La “teologia della speranza” è ancora attuale?

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moltmann

Il terzo fascicolo di Appunti di Teologia, Notiziario del Centro Germano Pattaro di Venezia (cf. qui il sito ufficiale) è dedicato al tema giubilare della speranza («Una speranza affidabile») ed è frutto di un ciclo di incontri promossi dal Centro la scorsa primavera. Due saggi sono dedicati alla figura del teologo Jürgen Moltmann e al suo volume Teologia della speranza, uscito nel 1964 e tradotto in italiano nel 1972, primo e forse più importante contributo di un teologo su questo tema nel Novecento. Riprendiamo di seguito, per gentile concessione del Direttore, il saggio di Dieter Kampen, Presidente dell’Accademia degli Studi Luterani in Italia e pastore della Chiesa Evangelica Valdese di Bolzano (Appunti di Teologia 3/2025, pp. 10-12).

Se ci interroghiamo sull’attualità di Jürgen Moltmann, dobbiamo innanzitutto ricordare che Moltmann è deceduto l’anno scorso e quindi lo potremmo considerare un teologo contemporaneo. Tuttavia, Moltmann è mancato all’età di 98 anni ed ha pubblicato la sua opera fondamentale sulla speranza nel 1964, cioè prima della mia nascita, per cui, da un’altra prospettiva, ad esempio la mia, appartiene anche al passato. Per rispondere in modo più articolato al quesito affrontiamo con ordine i momenti salienti della sua vita e della sua teologia della speranza.

Cenni biografici

Moltmann nasce ad Amburgo l’8 aprile 1928 in una famiglia non particolarmente religiosa. Giovanissimo viene arruolato e, impegnato nell’antiaerea tedesca, vive il bombardamento di Amburgo, la cosiddetta Operazione Gomorra, che mira alla distruzione della città in proporzioni bibliche. Moltmann sopravvive per un pelo, mentre un compagno accanto a lui viene ucciso da una bomba.

Dal 1945 al 1948 passa tre anni come prigioniero di guerra in Scozia, dove viene a sapere di Auschwitz e delle atrocità dei tedeschi. Qui comincia anche a leggere la Bibbia e, quando nel Vangelo di Marco arriva alla crocifissione e al passo in cui Gesù esclama: «Dio, Dio, perché mi hai abbandonato?», si sente compreso, sente Dio vicino e presente e sente per la prima volta dopo tanto tempo qualcosa di simile alla speranza. Da qui inizia il suo percorso di teologo e mi sembra importante che in queste esperienze biografiche sia contenuto già il nucleo della sua teologia.

La sua teologia non è solo il frutto di studi teologici teorici, ma parte dalla vita. Infatti, è caratteristica della sua opera il fatto che il suo linguaggio sia diretto ed efficace e i suoi temi siano orientati al reale e rispecchino le domande del suo tempo. Inizia i suoi studi teologici ancora in prigionia, per poi proseguirli a Göttingen. Dal 1952 è pastore a Brema, per diventare poi professore, prima nel 1957 a Wuppertal, poi nel 1963 a Bonn e nel 1967 a Tubinga, dove si stabilisce definitivamente.

Studia il pensiero di Karl Barth e lo ritiene già una teologia completa, ma nel 1957 si accorge dell’importanza trascurata dell’escatologia grazie al teologo olandese Arnold A. van Ruler. Occupandosi di escatologia, scopre la filosofia di Ernst Bloch e la sua opera Il principio speranza, in cui Bloch afferma che il presente non è solo determinato dal passato, ma anche dal futuro, o soprattutto dal futuro. Questa è l’ispirazione decisiva per sviluppare una teologia che mette al centro l’escatologia, cioè la sua Teologia della speranza, che pubblica nel 1964.

La teologia della speranza

Guardare il mondo dal punto di vista escatologico significa guardare il presente dal futuro, significa mettere al centro le categorie temporali. Dio è trascendente non in senso spaziale, ma in senso temporale, cioè Dio è trascendente come futuro. Centrale diventa il concetto di “storia”. In Gesù Cristo Dio è entrato nella storia e nella sua risurrezione è già iniziata la nuova creazione, che è il futuro del mondo, ma che in Cristo è già presente. Il regno di Dio che viene è già presente nella comunità dei credenti, che nella storia vive e realizza il regno di Dio.

