
Nel dibattito internazionale (non solo italiano) sulla legislazione circa il fine-vita, si inserisce un breve testo, appena pubblicato in Argentina, del Rabbino Fishel Szlajen, dottore in filosofia ed etica, nonché Accademico ordinario della Pontificia Accademia per la Vita dal 2017 – in seguito alla riforma di Papa Francesco che ha reso possibile la nomina di esperti e docenti in vari settori, anche non credenti e di diverse estrazioni religiose.
Il libro si intitola Cuidar sin Matar: fundamentos bioéticos, jurídicos e institucionales (Prendersi cura senza uccidere: fondamenti bioetici, giuridici ed istituzionali) e segue il trattato in due volumi dello stesso Autore, Suicidio y Eutanasia: En la filosofía occidental y en lo normativo y filosófico judío (Suicidio ed eutanasia nella filosofia occidentale e nel pensiero normativo e filosofico ebraico), pubblicato nel 2021, riconosciuto come testo di interesse pubblico ed è inserito nella biblioteca della Corte interamericana dei diritti umani.
La tesi di Szlajen è precisa: la risposta della civiltà alla sofferenza, non deve andare nella direzione di eliminare chi soffre, ma garantire cura, sollievo, compagnia, proporzionalità terapeutica ed effettiva tutela della dignità umana. Partendo da questa premessa, l’autore distingue tra il permettere la morte, quando la medicina si limita a prolungare un processo irreversibile, e il causare o agevolare deliberatamente la morte di qualcuno che dovrebbe essere curato.
Il volume è diretto a politici, medici, giudici, comitati ospedalieri, università e istituzioni sanitarie. Non si tratta di un trattato morale astratto, bensì di un’opera concepita per offrire criteri di valutazione in situazioni di elevata complessità clinica, giuridica e morale. In questo senso, l’Autore avverte che il dibattito sull’eutanasia non può essere ridotto alle richieste individuali di autonomia o al clamore mediatico provocato dai casi estremi. Autorizzare il sistema sanitario a causare o facilitare la morte implica una decisione istituzionale di estrema gravità, perché incide sul significato stesso della medicina, sul rapporto medico-paziente, sul dovere dello Stato di proteggere la vita quando è più vulnerabile e sul confine giuridico tra cura, accettazione della morte e uccisione.
Il libro propone una distinzione cruciale: rifiutare l’eutanasia non significa promuovere l’ostinazione terapeutica. Allo stesso modo, riconoscere il diritto di un paziente a rifiutare trattamenti futili, straordinari o sproporzionati non implica riconoscere il diritto di pretendere che una terza parte, tanto meno il sistema sanitario, causi o agevoli la morte di una persona. Il libro si inserisce in un percorso unico all’interno della bioetica, per coniugare ricerca accademica, produzione dottrinale, partecipazione istituzionale e influenza normativa. Di fronte al complesso delle questioni in campo, il Rabbino Szlajen propone un’altra via: prendersi cura, alleviare la sofferenza senza uccidere e permettere la morte senza abbandono. La questione cruciale, sostiene il libro, non è quale tipo di morte lo Stato possa autorizzare, ma quale tipo di cura sia tenuto a garantire.
«Cuidar sin Matar – ha spiegato a SettimaNews il Rabbino Szlajen – nasce da una preoccupazione fondamentale: che il legittimo desiderio di evitare la sofferenza non finisca per trasformare la morte provocata in una prestazione sanitaria. La vera sfida della civiltà non consiste nello scegliere tra sofferenza ed eutanasia, ma nel garantire che nessuno debba affrontare la fase finale della propria vita senza sollievo, accompagnamento e cura».
La tesi centrale del libro «è che esiste una differenza etica, medica e giuridica decisiva tra il lasciar morire e il provocare la morte. Rifiutare l’accanimento terapeutico, adeguare i trattamenti sproporzionati e garantire le cure palliative fa parte della medicina; provocare deliberatamente la morte è un altro tipo di atto».
Inoltre, aggiunge, «dimostro che la dignità umana non diminuisce a causa della malattia, della disabilità, della dipendenza o della perdita dell’autonomia. Proprio quando una persona diventa più vulnerabile, maggiore deve essere la responsabilità della medicina, delle istituzioni e dello Stato nei suoi confronti».
Sebbene il libro analizzi in particolare la legislazione argentina, «la sua portata è internazionale, perché il dilemma che pone va oltre i confini nazionali. L’Europa, l’America e altri Paesi si stanno interrogando oggi fin dove possa spingersi l’autonomia individuale, quali siano i limiti della medicina e quali conseguenze produca l’istituzionalizzazione della morte provocata medicalmente. Per questo inserisco anche l’esperienza comparata: non basta chiedersi se una determinata pratica possa essere autorizzata giuridicamente; dobbiamo anche esaminare che cosa accade dopo che essa viene inserita nel sistema sanitario, come evolvono i suoi criteri e quali effetti produce sui pazienti vulnerabili, sui medici e sulla fiducia dei cittadini».
Il dibattito sull’eutanasia – osserva infine il Rabbino Szlajen – «non riguarda soltanto il modo in cui vogliamo morire: riguarda, fondamentalmente, quale tipo di medicina e quale tipo di società vogliamo costruire».
Fishel Szlajen, Cuidar sin Matar: fundamentos bioéticos, jurídicos e institucionales, Editorial Saban, Buenos Aires 2026, ISBN 978-631-01-6020-7.

Fabrizio Mastrofini e il rabbino Fishel Szlajen





