
Don Aldo Basso, presbitero mantovano, per molti anni docente di scienze psicologiche, autore del volume Alla ricerca della serenità. Brevi riflessioni sulla vita quotidiana (Elledici, Torino 2025, 176 pp., 12 euro). Don Aldo ha risposto ad alcune nostre domande sul suo volume.
- Caro don Aldo, lei si è molto occupato dei problemi educativi relativi all’infanzia e ha scritto due libri riferiti all’educazione dei bambini. Poi ha studiato a fondo la personalità di un gigante della storia della Chiesa – personaggio da lei molto amato –, ossia papa Giovanni XXIII. Ora scrive questo libro, Alla ricerca della serenità: come e perché?
Il libro nasce come fiore modesto da tanti anni di ascolto, come sacerdote e psicologo, delle persone che sono venute a parlarmi di sé, delle loro sofferenze e delle difficoltà del vivere; questo libro è idealmente un gesto di riconoscenza e di gratitudine nei confronti di tutte queste persone, e quindi è ad esse dedicato.
Di norma, le persone in difficoltà hanno bisogno anzitutto di sentirsi ascoltate e capite; alcune di loro, inoltre, vogliono affrontare l’impervio sentiero dell’analisi per comprendere sempre meglio che cosa avviene in loro, le cause delle proprie sofferenze e i possibili interventi per rendere la propria vita un po’ più serena.
- Il titolo richiama il concetto di serenità: come definisce la serenità e a quali condizioni è possibile vivere serenamente?
La serenità è una sensazione di fondo che si sperimenta nella misura in cui i nostri bisogni fondamentali sono adeguatamente soddisfatti. È una sensazione di appagamento, di raggiungimento di obiettivi importanti, per quanto è ragionevolmente possibile nella vita.
Due condizioni sono importanti a questo riguardo: la conoscenza di sé, che si accresce con il trascorrere degli anni; e, in secondo luogo, la volontà di sentirsi responsabili di sé stessi nell’impegno di “lavorare molto su sé stessi”.
- Nel suo libro dedica più di un capitolo al tema delle relazioni interpersonali e in particolare al tema della comunicazione. Perché ritiene che questi siano aspetti fondamentali in rapporto alla serenità del vivere?
L’aver cura di sé e degli altri dipende in buona parte dalla possibilità e dalla capacità di vivere relazioni positive, tenendo presente, tra l’altro, che il modo con cui gli altri ci trattano e si relazionano con noi dipende da noi, molto più di quanto noi spesso pensiamo.
Una condizione generale che permette di sperimentare relazioni positive è stata da qualcuno ben descritta così: “Guardarsi senza sfidarsi, avvicinarsi senza temersi, aiutarsi senza compromettersi”.
- Due capitoli mi hanno particolarmente incuriosito: uno riguarda la “veracità nel parlare e nello scrivere”, l’altro “come vivere sereni pur comportandosi male”. Vuol dire qualcosa al riguardo?
Veracità nel parlare e nello scrivere è sinonimo di sincerità, semplicità, autenticità: tutti apprezziamo questi atteggiamenti negli altri; a nostra volta siamo benvoluti e stimati quando siamo percepiti come persone semplici nel pensiero, nel tratto, nelle parole. Cercare poi di non perdere la nostra serenità quando la coscienza ci rimorde per un qualche nostro comportamento è un obiettivo che spesso ci proponiamo di raggiungere, cercando però di scambiare le “buone” ragioni del nostro agire con le “vere” ragioni; in questo modo finiamo, a poco a poco, nell’autoinganno, spinti a ciò dal bisogno di salvaguardare la nostra immagine e la nostra autostima.

- L’antichissima massima “Nosce te ipsum” sembra essere il nascosto filo conduttore delle sue riflessioni. Perché lo ritiene ancora così importante?