Testimoniare, vivere e realizzare nella storia il regno di Dio è la vera vocazione dei cristiani. I cristiani non possono quindi rimanere inattivi, ma devono adoperarsi per i poveri e la giustizia, e non solo in ambito privato, ma nella storia, cioè nello spazio pubblico e nella politica. La rivelazione stessa non è più una verità atemporale, ma diventa storia, diventa dinamica, viva, una dinamica in cui la Chiesa si inserisce testimoniando attivamente la verità di Dio. La storia non è il teatro della riflessione teologica, ma lo spazio in cui la giustizia deve essere realizzata. La fede non è una semplice accettazione di verità eterne, ma un cammino dinamico verso il futuro di Dio.

La storia era già centrale a partire da Hegel e anche l’apertura verso il futuro era stata affrontata già prima da Heidegger, che nella sua opera Essere e tempo descriveva l’esistenza come determinata dal passato o aperta verso il futuro. Questo concetto fu trasferito in teologia fra l’altro da Rudolf Bultmann. Quello che Moltmann critica in questa concezione è la restrizione all’ambito personale ed esistenziale, che fa della fede una cosa privata sconnessa dal mondo. Per Moltmann, l’essere umano non può essere compreso adeguatamente senza il suo contesto e, inoltre, il Vangelo non è solo un messaggio individuale, ma riguarda tutta la creazione e tutta la storia, che saranno trasformate nel regno di Dio. Moltmann distingue tre fasi della teologia cristiana.

Nella prima fase, da Agostino fino a Tommaso d’Aquino, era centrale l’amore di Dio. La risposta umana all’amore divino è a sua volta costituita dall’amore e dalle buone opere. Questa concezione verso la fine del Medioevo entrò in crisi, perché ci si chiedeva se fosse veramente possibile rispondere adeguatamente all’amore di Dio. Perciò la Riforma protestante mise al centro la Parola di Dio. La risposta umana alla Parola divina è la fede. Ma anche il concetto della Parola andò in crisi, per cui Moltmann si concentra su un Dio che è presente come colui che viene. La risposta umana a un Dio che viene è la speranza.

Naturalmente, le tre virtù fede, amore e speranza sono interconnesse e dove c’è una ci sono anche le altre, ma la questione è quale sia quella che fa da tramite tra l’uomo e Dio. Questa precisazione serve a sottolineare che la teologia della speranza non si ottiene semplicemente aggiungendo qualche pezzo mancante alla teologia tradizionale, ma rappresenta un cambiamento paradigmatico ed epocale, in cui tutta la teologia viene sviluppata dalla prospettiva escatologica.

Il libro, pubblicato nel 1964, ebbe da subito un grande successo. Ricordiamoci che gli anni Sessanta erano un periodo pieno di speranza. I giovani non volevano ritornare allo status quo anteguerra, ma volevano una società migliore. C’era il Concilio Vaticano II. In America, Martin Luther King protestava contro la segregazione razziale. Il libro incontrò perfettamente lo spirito del suo tempo. A volte, però, soprattutto in America, questa teologia fu inserita con troppa facilità in uno spirito ottimista di progresso e prosperità.

La theologia crucis

Per questo motivo, ma anche perché i movimenti progressisti iniziarono a subire le loro prime delusioni, Moltmann, nel 1972, pubblica la sua seconda opera principale, Il Dio crocifisso. Sebbene Moltmann si sia autodefinito un teologo riformato di spirito ecumenico, questo titolo riprende chiaramente una posizione prettamente luterana. Infatti, si ispira alla theologia crucis di Lutero.

Tuttavia, Lutero, quando scrive che Dio muore sulla croce, fa riferimento alle due nature di Cristo, mentre Moltmann sviluppa soprattutto le implicazioni trinitarie, sottolineando l’abbandono del Figlio nella morte in croce e il dolore del Padre per il Figlio morto. La croce non è solo un evento cristologico, ma riguarda anche Dio Padre e lo Spirito, che procede dalla loro relazione. Dio non sta al di sopra della sofferenza umana, ma vi partecipa per amore. Così si sviluppa una dinamica intratrinitaria in cui tutto il dolore umano e il sentimento di abbandono sono inclusi, per poi essere trasformati in gioia mediante la risurrezione.

