“Fine vita”: il diritto alla palliazione e una legge per tutti

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palliative

Ho letto con grande attenzione l’articolo di mons. Erio Castellucci sul fine vita pubblicato su SettimanaNews («Suicidio e aiuto al suicidio: una valutazione etica»). Mi ha suggerito alcune riflessioni che vorrei condividere.

Sul metodo del dibattere

Innanzitutto, mi ha colpito il tono pacato e riflessivo nell’esposizione delle considerazioni generali e delle diverse posizioni. Si tratta di una metodologia che consente di uscire dalla dialettica della contrapposizione, del sottointeso, dell’attacco a chi pensa diversamente.

La sottolineatura successiva riguarda la chiarezza dell’esposizione, attraverso la scelta delle parole e delle argomentazioni. Frequentemente su questi temi viene utilizzata una formulazione burocratica, sinuosa e incomprensibile, oppure, all’opposto, breve e incompiuta, apparentemente chiarissima, ma univocamente indirizzata, che non consente di esaminare i temi trattati.

Viene colta l’esigenza di fornire strumenti, per favorire la comprensione e la discussione su un tema che, necessariamente, interesserà tutti i cittadini.

Altrettanto importante mi sembra il riferimento alla Costituzione, sede altissima, nella quale le personalità cattoliche non pretesero l’inserimento di principi morali irrinunciabili, ma parteciparono attivamente alla stesura generale, accettando parti non condivise, ma mantenendo nel complesso un testo nel quale fosse evidente un loro sostanziale contributo.

La nostra visione sociale non può essere ristretta alla nostra comunità ecclesiale, ma deve poter comprendere, nel rispetto dei diritti di tutti, anche il rispetto di chi ha posizioni diverse. Ugualmente, però dobbiamo trovare soluzioni che soddisfino i diritti di tutti, indipendentemente dalle rispettive idee.

Se questa è la trama, possiamo trovare punti di assoluto rispetto condivisibili per tutti.

Le cure palliative in una legge per tutti

Su questo mi permetto di esprimere una visione vicina, ma non sovrapponibile all’articolo di mons. Castellucci.

Il primo punto riguarda la disponibilità di percorsi di cure palliative, già previste per legge, che possano davvero sostenere le persone, attraverso la concreta cura delle loro sofferenze, nell’affrontare i momenti finali della vita, soprattutto se difficili e dolorosi. Su questo e sulla loro gestione esiste un consenso ampio, che deve essere attuato, rendendole disponibili per tutti, nel quotidiano, nell’ambito del sistema pubblico o sotto il suo controllo.

Va tutelato il diritto di chi intenda comunque gestire il proprio fine vita, indipendentemente dalla disponibilità di cure palliative. Va quindi intrapreso un percorso che preveda una norma nazionale, uguale per tutti, alla luce di quanto previsto dalla Corte Costituzionale attualmente in vigore.

Mi hanno negativamente impressionato le forzature che, provenienti da più parti, hanno cercato di interpretare il testo della Corte con l’intento di modificarne la portata attraverso un singolo frammento, o attraverso «interpretazioni autentiche» dei diversi commi. Abbiamo anche visto comunicati stampa vorticosi, o la pretesa che, una pur autorevole risposta, formulata dal Comitato Nazionale di Bioetica, da «risposta» divenisse «norma cogente» per la quale chiedere l’abrogazione al TAR di una norma regionale, solo per una citazione imprecisa all’interno di un contesto molto più ampio.

Personalmente credo che la visione della comunità ecclesiale sul fine vita debba innanzitutto essere rispettata e fatta propria dalla comunità stessa, e non essere direttamente traslata in una norma dello Stato, che deve anche rispettare chi nella nostra comunità non si riconosce in parte o in toto.

Una norma che riconosca come percorsi disponibili il diritto alla palliazione e il diritto alla scelta del fine vita, non in alternativa e senza esclusività reciproche, può essere scritta e accettata da tutti, nella libertà delle scelte delle persone, siano esse pazienti o persone in servizio per la loro assistenza.

Il dott. Alessandro Nanni Costa, bolognese, medico nefrologo e immunologo, è stato per vent’anni direttore generale del Centro Nazionale Trapianti dell’Istituto Superiore di Sanità.

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