul Dialogo? Non è sempre lo stesso scopo? Cercate di riportare un minimo di speranza a chi soffre?
Mia nonna diceva sempre pensa ai peccati tuoi che ne hai abbastanza senza dover controllate quelli degli altri..