La croce e la risurrezione sono quindi due lati della stessa medaglia, e il cristiano trova Dio nella croce. Dio è vicino a chi soffre, e da qui nasce la speranza. Questo pensiero della theologia crucis, che in qualche modo corregge un’interpretazione troppo ottimista della teologia di Moltmann, viene ripreso anche in seguito. Mentre il suo primo libro aveva uno spirito più ottimista, in un saggio scritto nel 2000 per il passaggio al nuovo millennio, scrive:

Il progresso di questo secolo è disseminato di rovine e di vittime, e nessun futuro storico riuscirà mai a bonificare tante sofferenze, così come nessun futuro migliore ci potrà mai assicurare che quelle sofferenze non sono state vane. […] In ogni caso, il XX secolo, confrontato con quello che lo ha preceduto, insegna almeno una cosa: che è impossibile portare a compimento la storia nella storia. Nessun futuro storico ha in sé il potenziale necessario a tale scopo. E poi, è impossibile che la storia si compia ad opera dell’uomo, quando l’uomo stesso non è che essere storico.

Queste parole escludono chiaramente che la speranza possa basarsi su qualsiasi progresso tecnologico, economico o morale. Solo Dio, che risuscita i morti, può dare un senso alla storia e quindi speranza. Questo Dio è il futuro del mondo e ci incontra nel presente come Colui che viene, e in quanto tale può determinare la speranza e l’agire di chi è aperto al futuro.

Ulteriori sviluppi teologici

Il terzo libro principale, La Chiesa nella forza dello Spirito, esce nel 1975 e descrive la Chiesa come una comunità dell’esodo. Come Dio guidò il suo popolo d’Israele dalla schiavitù d’Egitto, così guida la Chiesa nel futuro, rompendo con sicurezze materiali e convenzioni antiquate. La comunità dei credenti è lo spazio della presenza dello Spirito e anticipazione del Regno.

Sono poi degni di nota due libri sul suo concetto di Trinità, con cui cerca di superare la critica ateista e, dal 1980 al 1995, cinque contributi sistematici di teologia che costituiscono una sorta di dogmatica incompleta.

Negli anni successivi, propone anche una teologia ecologica in cui sviluppa ulteriormente la connessione tra gli esseri umani e l’intera creazione. Mette in discussione l’antropocentrismo e propone una visione del mondo come casa comune, in cui l’uomo è chiamato a custodire e rispettare la natura, in quanto tutto il cosmo e non solo l’uomo sarà trasformato nella nuova creazione.

Moltmann si interessa per lo sviluppo di varie chiese evangeliche in tutto il mondo e coglie l’importanza della pneumatologia a cui dà ampio spazio.

In vari contributi Moltmann si confronta con l’ateismo, a cui contrappone il suo concetto di Trinità che supera la separazione tra Dio e umanità che caratterizza molti concetti di monoteismo.

Un altro tema importante negli ultimi decenni della sua riflessione è la teologia della libertà, esplorando il concetto di vita piena, intesa come partecipazione alla vita di Dio, che è relazione, gioia e libertà. Qui si distacca da visioni che vedono la vita cristiana come una mera obbedienza o sottomissione, insistendo invece sul fatto che Dio vuole la libertà e la gioia delle sue creature.

In sintesi, possiamo dire che Moltmann, pur rimanendo fedele al suo paradigma iniziale, sviluppa la sua teologia per tutta la vita, esplorando nuovi campi e rimanendo in contatto con il mutare dei tempi.

L’attualità della teologia della speranza

Rimane la questione dell’attualità della teologia della speranza.

Innanzitutto, va detto che il paradigma escatologico-temporale sviluppato da Moltmann ha influenzato non solo molti teologi, ma anche molte Chiese. Ad esempio, nella Chiesa valdese, di cui faccio parte, si sente spesso il concetto moltmanniano secondo cui Dio è entrato nella storia e la Chiesa deve testimoniarlo nella storia, quindi anche nello spazio pubblico e nella politica.

L’impatto di Moltmann nel mondo è stato fortissimo e non è ancora scomparso, anche se oggi alcune sue posizioni possono sembrarci ovvie, senza che ci rendiamo conto che hanno avuto origine da lui. Ci sono degli atteggiamenti di fondo per cui Moltmann era avanti rispetto al suo tempo: non era legato solo al suo contesto della teologia tedesca, ma si interessava per le Chiese e le teologie in tutto il mondo; aveva quindi una visione globale che oggi sembra particolarmente importante. Inoltre non vedeva la teologia come funzione della propria Chiesa confessionale, ma al servizio del regno di Dio, posizione che lo rendeva naturalmente ecumenico. Mi sembra un atteggiamento molto attuale anche per superare la concentrazione sull’ecclesiologia che ingolfa l’odierno dialogo ecumenico.

