Nessuno cammini solo

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domenico

Qualche considerazione a margine della tragica vicenda del piccolo Domenico Caliendo, il bimbo di circa due anni e mezzo deceduto sabato 21 febbraio, ricoverato all’ospedale Monaldi di Napoli, dopo un trapianto di cuore, organo poi risultato gravemente danneggiato durante il trasporto lo scorso 23 dicembre.

Prima di tutto, grazie sicuramente alla famiglia, grazie sicuramente anche alla vicinanza e saggezza del cardinale arcivescovo Domenico Battaglia, la vicenda non ha travalicato come altri casi di questi anni recenti. Casi certamente molto tragici anche loro e forse più controversi da un punto di vista clinico, che hanno scatenato opposte tifoserie. Protagonisti sempre genitori e minori: Charlie Gard (qui), Alfie Evans (qui), Indi Gregory (qui).

Vicende complesse, che si sono prestate a prese di posizione estremizzate, soprattutto per l’impossibilità di accedere a una cartella clinica e di conoscere quindi le esatte condizioni di salute.

L’Italia ovviamente non sfugge alla complessità delle situazioni. Le risorse giuridiche cui fare riferimento datano dal 2010, con la legge 38 sulle cure palliative (qui) e dal 2017 si è aggiunta la legge sul consenso informato e le Dichiarazioni anticipate di trattamento (qui). La Corte costituzionale ha depenalizzato il suicidio assistito a determinate condizioni con le sentenze 242/2019 e 135/2024, che richiedono la collaborazione del Servizio Sanitario Nazionale, escludendo l’eutanasia attiva diretta. Ci sono poi le legislazioni regionali (Toscana, Sardegna), in un quadro complesso e controverso (qui), stante la difficoltà del Parlamento a legiferare nonostante i richiami della Corte Costituzionale. La «biopolitica» è una materia complessa e delicata, che riguarda ognuno di noi, e una informazione ampia e corretta non è solo auspicabile ma doverosa.

Anche SettimanaNews si è interessata in diverse occasioni della tematica. Ad esempio ricostruendo il dibattito italiano in Parlamento (qui), quello dopo l’approvazione delle legge regionale in Toscana (qui), quello sui fondamenti culturali dei sostenitori del «diritto di andarsene» (qui) e in diverse altre occasioni.

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Per la vicenda in questione del piccolo Domenico, c’è un aspetto che è necessario cogliere e riguarda gli ultimi due giorni della sua breve vita, quando è comparsa l’espressione «cure palliative», somministrate appunto per evitare le sofferenze e collegate, in questo caso, alla sedazione profonda. La pratica clinica consolidata in questi casi, fa riferimento alla necessità di non proseguire nell’ostinazione irragionevole delle cure quando il decorso è irreversibile, ed è prassi accettata dalla Chiesa fin da Pio XII nel 1957 (qui).

Le «cure palliative» rappresentano per questi casi una straordinaria risorsa della medicina nel senso migliore del termine. Ma dobbiamo porre attenzione alla «filosofia» delle «cure palliative», per non cadere in equivoci. I protocolli internazionali validati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (qui), parlano anche di «approccio precoce». Si tratta di un aspetto importantissimo, da precisare per evitare confusioni.

Le «cure palliative» non sono le risorse del «fine vita» quando non c’è più niente da fare. In una visione corretta, vanno attivate fin dalla diagnosi, e si parla di «approccio precoce» per migliorare la qualità della vita di pazienti con malattie gravi o croniche, controllando sintomi e dolore. Non sono solo per la fase terminale, ma affiancano le terapie attive per gestire disagi fisici, psicologici e sociali del paziente e della famiglia.

L’integrazione fin dalla diagnosi (Early Palliative Care, qui) consente una migliore gestione dei sintomi fisici e psicologici, migliorando complessivamente la qualità della vita. E si sviluppa secondo un approccio multidisciplinare: coinvolgono un gruppo di lavoro composto da vari specialisti, per affrontare non solo la parte medica, ma anche le esigenze emotive e sociali, supportando il paziente nella comprensione della malattia e il nucleo familiare. E nel caso delicatissimo delle «cure palliative pediatriche» (un vero e proprio settore nel settore, particolarissimo e specifico), portano un valore aggiunto molto importante (qui).

Ma dobbiamo cogliere con esattezza il vero aspetto fondante: le «cure palliative» possono e devono intervenire ed operare fin dalla diagnosi, in una visione corretta, affiancando le terapie attive per gestire tutti gli aspetti del disagio del paziente e della famiglia.

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Per saperne di più, si possono consultare:

Libro Bianco per la promozione e diffusione delle Cure Palliative nel Mondo, a cura della Pontificia Accademia per la Vita (qui);

Libro Bianco per la promozione delle Cure Palliative in Italia, a cura della Pontificia Accademia per la Vita e della Conferenza Episcopale Lombarda, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano, 2026 (qui);

Piccolo Lessico del Fine-Vita, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano, 2024 (qui);

Tullio Proserpio, Perché nessuno cammini solo. Venti riflessioni sulla morte, San Paolo, Cinisello Balsano, 2026 (qui).

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