Il concetto (o l’immagine) che sviluppiamo di noi stessi – cosa che si va definendo nei primi anni di vita e che tende a permanere nel corso degli anni successivi – ha un’importanza molto rilevante, sia perché funziona da filtro nel “leggere” e “interpretare” la realtà in modo tendenzialmente positivo o negativo in base al nostro grado di autostima, sia perché ognuno di noi agisce in definitiva non tanto in base a ciò che è e vale, ma in base a come si percepisce e si definisce.
- Nel suo testo molti sono i riferimenti a psicologi e filosofi laici moderni e contemporanei: come vede cambiato il rapporto tra cristianesimo e scienze umane?
Chi ha una visione cristiana dell’uomo e della vita può rendersi facilmente conto che ha tutto da guadagnare nel conoscere sempre meglio il funzionamento dello psichismo umano, così da sviluppare una conoscenza sempre più adeguata delle condizioni che facilitano il progresso nella carità o nell’amore, che è il comandamento fondamentale del cristianesimo. In questa prospettiva è facile rendersi conto di quanto possa essere prezioso l’apporto delle scienze umane.
- La fede cristiana pone di fronte al tema del peccato: come sacerdote e confessore, in che modo il contributo della psicologia può aiutare il sacramento della Riconciliazione?
La situazione di peccato – che si verifica quando non amiamo Dio e il prossimo come noi stessi – può essere superata nella misura in cui lo sguardo su di noi è lucido, così da prendere coscienza delle vere motivazioni del nostro agire e del grado di responsabilità che vogliamo assumerci davanti a Dio e alla nostra coscienza. In questo continuo lavoro di fare la verità su noi stessi, la psicologia può offrire un valido aiuto.
- Lei dedica spazio al tema della conversazione e dei suoi benefici effetti a fronte della sempre presente tentazione della vuota chiacchiera: ma perché ci ostiniamo a perseverare in essa?
Un’analisi psicologica della chiacchiera aiuta a comprendere i vari significati che essa può assumere e le diverse motivazioni che spingono a praticarla, come nel libro cerco sinteticamente di richiamare. Quando questo comportamento assume un carattere compulsivo e ci sembra (quasi) impossibile controllarlo, allora la prima cosa da fare non è tanto sforzarsi di evitarlo, quanto piuttosto cercare di capire il significato che ha per noi tale comportamento e quindi da che cosa esso è in definitiva determinato. Ciò permette di evitare di cadere in complessi di colpa che appaiono quasi invincibili.
- Come può essere definita, in termini psicologici, la proposta di vita di Gesù?
La risposta può essere senz’altro quella data da Gesù a chi gli chiedeva che cosa dovesse fare per avere la vita eterna. Fondamentalmente l’atteggiamento di fondo è quello di amare, che risponde al bisogno profondo di ogni essere umano, perché ciascuno di noi è fatto per tutto ciò che è amore, bellezza e verità.
- Cosa ha imparato dell’umanità e di Dio ascoltando tante persone?
Più ascoltiamo le persone, più ci rendiamo conto che la coscienza umana è, in definitiva, un mistero: nel contatto con l’animo altrui si impara ad essere umili, a ringraziare il Signore e a com-patire. Accostando la gente, quante cose si vengono a sapere che ne svelano o ne velano altre! Ho vissuto sempre ciò che le persone mi hanno raccontato di sé come un dono, ben consapevole di una verità che ricorda Raissa Maritain: «Nessun uomo al mondo è, in senso stretto, degno della confidenza di un altro uomo. Quaggiù il dono sorpassa sempre la capacità di ricevere. Soltanto il cuore di Dio può bastare».






Io ho trovato la mia serenità nel buddhismo. La fede cristiana non mi è mai piaciuta, non ci ho mai creduto e ho conosciuto tantissimi sedicenti cristiani infelici, incattiviti con la vita e crudeli con gli altri. Il buddhismo è ben altra cosa e averlo conosciuto è stato il regalo più bello e prezioso che la vita mi ha fatto.
A me invece il buddismo non ha mai convinto pensi lei…