Naturalmente, ci sono alcuni elementi legati al loro tempo. Penso, ad esempio, che già il termine speranza possa avere qualche difficoltà di comunicazione. Oggi molte persone ripongono la loro speranza nella medicina, che prolunga la vita, nel progresso tecnologico, che porta ricchezza, e nell’intelligenza artificiale, che dovrebbe risolvere tutti i nostri problemi.

Come già descritto, la teologia di Moltmann critica questa speranza nel progresso. Il problema è che molte persone oggi vedono guerre, distruzione dell’ambiente e povertà come problemi tecnici, che quindi devono essere risolti tecnicamente. Non comprendono che si tratta primariamente di problemi morali e spirituali, e di conseguenza non capiscono in che modo la teologia possa essere di alcuna utilità per il tema della speranza. Tuttavia, questo è un problema di comunicazione, non di sostanza.

Anche la centralità del concetto di storia potrebbe essere un problema. In una accelerazione senza precedenti futuro e passato vengono schiacciati in un presente che non ha più una storia. Comunque anche qui si tratta più di un problema di comunicazione, non di sostanza. D’altra parte sono molto attuali varie paure apocalittiche, per cui il tema escatologico potrebbe trovare ascolto.

Un altro elemento che oggi appare meno attuale è l’idea di lasciare il passato alle spalle, di uscire dalle tradizioni e convenzioni antiquate. Questo atteggiamento era sicuramente importante per la generazione del dopoguerra, ma oggi, in un tempo di crisi in cui tutto sembra sgretolarsi, non sarebbe forse compito della Chiesa salvaguardare le tradizioni e i valori del passato – almeno quelli buoni e preziosi – dalla dissoluzione totale?

Anche l’impegno politico non è più così ovvio come ai tempi di Moltmann. Se oggi si manifesta per la pace, si rischia di sostenere l’aggressione di Putin. Se si difendono i diritti della classe operaia, si finisce per promuovere la delocalizzazione dei posti di lavoro. Se si lotta per la tutela dell’ambiente, si viene accusati di danneggiare l’economia. Se si protesta contro l’energia nucleare, si viene bollati come nemici dell’ambiente. Se si difende la democrazia, si può essere accusati di ostacolare il futuro. E così via.

Molte verità che un tempo erano date per scontate e che rendevano semplice tradurre l’Evangelo in impegno politico, oggi sono messe in discussione. Oggi non è più così chiaro in che modo testimoniare e realizzare il Regno di Dio nello spazio pubblico. Queste difficoltà fanno sì che la teologia di Moltmann oggi non abbia più un impatto così immediato come nel 1964. Ciò non significa che non sia più valida. La sottolineatura dell’escatologia, la comprensione della trascendenza in termini temporali, la presenza di Dio che viene o la sua escatologia crucis sono sempre attuali.

Ci sono poi altri temi in Moltmann come il concetto di Trinità, di panenteismo, di pneumatologia, di antropologia o di ecoteologia in cui il teologo è sempre un interlocutore attuale. Quindi, se da un lato alcuni aspetti della teologia di Moltmann sono legati al loro tempo, dall’altro molte sue intuizioni erano avanguardiste e risultano ancora attuali. Inoltre, il suo approccio paradigmatico non ha esaurito la sua corsa, ma continua a influenzare Chiese e teologi in tutto il mondo.


1 J. Moltmann, Theologie der Hoffnung. Untersuchungen zur Begründung und zu den Konsequenzen einer christlichen Eschatologie, Chr. Kaiser Verlag, München, 1964. Id., Teologia della speranza. Ricerche sui fondamenti e sulle implicazioni di una escatologia cristiana, Queriniana, Brescia 1970.

2 Id., Der gekreuzigte Gott. Das Kreuz Christi als Grund und Kritik christlicher Theologie, Chr. Kaiser Verlag, München, 1972. Id., Il Dio crocifisso. La croce di Cristo, fondamento e critica della teologia cristiana, Queriniana, Brescia 1973.

3 Id., Il passo del duemila. Progresso e abisso, in R. Gibellini (ed.), Prospettive teologiche per il XXI secolo, Biblioteca di teologia contemporanea 123, Queriniana, Brescia 2003, pp. 27-48, qui p. 39. Cfr. anche J. Moltmann, Teologia politica del mondo moderno, Claudiana, Torino 2022, pp. 53-76.

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